L’oste di Creta

L’OSTE PIÙ PREZIOSO SULL’ISOLA DI CRETA

di Anna Montefusco
È Georgos che svela e indica i luoghi più affascinanti, dalla spiaggia bianca di Triopetra, con suoi tre alti scogli e ragazzotti vikinghi in arrampicata sulle pareti ondulate di un costone, al mare turchese di Elafonisi. Il palazzo di Cnosso, distrutto più volte e ricostruito tra mille polemiche dall’archeologo inglese Arthur Evans, nel mito del labirinto di Dedalo, del minotauro di Teseo e del filo di Arianna

Tra i ricordi legati alle vacanze estive, Creta occupa una posizione privilegiata, da classifica alta. Non a caso, ma in maniera non continuativa, ne ho trascorse ben quattro, di vacanze, in quell’isola. In principio, strano a dirsi, ci fu delusione. La causa fu l’infelice posizione del villaggio che ci ospitò la prima volta, adagiato com’era di fronte ad un mare aperto, non protetto da baie e per questo quasi sempre impetuoso. Poi, venne il “verbo” della bellezza, declinato in tutte le sue forme.
Accadde che, spinti dalla necessità di bagni di mare che non fossero estenuanti battaglie tra le onde, ci adoperammo, cartina alla mano, a chiedere in giro lumi su cale, calette e affini. L’ospitalità e la loquacità dei padroni di casa ci vennero incontro e ci ritrovammo con la cartina costellata di piccoli cerchi, a restituire geometrici suggerimenti.
Ci affidammo in particolare ad un corpulento oste che ci segnalò, tra le altre, una spiaggia poco nota ai turisti situata a sud della nostra postazione: Triopetra. Un alone di unto intorno al cerchio che la identificava, costituì la personale firma dello chef sulla nostra cartina.
Fu il nostro primo itinerario che ci vide tagliare il territorio, scendendo in senso perfettamente verticale da nord a sud, a bordo di un’auto presa a noleggio. Attraversammo un’infinità di paesini, alcuni dei quali li avremmo creduti disabitati se non fosse stato per i vecchi seduti all’ombra su sedie di paglia, con le mani poggiate in grembo o sui bastoni. Figure imprescindibili di questi luoghi, così uguali nel nero dei vestiti, nella profondità delle rughe del viso e nella fissità della postura.
Una strada secondaria guidò l’ultimo tratto del nostro percorso portandoci a destinazione in una manciata di chilometri. Benedicemmo all’istante l’amico oste e il suo alone, rapiti dall’incanto di una spiaggia bianca e di un mare verde: abbinamento cromatico ineguagliabile.
Tre alti scogli, alla nostra sinistra, ci chiarirono da subito l’origine del nome. Dall’alto, il panorama ci apparve, dunque, immediatamente suggestivo. Pochissimi teli colorati stavano sparsi sull’intera spiaggia e, in lontananza, rapì la nostra attenzione un gruppo di ragazzi aggrappati alle pareti ondulate di un costone nell’atto di scalarlo.
201509-8La curiosità ci portò proprio in quella direzione, raggiunta “via mare” per scansare i ciottoli appuntiti della battigia. Sistemammo i nostri teli poco distante dal costone delle arrampicate e proprio di fronte ai tre grandi scogli. Gli scalatori provavano a turno, ben imbracati e al comando di un energico istruttore. I capelli biondi e l’incarnato appena dorato tradivano la loro origine nordeuropea. Li guardammo dal mare, immersi in un acqua cristallina e quasi gelida ma, soprattutto, ferma e rassicurante.
Ricordo che rimasi in acqua un’eternità a contemplare da sinistra a destra le meraviglie di una natura selvaggia, brulla. Solo rocce e mare, e, fortuna per noi, una piccola trattoria che ben si armonizzava con l’ambiente circostante, posizionata appena un po’ più in alto rispetto alla spiaggia. La raggiunsi per ultima, nella caparbietà quasi fanciullesca di non voler uscire dall’acqua. Ebbero il sopravvento la fame e le dita delle mani raggrinzite.
Dall’alto del terrazzino, seduti all’aperto, godemmo della pace del palato con semplici sapori, lanciando di tanto in tanto uno sguardo ai giovani nordici che, accantonate momentaneamente le imbracature, si divertivano a tuffarsi dagli alti massi.
Fu l’ultima immagine a fissarsi negli occhi e nella mente, prima del congedo da Triopetra. Sulla strada a ritroso, facemmo una breve sosta a Spili, un paese interno segnalato tra i più interessanti. Interessante, ma anche bello e rigoglioso di una fitta vegetazione, in antitesi col paesaggio appena lasciato. Colpì, in particolare, la lunga fontana situata nella piazzetta principale, con le tantissime bocche, a forma di testa di leone, dalle quali sgorgavano getti d’acqua. Una tentazione, per i turisti più imberbi, quella di sporgersi in avanti e schiaffeggiare l’acqua in veloce successione lungo tutte le bocche. Inutile sottolineare che il caffè, come da copione, non fu all’altezza di una giornata perfetta.
