L’isola del gioiello che sorge da un lago

– di Vittorio Paliotti

Non ha nome l’isolotto del Fusaro che ospita una delle più belle ville del Settecento realizzata da Vanvitelli figlio su commissione dei Borbone. Un posto che era fonte di ricchezze, dalla pesca alla macerazione del fieno e della canapa. Fu di Ferdinando IV l’idea di istituirvi il vivaio di ostriche note in tutta Europa. Se ne producevano 600mila all’anno. La costruzione della palazzina definita “il gioiello del Fusaro”. Dopo anni di abbandono, il luogo è stato rilanciato dall’impegno di Raffaele Aragona, presidente del Parco Vanvitelliano.

Una cosa è certa: re Ferdinando IV, che qui era di casa, se tornasse a nascere non crederebbe ai suoi occhi: “Ma che cos’è questo splendore? Effettivamente io me la ricordavo bella, l’isola del Fusaro. Ma adesso è mille volte più bella di com’era ai miei tempi. E poi la pulizia, la pulizia! Quando mai si è visto, qua dentro, tanto nitore! Voglio parlare con il responsabile. Subito! Subito! Chiamatelo! Cercatelo!”.
Compare, dopo l’evocazione di tipo pirandelliano, il presidente dell’intero “parco vanvitelliano”, che è poi l’ingegnere e docente universitario Raffaele Aragona, noto esponente di letteratura potenziale: “Maestà, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto. Ce l’abbiamo messa tutta e tutti: soprintendenza, comune di Bacoli, regione…”. Il sovrano appare più che soddisfatto, ma poi ha un sobbalzo: “Troppo. Avete fatto troppo! Il troppo stroppia. Ora, perciò, incominciate almeno a inguacchiare qualche sgabuzzino. E se no, che re lazzarone sono, io?”.

Fine dello sketch. Andiamo al concreto. L’isola che sorge dal lago Fusaro è raggiungibile, oggi, anche tramite un ponticello di legno lungo non più di cinquanta metri e che si diparte da un edificio detto dell’Ostrichina; ma la barca, per chi tende al romantico, svolge ancora con dignità il suo compito. Voga, voga, voga, nemmeno il tempo di volgere lo sguardo sul più bel panorama della zona flegrea; voga, voga, voga in questo piccolo lago che sembra dipinto dal paesaggista Philipp Jacob Hackert, e dopo pochi minuti approdi su una riva fiabesca, da non credere che esista realmente.
Il lago, abbiamo detto, è quello del Fusaro. La località rientra nel napoletanissimo comune di Bacoli, ma l’isolotto, o isoletta che dir si voglia, un vero e proprio nome non ce l’ha; sicché nessuno ci impedisce di definirlo, alla maniera di Robert Louis Stevenson, “Isola del tesoro”; tanto più che ospita una delle più belle ville del Settecento recante, addirittura, la firma di Carlo Vanvitelli. In questa villa re Ferdinando IV veniva a riposarsi fra una battuta di caccia e una battuta di pesca.

Dopo anni di degrado, il lago è stato bonificato; dopo altrettanti anni di abbandono, l’isola è tornata a essere in fiore, e il palazzo, anzi “La palazzina”, è tornata bella come se appena un quarto d’ora fa l’architetto Vanvitelli junior ne avesse consegnate le chiavi all’augusto committente. Il cosiddetto “Parco del Fusaro” fa parte delle riserve che i primi Borbone di Napoli, e cioè Carlo III e poi Ferdinando IV, andarono allestendo in quello che allora era il loro regno. Già sotto Carlo III, nella zona di Napoli vi erano ben diciassette riserve fa cui quelle degli Astroni, di Carditello, di Persano, di Quisisana. Sia Carlo III che suo figlio Ferdinando IV erano appassionati di caccia e pesca: in particolare lo era Ferdinando IV; chi si prenda la briga di leggere il suo “Diario segreto” che va dal 1796 al 1799 e che è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli (non molti anni fa ne venne pubblicata un’edizione critica a cura di Umberto Caldoro) ha la sorpresa di trovarsi continuamente di fronte a una pedissequa elencazione di battute di caccia e di uscite a pesca. E anzi sia Carlo III che Ferdinando IV consideravano questi passatempi quasi alla stregua di un dovere istituzionale. Carlo III disse una volta: “Se la gente sapesse come mi diverto poco a caccia e a pesca, mi compiangerebbe anziché invidiarmi”.

