L’ultima estate di Krakatoa

– di Giuseppe Pompameo

La notte di foschia e il cielo rosso fuoco. Il bagliore fatale e, poi, nebbia e sabbia, cielo e acqua furono una cosa sola. E non restò più nulla, inghiottiti anche i quadri di Vladimiro Yerovan, il pittore che dipingeva silenzi.

200803-13-1mOgni anno così. Sparite le nuvole, l’isola ripiombava in quel tempo sospeso, immobile come il cielo di vetro, azzurro flagrante, lassù. Strana specie d’isola, Krakatoa. Era come se, ogni volta, per un quarto di calendario mancasse a se stessa. Tutto cominciava quando, a quella latitudine, tornava l’estate e con l’estate, laggiù, calava un silenzio senza rimorsi. La vita si fermava. Nessuna nave che arrivasse o partisse, nessuna barca che attraccasse più alle banchine del molo, il porticciolo vuoto, un deserto in attesa di fronte all’infinito, neppure gli uccelli a violare quella calma di vento.

Da allora in poi tutto, laggiù, diventava, allo stesso momento, memoria e oblio. Chiusi negozi, chiese, scuole, osterie, uffici, “chiuso per sognare” c’era scritto sui bigliettini lasciati a ingiallire di colla e sole sugli usci dei portoni, sulle saracinesche. Gli abitanti dell’isola nelle loro case a dormire, a riposare i pensieri, quasi che l’aria lieve, soffice come un guanciale, e quella vertigine di blu lunga pressappoco tre mesi, gli narcotizzassero i sensi. Una sorta di letargo, un modo per tagliare i ponti con la realtà.
Così, a osservarla da lontano, Krakatoa galleggiava di schiena, come un guscio cavo nel suo bel mare della tranquillità. Niente provviste, niente cibo, gli uomini, come gli animali, in quel frattempo lungo una stagione, si nutrivano di sogni e nei sogni mangiavano, bevevano, si divertivano, facevano l’amore, lavoravano perfino, nei sogni vivevano e morivano. Ma il bello era che anche i pesci al largo, strambe razze di pesci, s’addormentavano, e facevano sogni liquidi, che erano, poi, gli stessi degli uomini, anzi il loro naturale prolungamento.

Sì, perché in quell’immenso acquario all’aria aperta succedeva spesso che uomini e pesci, nel sonno, si scambiassero i sogni, quasi che obbedissero tutti ad una singolare, bizzarra legge di natura – o di fantasia? -, la legge dei sogni comunicanti. E al risveglio, nelle ore vuote dell’autunno, se li raccontavano, neanche fossero stati il vero e non il verosimile.
Ma che strana isola, mentre altrove impazzava l’estate Krakatoa si metteva fuori dal mondo, dimentica e dimenticata. Solo qualcuno, un’ombra furtiva, restava sveglio, continuava a vivere e a sognare, ma ad occhi aperti. Si chiamava Vladimiro l’unico superstite di quella segreta attesa di nuvole all’alba (perché, laggiù, ognuno era sicuro che, al risveglio, nuvole e vento avrebbero finalmente portato pensieri più leggeri, e meravigliose, struggenti nostalgie, dolcissime malinconie). Si chiamava Vladimiro Yerovan, quello straniero di mezz’età, occhi chiari e sguardi lunghi, e faceva il pittore, dipingeva silenzi. Dalla spiaggia, i piedi affondati nella rena, davanti a un cavalletto e ad una tela disegnava la luce, il buio, immaginava voli radenti, cambi di quota, picchiate di ali sopra il mare, l’azzurra solitudine di uomini e pesci, la linea dell’orizzonte smarginata nell’aria serena delle distanze.

Il blu jeans di tela, le maniche della camicia nero fantasia arrotolate ai gomiti, in testa il basco di tela a quadri bianchi e rossi, Vladimiro dipingeva tutti i giorni, fosse luna o sole.
E come un viaggiatore cieco, mentre il pennello andava su e giù, si smarriva, con quei colori pastello disegnava il fondo bianco delle cose.
Paesaggi, terreferme, infiniti, limbi sottomarini, e poi, ancora, vele, e scialuppe lontane sulle rotte degli annegati, onde e schiuma, passaggi e passaggi, passaggi di nuvole, gabbiani e delfini, balene. Vladimiro, che dipingeva silenzi. Tutto come sempre.

