L’isola invisibile che si mostrò una sola volta

– di Claudio Calveri

Il caso singolare di Ferdinandea, al largo della Sicilia, emersa nel 1831 e inabissatasi. Figlia di un terremoto e degradata oggi a banco sottomarino. L’avvistamento sorprendente, il molteplice battesimo con vari nomi, la disputa delle nazioni per rivendicarne il possesso. L’annessione al regno delle Due Sicilie di Ferdinando di Borbone. Il fenomeno di una strana aurora boreale che si propagò sino a Roma e a Genova. Il capitano di vascello che ne certificò la “morte”.
Le sorprese delle esplorazioni dei fondali: la flora pullulante di vita e la fauna variopinta sulla scogliera sommersa. L’appartenenza alla sovranità italiana se dovesse riemergere. Di Camilleri l’ultima ispirazione letteraria dell’isola che non c’è.

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200507-13-3mL’incontro tra acqua e fuoco genera le isole. Una proposizione leggendaria, mitologica, curiosamente appartenente a culture anche molto lontane tra loro, in entrambi gli emisferi. Una comoda approssimazione per non doversi limitare alla noiosissima spiegazione scientifica di placche geologiche che danzano sul fondo del mare, avvicinandosi e allontanandosi tra loro, aprendo la strada a “canali magmatici” attraverso i quali fluisce il magma, destinato a divenire “isola” qualora la sua fuoriuscita sia abbastanza consistente da superare il pelo dell’acqua.
Il Mar Tirreno è luogo d’elezione per questo genere di fenomeno, che ha creato ad esempio le isole di Pantelleria e Linosa. C’è però una piccola sorella delle isole tirreniche che vive in uno stato di perenne indecisione, appena a nord della Sicilia. E’ la cosiddetta Isola Ferdinandea, della quale si torna a parlare periodicamente, in particolar modo in coincidenza con qualche sommovimento tellurico nella zona.
L’isola Ferdinandea può legittimamente aspirare al titolo onorifico di “isola invisibile” in quanto la sua presenza non è segnalata da nessuna carta geografica, e non potrebbe essere altrimenti. Essa fece un’unica apparizione nell’ormai lontano 1831, quando l’Italia meridionale era ancora Regno delle Due Sicilie. Dopo essersi affacciata al di sopra del livello del mare per qualche mese, tornò a nascondersi di nuovo sotto di esso.
La vicenda era destinata a non terminare però in questo modo, visto che quello che oggi è riconosciuto dalle carte nautiche come un banco di scogli incredibilmente vicino alla superficie marina ha continuato a muoversi e a mutare. Materia viva che si agita sul fondale in preda a forze naturali ancestrali, acqua e fuoco che cercano un equilibrio nella loro convivenza, con soltanto sottili strati di terra a modularne i contatti.
Quando, nel 1995, un terremoto con epicentro nella zona scosse la cittadina siciliana di Sciacca, i pescatori notarono in corrispondenza del banco sottomarino, anche detto Banco di Graham, la risalita in superficie di alghe “cotte”. In seguito alle scosse era nato un vulcano, la cui attività era cessata ad appena 78 metri sotto il livello del mare. In considerazione della vicinanza del Banco alle coste siciliane – appena 22 miglia – furono commissionati dei rilievi oceanografici che facessero il punto di una situazione in perenne e costante rivolgimento da quel fatidico 12 luglio del 1831, data del principio del processo di emersione dell’isola.
Le ricerche erano finalizzate a calcolare la possibile incidenza di onde anomale non dissimili da quella che avrebbe sconvolto (anche se provocata da altre cause), il 30 dicembre del 2003, l’isola di Stromboli. I risultati parlarono di un fondale in movimento, ma senza pericoli immediati o diretti per la popolazione dell’area costiera, dati confermati da una più recente analisi morfologica del 2002, anch’essa condotta dall’Istituto idrografico della Marina.