Da parte sua Ferdinando IV, raggiunto mentre si recava su uno dei luoghi di tali attività, dalla notizia di un malore che aveva colto suo fratello Carlo IV re di Spagna, in quel periodo suo ospite, se la cavò con il seguente commento: “O mio fratello è malato mortalmente o non lo è. Se lo è, quale beneficio gli può portare la mia presenza? E se non lo è, si dispererà pensando che per colpa sua mi sono perso uno svago così bello”. E proseguì in questo suo ragionamento godendosi tutta intera la prevista vacanza, come riferisce lo storico Harold Hacton.
Ed ecco dunque, in questa continua ricerca di paradisi terrestri, l’occhio del Borbone posarsi un giorno sull’allora meraviglioso lago del Fusaro. Situato nel cuore di una zona ricca di mitologia, il lago del Fusaro fu anch’esso, nell’antichità, identificato con luoghi diabolici e infernali, ed era consacrato ad Acheronte. Licofronte lo definì “fluttuante re procelloso”. La sua denominazione attuale la ebbe in epoca angioina e anzi, a quei tempi, esso costituiva una immensa fonte di ricchezze non solo per i prodotti abbondantissimi della pesca, ma anche in quanto sede di macerazione del fieno e della canapa. E che questo lago fosse fonte di ricchezza lo prova il fatto che, nel secolo XIII, Carlo d’Angiò stabilì che un ospedale da lui fondato a Tripergola, villaggio nei pressi di Lucrino, dovesse finanziarsi con le “rendite del Fusaro”.

La bellezza del lago incantò, dicevamo, Ferdinando IV. Infatti, nel 1764, il “re lazzarone” ebbe l’idea di istituire, proprio qui, un vivaio per mitili (le napoletanissime cozze). Questo tentativo fallì, ma non fallì quello che successivamente volle fare lo stesso Ferdinando IV: impiantare, nel Fusaro, un vivaio per ostriche. Da allora le ostriche del Fusaro furono conosciute come le più gustose d’Europa e questa fama si protrarrà per oltre un secolo. Se ne producevano bel 600mila all’anno e, in festosi cestini, venivano esportate dappertutto. Le afrodisiache ostriche che, durante la Belle Epoque, sovrani e principi offrivano alle varie Belle Otero e Lina Cavalieri provenivano, è giusto sottolinearlo, dai vivai del Fusaro.
Ferdinando IV volle però fare di più per quel Fusaro che lui prediligeva. Assicuratosi quello che oggi è conosciuto come “Parco del Fusaro” e che allora era una dei tanti “siti reali”, il re lazzarone ordinò che nel posto più incantevole di quella zona, e cioè su un minuscolo isolotto del lago, sorgesse una palazzina.

L’incarico di eseguire il progetto e di dirigerne i lavori venne affidato a Carlo Vanvitelli. A quell’epoca Carlo Vanvitelli era, in un certo senso, l’architetto ufficiale del regno. Figlio del celebre Luigi Vanvitelli, ideatore della reggia e del parco di Caserta, Carlo Vanvitelli (nato nel 1739) si era fatto le ossa proprio collaborando con suo padre alla realizzazione di quella che doveva essere la Versailles italiana e anzi, alla morte del padre, era andato a lui l’incarico di completarne i lavori. Conquistatasi la fiducia del re, Carlo Vanvitelli si interessò di molte altre opere. Costruì un padiglione ai confini del regno per il ricevimento della regina Maria Carolina, addobbò il teatro di corte di Caserta, curò nel 1799 il rifacimento della cappella del Rosario in San Domenico Maggiore, provvide alla ricostruzione (elaborando disegni di suo padre) della chiesa della Trinità dei Pellegrini; fra il 1778 e il 1781 ebbe l’incarico di rammodernare quella villa di Chiaia che era stata iniziata nel 1697 dal viceré Luis de Cerda e che noi oggi chiamiamo “villa comunale”.

Fu dunque con questo notevole bagaglio di esperienze che Carlo Vanvitelli nel 1782 si diede alla costruzione della Palazzina sull’isolotto nel lago del Fusaro. La realizzazione del progetto fu tutt’altro che semplice. Bisognò provvedere, innanzi tutto, a un per quanto possibile disinquinamento delle acque del lago; condurre quindi studi e calcoli relativamente alle strutture fondamentali, pur sempre gravanti su una superficie a stretto contatto con acque; quindi bisognò sopportare tutti gli inconvenienti, le incognite e le difficoltà richieste dal trasporto dei materiali dalla terra ferma all’isola. Isola giacente su un lago, ma pur sempre isola. Anche per questo insolito manufatto Carlo Vanvitelli si avvalse dell’insegnamento paterno. Ha notato infatti Arnaldo Venditti in un libro su “L’architettura neoclassica a Napoli” che “l’estrema semplicità dell’articolazione della palazzina del Fusaro richiama assai da vicino l’oratorio della Scala Santa che Luigi Vanvitelli disegnò per San Marcellino”.

