L’Isola dell’Arcangelo

di Alessandro Robles
A Symi, nell’arcipelago del Dodecanneso sul mare Egeo, il piccolo villaggio di Panormitis, citato nei testi di storia per la vittoria della flotta spartana sulle navi ateniesi durante la guerra del Peloponneso, è la meta religiosa per onorare San Michele, patrono dell’isola e protettore dei marinai. Gli originali riti della venerazione

La gente delle isole ha sogni celesti e una fede cristallina. Gli abitanti delle rocce sparpagliate nell’acqua salata dell’Egeo affidano i giorni al vento e alle benedizioni dei santi. Perché il mare è tutta la loro vita e nulla accade per fortuna. Sui tetti e sulle teste c’è lo scudo solido dell’universo ortodosso, dei suoi cimeli e delle sue icone cariche di metalli preziosi. L’Arcangelo Michele schiaccia il demonio ed è ricoperto d’argento massiccio. Per avere la sua protezione, pellegrini naviganti e della terraferma attraversano acque e accendono lumi. La richiesta è fortemente sentita. Flussi continui di fedeli approdano nella placida e semichiusa cala per varcare l’ingresso del monastero di Panormitis. Eretto nel XII e ricostruito nel XVIII secolo, il luogo sacro è posizionato su un’estremità di Symi, isola del Dodecanneso, dove case di vari colori si illuminano ai raggi di un sole estivo che non perdona.
Alla famosa località di culto si può arrivare quotidianamente grazie ai numerosi collegamenti offerti dalle compagnie di trasporti. Dalla vicina Rodi, ogni mattina salpa un battello carico di serena speranza. I viaggiatori, un po’ gitanti un po’ devoti, affollano il ponte e le poltrone interne, riempiendo di voci sonore il tempo della tratta marina. Alcuni hanno con sé una scopa di saggina con il manico di legno e, quando arrivano dirimpetto all’icona venerata, fanno il gesto simbolico di pulire il pavimento con la ramazza, sperando di scacciare ogni genere di negatività dalla propria esistenza.
201509-9Prima di mettersi in coda per chiedere aiuto all’Arcangelo, si prende da una cesta il pane benedetto, ricco di semi di sesamo. La crosta è chiara e morbida e il sapore dolciastro. Mangiarne una fetta, allevia i morsi allo stomaco e predispone all’attesa. Alla sala del santo, patrono dell’isola e protettore dei marinai, si entra con passo tranquillo e deciso. Il segno della croce con le tre dita unite anticipa e segue il bacio all’immagine sacra alta circa tre metri. L’atto dura il tempo di una preghiera silenziosa e forse di un sincero pentimento. Breve è la distanza, infinito è il sentimento della venerazione. Usciti dalla sala principale, si giunge a un atrio pieno di ceri. Alcuni sono grandi e innestati in una struttura metallica, altri sono piccoli da infilare con cura nella sabbia disposta su una base. È il momento finale di un rituale ripetitivo e carico di simbolismi. Si lascia il monastero in stile veneziano, portando con sé la quiete del tempio e la luce di nuovi auspici. Il piccolo villaggio di Panormitis è la meta religiosa della parte meridionale di Symi, isola citata nei testi di storia per la vittoria della flotta spartana sulle navi ateniesi durante la guerra del Peloponneso. Il centro principale è invece situato dall’altra parte, in una zona densa di splendide visuali ma avara di vento. Le costruzioni con le tegole rosse e i muri pastello sono disposte in una stretta insenatura che come un cuneo le accoglie in altezza e lungo i declivi.
Tale assetto divide la città in due parti. La fascia a livello del mare è chiamata Gialos mentre la parte superiore, a ridosso delle colline, è nota come Chorio, dove case e chiese si aggrappano alla roccia e sul crinale ci sono i resti di mulini e del castello dei Cavalieri.
All’entrata del porto sorge la torre campanaria, eretta alla fine dell’Ottocento, che accoglie i naviganti. Spicca per la sua forma lineare e il chiaro della pietra che la compone. Lo stile dalle facciate classicheggianti è lo stesso presente in più di un’isola. Anche qui non è mancata la presenza degli italiani che per un ventennio hanno governato, lasciando influenze ancora leggibili. Ma Symi, prima di tornare al popolo greco, è stata anche in mano ai tedeschi nazisti e agli inglesi.
La storia si ripete nelle comuni sorti dell’arcipelago, posizionato in prossimità delle coste turche, in un’area di transito che continua a essere sulle rotte di intraprendenti e disperati, di ormeggi e di fughe. Tracce del dominio ottomano si combinano con le influenze occidentali concorrendo a formare una miscela unica. La bellezza pare arricchirsi con il tempo, aprendosi al sole come un fiore a grandi petali che sfida l’arsura e le aggressioni.
L’isola dell’Arcangelo ha pochi luoghi e un volto sorridente. All’interno ci sono le località di Nimporis e Pedi. Il resto è fatto di case sparse in una vegetazione quasi assente.
Vicino alle sponde, altri grandi scogli affioranti sono meta di vacanzieri in barca. Un piccolo cantiere navale è la traccia di un’antica e florida economia. Oltre a fabbricare imbarcazioni, si vendevano spugne di mare, ma oggi a dominare il porto ci sono gli alberi chiari con le vele ammainate. I viaggiatori sono seduti alle locande mentre gli isolani sono nei negozi condizionati e bevono un caffè in attesa di tempi migliori. Perché il futuro è incerto come la foschia che appanna l’orizzonte. E quando cala la sera, alla vicina Rodi, Symi mostra solo una leggera sagoma contornata d’arancio. Così ti vien voglia di affidare un messaggio al mare, sicuro che, come dicono i devoti di San Michele, finirà nel porto di Panormitis e quella terra diventerà la meta dell’aspettativa migliore raccolta nel più intimo battito.

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