Tranne quella volta. Già, l’ultima estate di Krakatoa…
Una mattina, una piccola, breve nuvola nera che spunta all’orizzonte e, alitata da una fresca brezza di ponente, guadagna la sua distanza, le poche miglia di mare che separano il cielo al largo dalla verticale di silenzio dell’isola. Il solito segnale. La nuvola di passaggio che viola l’azzurro e per un istante copre il sole, lo oscura. Il solito avviso. L’estate di Krakatoa cominciava a finire lì, l’incantesimo era rotto. Un giorno e una notte ancora e si sarebbe ritornati al mondo, alla realtà. Peccato, però, che nel quadro, nel ritratto dell’isola che Vladimiro stava per completare, chissà perché si materializzò all’improvviso un’immagine cupa, prima appena sfumata, poi via via più nitida, un principio d’incubo.
Mezzanotte… L’isola, adesso, sembrava inghiottita da una vertigine di foschia e silenzio. Il cielo rosso fuoco, gonfio di nuvole scure, brontolava da lontano, come un tamburo batteva nel buio il tempo dell’attesa.
La brezza cominciava a soffiare più forte su quella gola di terra, ingrossava il mare, piegava, a folate intermittenti, le punte dei palmizi lungo la marina. Mancava, forse, un quarto all’una e già non se ne poteva più di quella notte da olio su tela. Ma davvero era già successo tutto, o, invece, tutto doveva ancora cominciare? si domandò, inquieto, Vladimiro.

Nel quadro, ormai, i silenzi diventavano rumori di fondo, echi assordanti di tonfi sempre più prossimi alla costa. Nemmeno una traccia di luce annunciava l’alba. In paese, ancora spente le case, il verso delle ombre filtrava appena da scuri serrati come insonnie ad occhi chiusi. Una pallida bonaccia dilatava il tempo, una condensa compatta, sedimento di caligine e nerofumo, che patinava l’aria, la ravvolgeva nel suo bozzolo lattiginoso.
Dei bagliori secchi si inseguivano laggiù, nella curva del cielo, saettando all’impazzata. Sullo sfondo del paesaggio le distanze svaporavano nella luce anodina dell’orizzonte, che neppure annunciava luna, né pioggia, come in un interminabile fermoimmagine della realtà.
Le due… A tratti un refolo di vento invorticava il vuoto. L’isola, la sua gente, assediati da un’invisibile pericolo o blanditi da una misteriosa promessa? E ancora quei rumori di fondo, sempre più vicini, confabulio d’un destino ineluttabile, ormai alle porte, pronto a stanare il groppo dei silenzi, il gioco effimero delle nuvole.

Già, le nuvole… Ora si aprivano e chiudevano in banchi, come un sipario d’ovatta, qualcuna, più incauta, provava a sconfinare al di là delle quattro assi della cornice, ma si dissolveva subito, come lancinata dal sospetto di esistere. Nell’oscurità, le ronde dei cani neri della notte che tornavano sui propri passi, gli occhi accesi, pazzi di terrore, quasi avessero fiutato la minaccia. Ma chi era il regista di quel film senza sonoro, illusione alchemica di polvere e sogno? Magari lo sapevano solo i gatti, furtivi come presentimenti.
Le tre… Adesso la traiettoria dei lampi – ma, poi, erano davvero lampi ? – tagliava in due l’umor nero del cielo Le tre e mezza… L’orologio nella piazza del paese, iperbole del nulla, congegno grippato da mani senz’ombra, rintoccava l’attesa. Ma allora, dov’era il trucco, fuori o dentro il quadro?
Meno venti alle quattro… Per un attimo un bagliore più intenso spezzò l’impasse. Nebbia e sabbia, cielo e acqua, si arrovesciarono, diventarono una cosa sola, s’impastarono d’un sinistro riverbero rosso tenebra. Un artiglio di vento graffiò l’olio sulla tela, poi, di colpo, un gorgo, uno squarcio d’abisso, risucchiò nel quadro Vladimiro, e l’isola con lui. Giusto al centro del ritratto, l’immagine, sfuggita al suo pennello, affondò dentro un buco nero, trascinando via con sé il sonno e i sogni di uomini e pesci.

Le sei… Adesso lassù, il cielo, di nuovo terso, diafana guglia di cristallo, illuminava il silenzio che restava. Sul fondo scivolavano via, all’incontrario, altre stelle, senza nome, puntini accesi sulle “i” della notte. Da uno smaglio nella volta un canapo rotolò giù per chilometri e chilometri d’aria.
Nessuno lo sentì precipitare. Il buio d’un’alba senza vento accese Krakatoa che, ormai, non esisteva più. L’avrebbero chiamata la Piccola Atlantide, nel nomignolo il senso di un presagio postumo, un avviso di futura, fatale assenza. La Piccola Atlantide scomparsa per sempre, con i suoi abitanti, quasi senza accorgersene – ma scomparsa dalla realtà o, piuttosto, dalla fantasia? Forse sparita prima che fosse troppo tardi, che si risvegliasse dal suo sogno, dalla sua fugace illusione di eternità.

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