L’amico oste, chiamato già confidenzialmente Georgos, calato perfettamente nel ruolo di “confidente” turistico, azzardò, a cena, due cerchi ai lati opposti della cartina, a evidenziare due spiagge dell’isola situate, appunto, agli opposti. Dovevamo sceglierne una subito, per l’indomani mattina, da alternare alle rovine di Cnosso, itinerario già nei nostri programmi.
Optammo per la zona sud occidentale, attratti anche dal nome della spiaggia: Elafonisi, che alle nostre orecchie suonava vagamente esotico. Oltre due ore di percorrenza in auto, e avremmo avuto conferma della bontà della nostra ispirazione.
Attraversammo la città di Chania, una delle più grandi di Creta, e poi ancora fino a Kasteli, o Kissamos, antichissima città costruita sulle sponde dell’omonimo golfo. Da qui in poi, cominciò la discesa verso sud, in un alternante susseguirsi di curve e paesini per giungere finalmente all’agognata meta.
Elafonisi si spalancò davanti a noi in tutta la sua bellezza e unicità, dovuta alla sua sabbia finissima e bianca che s’immerge in un’acqua turchese. Un contrasto di colori che rimandava ai Mari del Sud ma anche alla nostra Sardegna, soprattutto nei tratti di sabbia rosata. Unico neo, la massiccia presenza di turisti, che non ci impedì, comunque, di ricavarci il nostro posto al sole, anzi, a riva, dove rimanemmo beatamente seduti come la maggioranza delle persone. Altre, invece, vagavano sui fondali bassi, con l’acqua alle caviglie, in lente processioni. Ad osservarli dalla mia angolazione, contro il bagliore accecante del sole, sembravano muoversi sulla superficie dell’acqua come spettri vagabondi. Dopo un po’ fui presa anch’io dalla tentazione di camminamenti biblici e mi accodai al lento e surreale “struscio”.
I danni dell’assenza di qualsivoglia riparo dal sole cocente, ma anche del forte riverbero dell’acqua, li avrei verificati dopo. Intanto, all’ombra di una tettoia di paglia, raggiunta sul tardi, un veloce, quanto gustoso souvlaki, rappresentò il nostro lauto pranzo.
All’appuntamento serale con Georgos, mi presentai con le spalle ustionate, di un bel colorito rosso porpora. Confermai di avere visto una delle più belle spiagge in assoluto, non solo di Creta, ma che avrei benedetto, almeno per l’indomani, un’escursione di terra. Fu così che la mattina seguente ci muovemmo in direzione di Iraklion, ma stavolta in pullman, per proseguire, poi, in quella di Cnosso e visitare le rovine dell’antico palazzo. Tantissimi turisti anche qui, perlopiù accompagnati da guide, come noi del resto. Il palazzo fu costruito su di una collina, Kefala, e ha una storia plurimillenaria, legata anche ai tanti terremoti che lo hanno distrutto e alle tante ricostruzioni, fino ad una ennesima catastrofe naturale alla quale non seguì più nessun altra ricostruzione.
All’inizio del Novecento, l’archeologo inglese Arthur Evans diede inizio a scavi continuativi che portarono alla luce, tre anni dopo, quasi tutto il palazzo. Evans si adoperò anche in una fase, talvolta azzardata, di restauro attirandosi parecchie critiche negative. E’ indubbio che l’utilizzo di materiali quali il cemento, per esempio, poco avevano a che fare con i materiali minoici utilizzati all’origine, così come l’aggiunta del colore giallo su alcune costruzioni di legno. Ma gli è stata comunque riconosciuta una grande creatività e una profonda conoscenza scientifica. Dunque perdonato per i suoi “ritocchini”?
La nostra guida mostrò ironia al riguardo, mentre a noi quell’insieme di rovine fatte di belle sale, di pavimenti di pietra, di portici, di alte colonne ma anche di scale aggiunte in seguito e di affreschi non originali, ci affascinò tantissimo. Senza parlare del mito di Minosse e del Minotauro, di Teseo e del filo di Arianna, che la leggenda vuole legati alla storia del palazzo. Un insieme di elementi tra storia, preistoria e miti che aleggiano intorno a quest’area permeandola a tutt’oggi di seducente magia.
Alcuni degli oggetti originali rinvenuti, li vedemmo più tardi visitando il Museo di Iraklion, dietro palese soddisfazione della nostra guida.
Il bilancio dei primi tre giorni poteva dirsi entusiasmante, potevamo tirare il fiato e prenderci una pausa. In barba alle onde che continuavano a schiantarsi maleducatamente sul bagnasciuga, sfruttammo le altre peculiarità del nostro villaggio calato in un’atmosfera particolarmente gioiosa, così come avveniva in tutta la Grecia in quel periodo.
La vacanza di cui racconto è datata 2004, anno in cui ad Atene si svolsero i Giochi Olimpici. Ben lontani dai drammatici eventi che li avrebbero devastati di lì a pochi anni, gli amici greci si mostrarono orgogliosi della loro macchina organizzatrice e della visibilità acquisita. E anche Georgos, nonostante la stazza, sfoggiava con fierezza una canotta con il logo di Atene 2004. Non sembra neanche vero ciò che è seguito da allora in poi. Ma la Grecia deve presto rialzare la testa: nell’anticamera del paradiso non c’è spazio per catastrofici pensieri!

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