La risposta rassicurante circa la innocuità del vulcano sottomarino ci lascia la possibilità di godere della incredibile storia della nascita di un’isola, riportata fedelmente da alcuni documenti dell’epoca, vergati da quei fortunati che potettero assistere all’impagabile spettacolo dell’incontro tra fuoco e acqua e al frutto, pur provvisorio, della loro irruente unione. Le notizie più accurate e dettagliate in argomento vengono dalla “Descrizione dell’Isola Ferdinandea nel mezzo-giorno della Sicilia”, resoconto stilato da Benedetto Marzolla, dipendente dell’Officio Topografico del Regno delle Due Sicilie. La curiosità è che la relazione fu stilata quando già l’isola si era nuovamente inabissata.
Le cronache del tempo raccontano della catena di terremoti che coinvolse la Sicilia giungendo a fare avvertire le scosse fino a Palermo, a partire dal 22 giugno del 1831. Nel protrarsi dell’attività sismica, appena quattro giorni dopo il capitano di una unità navale inglese, C.H. Swinburne, “aveva visto come un fuoco in lontananza, in mezzo al mare”. Il ballo degli elementi era iniziato.
Successive testimonianze di pescatori e di ufficiali di imbarcazioni di ogni bandiera, la “Gustavo”, la “Teresina”, la “Sant’Anna”, la “Adelaide”, il “Rapid”, narrano di pesci morti in superficie, di calore quasi insopportabile sul pelo dell’acqua, di esalazioni nocive per i marinari inviati in avanscoperta.
Nel mese di luglio colonne di fumo nero si levarono dal mare, intervallate da vapori bianchi e alte fiammate. Il nuovo vulcano ruggiva lottando con le onde e trovava man mano la sua strada verso il cielo. In un cammino che pareva inarrestabile, giunse a mostrarsi timidamente e poi a crescere, ad elevarsi in pochi giorni come una montagna. Prima un diametro di 210-240 palmi e una altezza di 30, poi ancora, sempre di più, guadagnò spazio e aria, affacciando il suo cratere fino a 200 piedi di altezza con una circonferenza di circa 2000 metri.
La cima si ergeva fumigante, e nella zona ovest della novella isola stagnavano dei piccoli laghi accoccolati nella nera terra vulcanica. La sua superficie era fangosa, e qualcuno già sospettava che non avrebbe potuto resistere a lungo alla forza disgregante del mare. Il professore Gemmellaro, docente di Storia naturale presso la Regia Università di Catania, fu inviato ad osservare il fenomeno. L’accademico battezzò l’isola in onore del re Ferdinando per celebrare una recente visita del sovrano alla città di Palermo. Era il 10 agosto 1831, e l’isola nasceva ufficialmente come “Isola Ferdinandea” in seguito al Regio decreto di annessione firmato dal sovrano del Regno delle Due Sicilie solo sette giorni dopo.
In realtà, più che sancire la nascita istituzionale dell’isola, la data è da ricordare come una delle molte tappe di una contesa internazionale per l’appropriazione ed il riconoscimento della sovranità su quel lembo di terra emersa. Alla data del 17 agosto, infatti, gli inglesi rivendicavano da par loro di avervi già piantato la bandiera britannica da qualche giorno, imponendole il nome di Graham, e anche il vice ammiraglio sir Hotham rimarcava il possesso dell’isola in nome di Sua Maestà Guglielmo IV di Hannover.
Precedentemente, però, si pretese che un brick austriaco, lo “Ussero”, avesse sbarcato degli uomini che dovevano avere apposto una targa sul suolo dell’isola, imitati in seguito dai francesi che avevano colto l’occasione per affibbiarle il nome di Julia, dal mese in cui l’attività eruttiva si era manifestata, dando inizio al processo di creazione della nuova realtà geografica.
Mentre le diplomazie e le istituzioni si arroccavano nelle rispettive posizioni burocratiche, il cielo di Palermo e della Sicilia intera si colorava di una incredibile aurora boreale rossastra causata dai vapori che, levandosi dal cono, viaggiò assieme a nuvole nere fino a spingersi sui cieli di Palermo, Roma, Genova, Firenze e Lucca. La natura festeggiava così la nascita della nuova creatura, fino all’ultima aurora color carminio che adornò il tramonto del capoluogo siciliano il 19 agosto del 1831.
