L’onda verdeazzurra che carezza Chiaia di Luna

– di Angelo Caroli

È il posto più affascinante di Ponza, un’arena a semicerchio dalla bellezza imponente con un’alta parete scavata nel tufo. La memoria corre a Omero e alla maga Circe.
Ecco SantaMaria, la zona residenziale degli antichi romani.
Non esistono spiagge sabbiose, tutto è roccia. Gli scogli suggestivi e i faraglioni di Santa Lucia.
I mille cani dei cacciatori che puntano a pernici e starne. Dall’alto, l’isola appare come un grande coccodrillo a galla sul mare.

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200604-11-3mInutile dire che Omero ha suscitato nella mia adolescenza emozioni devastanti. Nel senso di sensazioni “elevate” all’ennesima potenza. Ponza per il Sommo non è solo un’isola conficcata nel cuore del Tirreno. E’ il sito, o tana tenebrosa, della maga Circe. Chi non ha fantasticato su quel grumo di terra circondato dal mare, estraniato dal Continente e dominato dalle bellezze di una maga sensuale!
Il grande greco scrive: “Nata dal sole aggiornatore e da Corsea, sono colà gli alberghi dell’Aurora e pur del sole i lucidi levanti”.
Sublime, ineguagliabile, inestinguibile.
Un giorno, non dico quanti anni fa per non denunciare età ed acciacchi, navigo verso le isole pontine (Palmarola, Zannone e Ponza). Sono a prua di un aliscafo che fende l’acqua senza rumori. Mi sembra di avvertire il fruscio di remi di imbarcazioni achee.
Ho sentito parlare di Ponza come di un incantesimo, una magia che spunta dall’acqua con un ordinato groviglio di case laccate da tinte pastello. Un miracolo architettonico modellato attraverso i secoli. Come Amalfi e Positano. Di notte somiglia a un gioioso presepe. Mentre l’aliscafo approda vivo queste sensazioni.
Subito vado a riverire l’antica Pontia, un tempo culla di naufraghi e oggi abbellita dalla spiaggia di Santa Maria con l’adiacente Porto di Circe. Ardo di remote curiosità, domando al capitano dell’aliscafo di illustrarmi e darmi lumi. Mi spiega che il posto vicino più affascinante è Chiaia di Luna. Il tempo di attraversare un pontile di legno, toccare terra, recuperare il bagaglio, consegnare i documenti alla reception dell’albergo da me scelto, fare una doccia e veleggio nelle ricchezze monumentali di Chiaia di Luna. La vedo dall’alto e sfoggia imponente bellezza, perciò provo a tuffarmi nell’immensità.
La fantasia non inventa nulla di più significativo se non un teatro o un’arena a semicerchio con parete molto alta scavata nel tufo da un maxi cucchiaio. Le linee sono lisce e regolari. Il sole picchia come un martello, il verde sta in cima. In basso il silenzio è interrotto dallo sciacquio placido di un’onda verde-azzurro scuro. I colori sono splendori prelevati da un forziere naturale, antico.
Mi calo nell’acqua con lo scetticismo prudente della prima volta. Quasi temendo il volto maliardo della celebre maga. Il meriggio è rovente. Strano, per solito un vento docile attenua l’afa di luglio. Nuoto, deve essere così il Paradiso. E solo a quel punto capisco come le aspirazioni degli uomini puntino anche alla beatificazione.
Santa Maria, che è la zona residenziale dell’epoca romana, è un crogiuolo di modernità. Nel senso che oggi, sono al secondo viaggio nelle Pontine, noto un restauro dell’atmosfera e dell’ambiente. Come se Ponza sia diventata l’obiettivo giovanile e non più di maturi turisti in cerca di reperti storici e basta. Trent’anni fa scopro nella figlia legittima di eruzioni vulcaniche un dato curioso: mille cani abitano l’isola. Appuro che la terra scoperta dagli Aurunci, almeno 1500 anni prima della nascita di Cristo, è frequentata da un numero incredibile di cacciatori che puntano le doppiette su pernici e starne. Scollino qua e là e noto bossoli di fucili da caccia sull’erba, fra rocce e anfratti. I pontini amano quel tipo di svago venatorio e comunque appartengono a un genere umano molto cordiale e ospitale.
Corrono i giorni e scopro, di là dalle delizie balneari, angoli meravigliosi. Come Le Forna, accogliente lembo di costa dove il mare è un invito a prolungate immersioni. In mezzo alle case seminate quasi senza ordine logico e al fianco di vigneti e siepi riarse si conserva al tempo un pavimento in mattoni che all’epoca fungeva da solarium. Non distante e collocata più in alto si fa largo la Grotta del Serpente, una sorta di grande contenitore naturale come riserva d’acqua.
Il mare è così accogliente ovunque da suggerire alla creatività dell’uomo singolari didascalie, come Le Piscine, una serie di immensi container di acqua marina che permettono al turista di nuotare senza che improvvisi ictus di Eolo guastino la vacanza. Un costante filare di gommoni e di scafi di piccolissimo cabotaggio traghettano il turista da una cala all’altra. Non esistono spiagge sabbiose, quasi tutto è disegnato nella roccia e con spuntoni che invitano alla prudenza.
Legato a una memoria sempre più labile e nonostante il ritorno in zona di qualche anno fa, mi piace ricordare la galleria che collega il centro operativo dell’isola a Santa Maria, tutta opera dei romani. Per chi va a caccia di reperti e strutture antiche si apre con discrezione un ventaglio di curiosità: il Palazzo Senatorio, ruderi di cisterne, fabbriche e templi. Ogni struttura è ricavata dalla roccia.
Torno al perimetro che dall’aereo somiglia a un coccodrillo di circa 22 chilometri. La superficie è di 6 chilometri quadrati con lunghezza di 8 chilometri e larghezza che varia dai 150 ai 1500 metri. Torno al mare, alla sua mutevolezza scavata dal vortice di venti però mai feroci. Torno alle tinte straordinarie e intense che vanno a sbattere spesso in modo quieto contro le rocce, come gli scogli Rosso, di Santa Maria, Ravia, Scoglietelle, Felce o come i faraglioni di Santa Lucia, poco più a sud di capo Bosco. E torno con la memoria al Frontone, la spiaggia più grande dell’isola, delimitata dal Fortino e dallo scoglio Ravia.
E’ tempo di ritorno. Quando navigo verso il Continente, direzione Anzio, sono quasi commosso. Mi duole lasciare l’isola di Circe, l’isola dei sogni. Il capitano dell’aliscafo prima della partenza mi offre uno spumante. E’ un prodotto locale. Brindo e bevo, sono sicuro che il mio distacco non è un addio. Non c’è due, infatti, senza tre.

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