L’isola di Stevenson

– di Anna Folli

Samoa: viaggio, fantasia e ricerca della felicità.
Il pellegrinaggio tropicale di Somerset Maugham, del pittore senese Girolamo Nerli, di Parenzo Caffarelli duca e medico romano, di Jack London e Gary Cooper folgorati dal mito dello scrittore di Edimburgo. La sfortunata missione di Marcel Schwab.
Vite avventurose e la meta di sogno raccontate da Ambrogio Borsani nel bel libro “Stranieri a Samoa”.

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200703-13-3mNessun uomo è un’isola, scriveva il poeta John Donne nel Seicento. E rispetto ad allora siamo ancora meno isole oggi, legati come siamo al continente da un infinito numero di reti, di onde elettromagnetiche e di ponti radio. Forse per questo l’immagine dell’isola ha mantenuto nel tempo il suo insopprimibile fascino.
Nell’immaginario collettivo è il simbolo della fuga dal grigiore quotidiano, dello sradicamento, “dell’altrove”. Ed è proprio per questa sorta di magia della diversità che Ambrogio Borsani ha scelto le isole come protagoniste dei suoi ultimi tre libri:
“Addio Eden”, “Tropico dei sogni” e il recente “Stranieri a Samoa”.
Incontro Ambrogio Borsani nel suo studio di fronte all’Università Statale di Milano. Tra le brume invernali e le severe architetture in cotto del Filarete, il mondo esotico di Samoa sembra ancora più lontano.
“Ho iniziato a sognare di viaggi molto prima di viaggiare veramente -racconta Borsani – Ed è iniziato tutto con i romanzi di Jules Verne, che per primi mi hanno fatto conoscere i Tropici. Poi la mia scoperta è continuata attraverso i grandi autori del mare: Stevenson, Melville, Conrad. E da allora i miei itinerari seguono i passi dei grandi scrittori”.
Raccontando il suo amore per le isole tropicali, questo colto e gentile ex professore universitario di comunicazione si entusiasma. Passano in seconda linea gli anni passati come copywriter e direttore creativo di importanti agenzie pubblicitarie e persino il suo attuale lavoro come direttore di rivista sulla storia del libro: “Wuz”. Quello che conta è la passione per questi angoli di paradiso perduto.
“Arrivando qui – spiega Borsani – ho raggiunto una meta che aveva dormito per anni nella geografia dei miei sogni. Queste isole, sperse nell’immensità degli oceani, hanno sempre rappresentato per me la possibilità di abbandonare le proprie radici per approdare in un mondo ignoto che lascia intravedere la possibilità dell’eterna felicità. Per raggiungerle, dal Settecento ad oggi molti hanno solcato gli oceani”.
E in effetti leggendo “Stranieri a Samoa”, questo piccolo arcipelago a metà strada tra le Hawaii e la Nuova Zelanda appare davvero come un piccolo paradiso dove i miti elaborati in Occidente si incrociano con le presenze magiche locali.
Meno di tremila metri quadrati di superficie e nemmeno duecentomila abitanti a godere di una natura ancora incontaminata con cascate che si tuffano a cento metri d’altezza tra forre verdeggianti, piscine d’acqua naturale e trasparente, piccoli laghi che riempiono i crateri dei vulcani spenti.
Dopo ventotto ore di volo che lo separano dall’Europa, anche per Bersani è impossibile
non cadere nella fascinazione di questo mondo diverso ed esotico. Ecco la descrizione del suo arrivo a Samoa: “All’improvviso l’aereo sbuca in un cilindro di sereno foderato di nuvole. Sotto di noi l’isola galleggia sull’oceano circondato da una corona di architetture vaporose, scendiamo sfiorando torri d’oro, cupole rosate, canaloni d’argento. Sembra che Upolu si stia asciugando dopo gli ultimi ritocchi lavici all’opera della creazione”.
E appena più avanti: “Attraversiamo piccoli villaggi di case rosa, viola, gialle. Ai lati scorrono siepi di foglie coloratissime, cespugli di fiori scarlatti, alberi carichi di papaie e frutti del pane. L’oceano spara milioni di scintille nella luce bianca del mattino”.
È la descrizione di un Eden sempre sognato.
Di un mondo dove tutto viene donato dalla natura, senza la fatica del lavoro. Ma in realtà, sostiene Borsani, gli occidentali non sanno stare in questi paradisi della felicità.
Quasi tutti sono destinati a vagare in una ricerca perenne. E soltanto pochi fortunati sono capaci di fermarsi per godere i piaceri di una nuova vita.
Sono le loro storie, a volte tragiche e drammatiche, ma sempre emozionanti e bellissime che Borsani racconta nel suo libro.
Ambientato in uno scenario favoloso e animato dalle passioni e dalle illusioni dei suoi personaggi (e non importa che siano celebri scrittori, oppure semplici sognatori), “Stranieri a Samoa” è molto più di un semplice taccuino di viaggio: è il sogno, il “non luogo” da sempre presente nella nostra fantasia.