Nel giorno successivo l’eruzione terminò e il medico di bordo della nave inglese “Gange”, il dottor Osbourne, scese in perlustrazione dell’isola con alcuni uomini dell’equipaggio. Notarono la presenza di fumo e vapori e la consistenza molle del terreno. Nel cratere, spento solo da poche ore, gorgogliava acqua marina bollente. Nei giorni successivi chi ebbe la ventura di incrociare quella zona a bordo di qualche imbarcazione potette godere dello spettacolo di due piccoli laghi alle pendici del cratere nei quali l’acqua, resa giallastra per la presenza di zolfo e rossiccia per le tracce di rame, sbuffava irregolarmente con schizzi fino a quattro metri di altezza.
I governi seguitarono le loro dispute circa l’attribuzione, ma la giovane isola dai troppi nomi, forse esausta per l’insipienza umana, cominciò a regredire, consumandosi lentamente e tornando sotto il mare. Un processo lento e costante, certificato dai molti osservatori dall’8 settembre all’8 dicembre del 1831, data in cui il capitano del vascello “Achille”, Allotta, stilò il certificato di morte dell’isola: “Non esservi alcuna vestigia dell’isola vulcanica”.
Di lei restarono le rivendicazioni incrociate in punta di diritto internazionale marittimo oltre alle molte proposte battesimali: Graham, Julia, Nerita, Proserpina, Ferdinando II, Giulia Nerita, Giulia Ferdinandea e semplicemente Ferdinandea.
Da allora, a parte due episodi non confermati, uno di attività vulcanica sottomarina nella zona (1833), e l’altro addirittura di una temporanea
riemersione dell’isola (1863), la situazione è parsa stabile fino al 1995 e alla citata eruzione, i cui detriti hanno portato all’innalzamento del banco fino a lambire la superficie marina, lontana in alcuni punti solo 8-12 metri dalla sommità del cumulo di magma solidificatosi in roccia.
Da questa cima vicina alla superficie, seguendo il banco ci si immerge seguendo una traiettoria estremamente irregolare fino ad una vasta spianata che va dai 400 ai 500 metri sotto il livello del mare, una pianura sotto la quale si incontrano la placca africana e quella asiatica, madre e padre geologici dell’isola.
Chi ha avuto occasione di esplorare i fondali del Banco di Graham ha potuto constatare come la natura abbia prodotto uno spettacolo atipico per quel tratto del Tirreno, caratterizzato da fondali molto profondi. Lungo le pendici del vulcano sopito sono fioriti e hanno trovato sostentamento altrimenti impensato molti tipi di alghe, nutrite dalla miscela di minerali presenti nei materiali eruttai nel 1831 e nel 1995. La presenza di flora marina ha influito direttamente sulla costituzione di un ecosistema pullulante di vita, con una fauna variopinta e numerosissima a popolare la scogliera sottomarina dove ha trovato sostentamento e rifugio.
Da racconti delle esperienze di immersioni subacquee pare addirittura che la presenza di avannotti di differenti specie sia in alcuni punti tanto densa da diminuire la visibilità.
Per puro amore di curiosità riportiamo lo stato della discussione giuridica ancora in corso sulla proprietà dell’isola, tesa a considerare l’ipotesi del “se”, “quando” e “se mai” essa dovesse ritornare alla luce del sole. Secondo un’autorevole interpretazione della normativa della Convenzione delle nazioni sul Diritto del are, stilata a Montego Bay nel 1982, nel caso in cui il Banco di Graham dovesse tornare ad essere l’Isola Ferdinandea, per la sua appartenenza alla piattaforma continentale italiana rientrerebbe nella sovranità nazionale dell’Italia.
Per chi ama invece coltivare gli aspetti meno freddi della vicenda, segnaliamo i riferimenti letterari che l’isola ha ispirato, da Alexandre Dumas, che l’ha citata con dovizia di particolari nel suo “Viaggio in Italia”, fino al contemporaneo Camilleri, che l’ha eletta a punto nodale del racconto “Un filo di fumo” edito da Sellerio.

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