Riccamente decorata, sontuosamente addobbata, magnificamente illeggiadrita dalla singolarità della sua presenza non sulla terra ferma bensì su un’isola, la palazzina venne da allora indicata come “il gioiello del Fusaro” e il Fusaro, a sua volta, come “L’isola del gioiello”. Un gioiello che Ferdinando IV cercava di godersi ogni volta che gli era possibile. Apriamo a caso il suo “Diario segreto”. Ecco cosa troviamo scritto sotto la data del 22 dicembre 1796, giovedì: “Alzatomi alle cinque meno un quarto, vestitomi, intesa la Santa Messa e alle sei partito per il Fusaro, dove arrivo alle nove e mezza. Fatto ottima pesca. Ripartito alle quattro e giunto alle sette e mezza a Caserta, dove sono stato ricevuto con pessimo umore da mia moglie”. Nessun accenno o riferimento a vicende boccaccesche; quelle, semmai, erano patrimonio della consorte Maria Carolina. Nel 1860, col crollo del regno delle Due Sicilie, il lago, l’isoletta, il parco e la palazzina del Fusaro entrarono a far parte del patrimonio del regno d’Italia; in particolare la tenuta e la palazzina furono assegnate in dotazione alla Corona d’Italia; il lago, per una sessantina di anni, fu sottoposto a una confusa serie di trasformazioni da parte dei concessionari cui il Demanio di volta in volta l’affidava e che, di volta in volta, ne compromettevano la situazione.

Si credette, nel 1923 che la palazzina dovesse risorgere a nuova vita: dato infatti il lago in concessione a una “Scuola-asilo per pescatori e marinaretti”, era previsto che sull’isoletta funzionasse un osservatorio idrobiologico alle dipendenze del ministero dell’economia nazionale: ma questo rimase solo un progetto, così come rimase un pio desiderio di chissacchì l’idea di valorizzare i vivai di ostriche. Di lì a pochi anni, il lago con l’isola e con la palazzina entrò a far parte delle competenze di una società a partecipazione statale. Il peggio, però, lo si ebbe nel dopoguerra, quando alcuni militari alleati, che avevano occupato l’isoletta e che erano penetrati nella palazzina, si lasciarono andare a una sistematica spogliazione degli arredi, dei quadri, delle sete e delle tante opere d’arte. Gestito dapprima da un commissario prefettizio, il lago passò nel 1945 a un consorzio di cooperative di pescatori. Fu in quegli anni che, un poco alla volta, i pini, gli oleandri, gli allori, gli agrumi che illeggiadrivano il parco incominciarono ad essere divelti; fu allora che il fondo del lago incominciò a essere coperto da uno strato di melma. Nel 1956 il comune di Bacoli diede il primo grido d’allarme in un esposto al ministero delle finanze, ma nulla di positivo fu fatto: e anzi il 2 settembre del 1961 il complesso fu dato in gestione a un “Centro ittico tarantinocampano” che avrebbe dovuto provvedere, oltre che alla valorizzazione del mar Piccolo di Taranto, a quella dei laghi Fusaro e Miseno.

Parve invece che si stesse profilando la fine: si verificarono, purtroppo, anche episodi di lottizzazione. Un documentato studio dell’architetto Enrica Mazzella investigò su tutta una serie di plausibili proposte per la valorizzazione dell’intera zona, sicché molte speranze tornarono ad accendersi e non poche persone ricche di buona volontà tornarono all’attacco. La scissione del Centro ittico tarantino-campano e la successiva costituzione di un Centro ittico campano, nonché tutta una serie di modifiche di carattere burocratico hanno fatto il resto. Hanno cioè creato i presupposti perché le soprintendenze, avvalendosi di fondi europei, potessero pervenire al salvataggio di un’intera isola con i suoi tesori. Non c’è, a questo punto, che tener d’occhio il presidente Raffaele Aragona. Il quale già ha organizzato nell’intero parco vanvitelliano, nell’isola più piccola del mondo e nella splendida palazzina, una prestigiosa sede di incontri culturali, di concerti, di rassegne. Con buona pace del re lazzarone.

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