L’isola di spazzatura

– di Rosario Iannuzzi

NESSUN RIFERIMENTO A NAPOLI.
Si tratterebbe di un ammasso di plastica, un vortice di rifiuti spinti dalle correnti che, fondendosi tra loro, hanno dato vita a una “macchia” galleggiante in uno sperduto quadrante del Pacifico settentrionale fuori dalle rotte delle navi e degli aerei. È la Great Pacific Garbage Patch.
Significa Grande Macchia di Spazzatura del Pacifico, rivelata dai navigatori di Internet.

“Seconda (eco) balla a destra, questo è il cammino e poi dritto, fino al tombino… poi la puzza ti porta fin là, quella è l’isola che c’è già …” Ci si potrebbe sentir rispondere così, dallo sperimentato e riconosciuto rimatore di rotte, coordinate e portolani, l’Edoardo Bennato de “L’Isola che non c’è”, a chiedergli lumi su come e dove trovare la Great Pacific Garbage Patch.
Cos’è? Dov’è? Ma, soprattutto, chi l’ha vista? Cominciamo dall’ultima domanda, cui è difficile dare una risposta precisa.

La fonte è il Web, l’attendibilità incerta. Insomma, si tratta di questo: nel più sperduto e remoto quadrante del Pacifico settentrionale, quello più lontano dalle rotte solitamente battute dai navigli commerciali e dagli aerei di linea, più lontano dalle coste dell’America settentrionale e delle Hawaii, più lontano da tutto, si sarebbe formata una grandissima isola fatta tutta di spazzatura.
Ecco cosa sarebbe la “Great Pacific Garbage Patch” che significa “Grande Macchia di Spazzatura del Pacifico”: un’immensa massa prevalentemente costituita di plastica galleggiante che, secondo alcuni, potrebbe addirittura pesare più di tre milioni di tonnellate e avere un’estensione pari a due volte il Texas. C’è chi giura e spergiura che sia tutto assolutamente vero, chi invece sostiene trattarsi dell’ultima, colossale invenzione partorita dall’inesauribile immaginazione della Rete delle Reti.

Realtà o immaginazione che sia, la “Great Pacific Garbage Patch” è oggetto di accanite discussioni, più o meno apocalittiche, in tanti blog ecologisti e non, soprattutto anglofoni.
Dove non è raro trovare proiezioni di crescita della “Patch” poco rassicuranti: c’è chi stima che potrebbe raggiungere le dimensioni dell’Africa in qualche decennio. Un nuovo continente tutto di plastica.
Difficile capire quale sia realmente l’entità del problema, quanto di vero ci sia in tutta questa storia, se davvero sia nata una “Waste Land”, una “Terra Desolata”, per dirla alla T.S. Eliot, nel Pacifico del Nord. Probabilmente, la “Pacific Patch” non è propriamente un’isola come siamo abituati a pensare, su cui poter approdare e camminare. Sembrerebbe di capirlo cercando notizie in siti più “attendibili” degli emotivi blog.
L’argomento non è, infatti, ignorato dalle organizzazioni ambientaliste, che spiegano come sia possibile ipotizzare una simile eventualità.

“Trash vortex”, “vortice di rifiuti”, sentenzia ad esempio Greenpeace, spiegando che in quella remota parte del Pacifico, una serie di condizioni particolari come le correnti marine che hanno un lento movimento circolare in senso orario, l’assenza di venti forti e la scarsa presenza di… isole vere e, quindi, l’impossibilità per i rifiuti di spiaggiarsi sulla terraferma, sono i presupposti per l’aggregazione di grandi masse di plastica. Agglomerati di rifiuti che, spinti fin lassù dalle correnti, ruotano su loro stessi. Fondendosi gli uni con gli altri e dando così vita a “macchie” sempre più grandi. Un problema, la plastica galleggiante, che sembrerebbe non avere (nell’immediato) conseguenze per l’uomo. Così invece non è per la fauna marina: sempre Greenpeace, infatti, calcola che ogni anno un milione di uccelli e non meno di centomila mammiferi marini muoiono perché mangiano pezzi di plastica più o meno piccoli, come tappi di bottiglie o accendini alla deriva, scambiati per cibo. E poi ci sono i pesci, decimati dai pezzi di plastica più piccoli, ingeriti assieme al plancton.
Isola o non isola, la “Great Pacific Garbage Patch” è di sicuro un incubo per tutti. Che si insinua nelle menti, striscia tra le nostre paure e ci fa immaginare un futuro, tutt’altro che remoto e impossibile, in cui rischiamo di finire soffocati dal nostro benessere.

Sul perché, poi, non ci si curi del problema, il popolo di Internet non ha dubbi: la zona è troppo remota e lontana dagli occhi dell’opinione pubblica, per cui nessuna autorità si sente in dovere di effettuare un intervento che sarebbe difficilissimo, oltre che costosissimo.
Ignorare la faccenda, sostengono i più disincantati, è oggi di gran lunga più facile che affrontarla. Un’autentica politica da struzzi, commentano gli internauti.
Mentre la Great Pacific Garbarbage Patch, cresce e cresce e cresce…

I GIARDINI DI GIOVANNI
Non ci vogliamo credere, non ci crede l’isola, non ci crede la sua Anacapri. Il dio degli alberi gli ha girato la schiena. Giovanni Aversa portava la bandana di chi spreme lavoro e sudore e camminava a piedi scalzi. Quelli che non hanno recinti e non hanno confini camminano a piedi scalzi perché i giardini non vogliono steccati.
Quelli che amano i fiori camminano a piedi scalzi. Quelli che rispettano i sentieri della terra camminano a piedi scalzi. Quelli che pregano un Dio camminano a piedi scalzi e si inginocchiano sul tappeto dei prati, sull’erba del sottobosco, sulle pietre del Solaro, sulle rocce dei costoni a ringraziare l’isola e la sua natura. Lui di alberi e giardini sapeva più di tutti, non perché faceva il giardiniere, ma perché amava i fiori. Come un gabbiano ama il mare, come lo zingaro la sua chitarra, come il cieco il suo cane, come un cavaliere il suo cavallo. Come un’isola le sue distanze dal mondo, come un poeta i suoi versi.
Giovanni lo Zattero non aveva studiato molto ma era un poeta, parlava con la natura come un marinaio alla sua barca. La sua vita era un libro colorato di gelsomini, rose, bouganvilles, ortensie, gocce di rugiada e chilometri di passi scalzi consumati a custodire giardini. Una vita di limoni e di vigne, di mandorli e ciliegi. Una vita di fatica, sveglia alle cinque. Fiori e sudore fino al tramonto, quanto la terra era più sola e cercava l’acqua dopo la calura e i pergolati di glicine erano ricami di ombra sotto la luna. Giovanni lasciava un fiore dietro una porta chiusa, sull’altarino di una madonna, tra le mani di un bambino. Era brusco Giò ma aveva rughe di sole e un cuore colorato. Camminava a piedi scalzi come facevano i pellegrini, i pescatori, i santi e i contadini.
Noi che camminiamo sopra le suole, ci inginocchiamo a baciare i suoi piedi, perché nessuno più di lui, su quest’isola, ha amato i fiori. Forse nemmeno il dio degli alberi, nemmeno il destino. L’isola piange, Anacapri piange. Piange l’acqua, piange il cielo, piange il vento perché l’albero non può uccidere il Fiore.
Roberto Gianani

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