Non stupisce dunque che il protagonista, attorno al quale girano tutti gli altri personaggi, sia Robert Louis Stevenson, che nacque nelle fredde e piovose terre scozzesi ma scelse di morire a Samoa, la perla dei mari del Sud.
La storia di Tusitala (il raccontatore di storie) è forse la più bella di tutte. Stevenson sbarca nel porto di Apia la mattina del 7 dicembre 1889: ha piedi nudi, capelli lunghi e baffi spioventi. Arriva in compagnia della moglie Fanny, che lo aveva seguito in mezzo agli oceani e alle burrasche della vita, del figlio di lei e di un domestico cinese. Molti anni prima i suoi polmoni si erano ribellati all’aria gelida degli inverni scozzesi e ora il grande scrittore li portava a respirare la perenne estate dei tropici.
Quando arriva a Samoa è già un anno e mezzo che se ne va in giro nel Pacifico. Non è un uomo in fuga da debiti o disastri personali. Alle sue spalle aveva almeno due romanzi di grande successo: “L’isola del tesoro” e “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, ma forse alle Samoa cercava di trovare nella realtà i luoghi creati dalla sua fantasia. Decide di fermarsi e compera un terreno a Vailima. Là decide di costruire la sua casa, ora trasformata in museo che Borsani ha visitato con emozione.
“Si trova in un luogo magico – racconta.
Il prato che la circonda è una grande terrazza sul Pacifico contornata di fiori. Alle spalle la foresta”.
Ci rimarrà per cinque anni, fino alla fine per embolia al cervello. Immediatamente la notizia della sua morte si sparge per l’isola e una frotta di indigeni circonda la casa in silenzio. Anni prima, Stevenson aveva espresso il desiderio di essere sepolto in cima al monte Vaea, ma in realtà non esisteva un sentiero. E’ ancora buio quando gli indigeni iniziano a disboscare la giungla e lavorano fino alle due del pomeriggio, poi il corpo di Stevenson esce dalla casa di Vailima portato a spalla da una dozzina di samoani. Dal luogo della sepoltura la vista è straordinaria:
“La valle precipita in una cascata di verde che sfocia nella vastità dell’oceano, le acque corrono fino all’orizzonte, si arrampicano su una barriera di nuvole bianche e ritornano a essere cielo”. Sulla tomba un epitaffio: “… dai monti è tornato il cacciatore, e il marinaio dal mare”. Da quel momento molti altri seguono le orme di Stevenson, in una sorta di pellegrinaggio. Un secolo dopo è la volta di Somerset Maugham, inglese dall’aspetto aristocratico animato da una vera passione per le vite estreme. Aveva lasciato agi e ricchezze per andare a fare l’agente segreto tra le isole del Pacifico dove trova l’ispirazione per un suo famoso racconto: “Rain”.
Meno fortunata la visita dell’intellettuale e scrittore Marcel Schwab.
Ha soltanto trentasette anni quando arriva a Samoa, è malato ai polmoni e ha già subito cinque operazioni. Fino ad allora, le sue avventure tra foreste incantate e mondi magici le ha vissute solo tra le pagine dei libri. Ma prima di morire vuole sbarcare nell’isola dove Stevenson ha vissuto fino a sette anni prima. Invece le sue speranze vanno deluse e, come spesso accade, le architetture dell’immaginazione si rivelano più belle di quelle reali. Per raggiungere la tomba di Stevenson, Schwab aveva passato due mesi in nave, attraversato gli oceani e dodici fusi orari. Ma dopo qualche giorno viene preso da una febbre violentissima e deve ripartire senza averla potuto visitare. Molto più avventurosa l’esistenza di Emma Eliza Coe. La sua vita trascorre tra mariti, amanti e grandi affari. Compera intere isole per qualche cassa di tabacco e impianta una piccola flotta privata. La sua fama corre di isola in isola e tutti ormai la chiamano “Queen Emma”, la regina della Nuova Guinea. Muore misteriosamente alla vigilia della prima guerra mondiale in un albergo di Montecarlo. A Samoa arriva anche il marchese Girolamo Nerli, pittore senese che porta la nuova pittura europea dall’altra parte del mondo e dipinge un celebre ritratto di Stevenson. Arriva il duca e medico Parenzo Caffarelli, che abbandona il suo splendido palazzo di via Condotti e passa quarant’anni nel sud del mondo per curare gli indigeni. E arrivano l’antropologa Margaret Mead, il grande scrittore Jack London, l’attore Gary Cooper, atteso da mesi dagli abitanti di Samoa che da allora gli consacrano la spiaggia nella quale aveva girato alcune scene di “Return to Paradise”.
Scrittori, divi di Hollywood, gentiluomini, artisti e uomini disperati.
Tutti sono folgorati dal mito di Stevenson, il grande Tusitala, e vogliono “provare sulla pelle lo stesso sole, la stessa pioggia, lo stesso vento che ha sentito lui.
Vedere gli stessi muri, gli stessi fiori, gli stessi orizzonti che hanno visto i suoi occhi”. E proprio come lui partono per cercare la felicità dall’altra parte del mondo.

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