L’isolotto di Ellis dove una piccola irlandese aprì una storia

– di Claudio Calveri

Il 1° gennaio 1892, Annie Moore di 15 anni fu la prima ad essere iscritta nei registri della Ellis Island Immigration Station, istituita dal governo americano sull’isola a sud di Manhattan come centro di accoglienza e registrazione degli immigrati.
L’avamposto nella baia del New Jersey era stato venduto allo Stato di New York dal commerciante Samuel Ellis che vi teneva una taverna per pescatori e gli dette l’ultimo nome, Ellis Island, dopo essere stato chiamato l’Isola del Pellicano e poi l’Isola dell’Ostrica.

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200606-8-3mEllis Island è un isolotto a sud di Manhattan, il cuore pulsante di quella che è stata definita come una delle “capitali del mondo”, New York. Un’area di quasi 28 acri punteggiata solo di poche strutture – una trentina di costruzioni in tutto – ma intrisa di storia e di storie.
Questo avamposto della Grande Mela è stata per secoli la porta di ingresso per il nuovo mondo. Un’epopea ben descritta dal libro di Baricco, “Novecento”, e dal relativo film trattone da Giuseppe Tornatore. Milioni di europei viaggiarono, attraversando l’Oceano, per aggiungersi ai nativi e regalare alle sconfinate terre d’oltremare il popolo più eterogeneo della terra, in cambio di una opportunità. Un movimento migratorio ingenerato sin dalla fine del 1700, un flusso che andò incrementandosi nel tempo.
Si calcola oggi che almeno la metà degli americani possono ritrovare un pezzetto della loro storia familiare consultando i documenti custoditi ad Ellis Island, divenuta sede del Museo per l’Immigrazione in America. Almeno un loro consanguineo è transitato per l’isola nella quale veniva certificato l’ingresso degli stranieri – gli “aliens” – negli odierni USA.
Se nell’immaginario collettivo la prima emozione del contatto con la terra promessa era regalata ai viaggiatori dalla vista della Statua della Libertà, posta a presidio del porto newyorchese su Liberty Island, altro isolotto attiguo a Manhattan, nella realtà delle cose il primo reale contatto con la nuova patria passava proprio dalla registrazione nell’ufficio posto sull’isola.
Il monumento più celebre della Grande Mela fu posizionato a silenziosa e contemplativa guardia della città dal 28 ottobre del 1886, in tempo per vedere la creazione, da parte del governo federale, della prima “Federal immigration station”, un punto di certificazione degli ingressi di immigrati in America.
La storia dell’isola è comunque lunga quasi quanto quella della nazione americana ed altrettanto variegata. L’isola di Ellis è passata attraverso un florilegio di nomi e funzioni che descrivono in maniera paradigmatica la parabola storica del paese faro della cultura occidentale.
Era il 1630 quando il Governatore di New Amsterdam acquistò dagli indiani Kioshk la piccola isola posta nella baia del New Jersey. I nativi solevano chiamarla “Gull Island” (Isola del Pellicano) per via della colonizzazione che quegli uccelli – prima degli uomini – avevano fatto. Gli olandesi la ribattezzarono “Oyster Island” (Isola dell’Ostrica) in ossequio alla ricchezza dei fondali dello specchio di mare circostante.
Nel periodo coloniale, lungo tutto il 1700 o quasi, l’isola raccolse altri nomi per la sua privata collezione, prima “Dyre Island” e poi ancora “Bucking Island”. Seguì “Gibbet Island” (Isola della Forca) in quanto i pirati catturati nell’atto di portare a compimento predazioni marinare vi venivano impiccati. Dal 1776, tempo di Rivoluzione americana, l’isola entrò in possesso di Samuel Ellis, un ricco commerciante newyorchese che vi impiantò una taverna per pescatori. Quando nel 1808 egli la rivendette allo Stato di New York per la cifra di 10.000 dollari il piccolo appezzamento entrò definitivamente a far parte del demanio americano, mantenendo però il nome dell’ultimo proprietario privato.
Insieme alla vecchia “Bedloe’s Island”, quella che con l’arrivo della celebre statua sarebbe stata “Liberty Island”, “l’isola di Ellis” costituiva una sorta di naturale primo approdo lungo le rotte di navigazione della costa del New Jersey. Prima vi si costruirono magazzini di stoccaggio delle merci, poi anche un arsenale, messo in disuso per il timore delle esplosioni da parte degli abitanti delle zone vicine, Jersey City, Manhattan e Brooklyn.
La svolta finale risale al 1890, con lo stanziamento di 75.000 dollari stabilito dal Governo per approntare il luogo di prima accoglienza e registrazione degli immigrati. La “Ellis Island Immigration Station” fu ufficialmente aperta il 1° gennaio del 1892, pronta ad accogliere il primo immigrato della sua lunghissima storia. Si chiamava Annie Moore, era una ragazzina irlandese di 15 anni, giunta a New York in compagnia dei due fratelli e dei familiari su una nave carica di 700 passeggeri, i primi registrati di una serie che già contava e che da quel momento avrebbe anche annotato burocraticamente milioni di altre storie di speranza e di ottimismo.
Stando ai soli dati concernenti gli italiani, pare che nel solo periodo intercorso tra il 1880 ed il 1930 siano stati più di quattro milioni e mezzo i nostri conterranei approdati all’ombra di Liberty, a farne la storia. A loro si aggiungono tedeschi, inglesi, olandesi, caraibici e tanti altri, quante sono le etnie dell’intero pianeta probabilmente.
Dalla giovane Annie fino all’anno 1924 sono passati altri venticinque milioni di immigrati, la cui storia è raccolta nel “American Family Immigration History Center”, aperto al pubblico dal 17 aprile 2001. Chiunque sia sbarcato dalle navi entrate nel porto di New York – in qualità di passeggero come di membro di un equipaggio – è inserito negli elenchi di dati custoditi nel Centro, accessibili anche on-line al sito www.ellisisland.org
Ellis Island galleggia anche nel mare virtuale del web, aperto alla navigazione di tutti quelli che desiderino scoprire o riscoprire parte del proprio passato. Chi scrive lo ha fatto, trovando non senza una grande emozione tracce del passaggio della famiglia della nonna paterna – Matilde Valenza – nata da immigrati italiani proprio a New York all’inizio del secolo scorso e tornata in Italia per incontrare il nonno e dare vita alla linea genealogica di cui sono frutto. Mi si perdonerà spero la notazione, di taglio non prettamente giornalistico, ma la accludo solo per asseverare e corroborare con una esperienza personale la dimensione metatemporale di un’isola – l’isola di Ellis – sulla quale la storia ha inciso parte di sé.
Per averne ulteriore prova basta gettare uno sguardo all’ “American Immigrant Wall of Honor”, un muro sul quale sono incisi i nomi di 600.000 dei viaggiatori transoceanici che hanno animato e dato corpo ad un sogno, contribuendo a creare una nazione.

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