L’ultimo giorno felice di Oscar Wilde a Capri

– di Giuseppe Aprea

L’invito a colazione di Axel Munthe a Villa San Michele dopo che lo scrittore inglese venne mandato via dal “Quisisana” insieme al suo amante.
Gli ospiti dell’albergo, che conoscevano la storia di Wilde, si erano lamentati della sua presenza.
La passione per Alfred Douglas, il processo per omosessualità e lo scandalo per il romanzo “Il ritratto di Dorian Gray”.
Il carcere, la fuga dall’Inghilterra e l’approdo a Dieppe per essere dimenticato.
La spiaggia di Berneval, Parigi e il viaggio in Italia con Douglas.

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200912-16-2mLa spiaggia di Berneval è il dono d’amore della grande falesia all’oceano, suo sposo: con la forza lui la possiede tutte le notti, fin dai tempi dei tempi. Quelli di lì dicono che è la più bianca e soffice fra tutte quelle di Normandia. Forse è davvero così. Di sicuro, in quel giorno di maggio del 1897 in cui un misterioso forestiero ci mise piede, era molto più profonda di quanto non sia adesso. Perché l’onda da allora non ha mai smesso di portarsene via con sé un granello di sabbia dopo l’altro.
Di quell’uomo, ch’era alto e robusto come un antico vichingo, in principio si seppe soltanto ch’era uscito da pochi giorni dal carcere di Reading, che è sull’altra sponda dell’Atlantico, più giù di Londra.
E che una volta libero aveva attraversato la Manica su di una barcaccia senza nome fermandosi a Dieppe, in terra francese, ma solo per pochi giorni: non appena si era sparsa la voce della sua presenza, la comunità inglese di lì aveva cominciato a mugugnare e lui aveva deciso ch’era meglio andar via….

Perciò era venuto a Berneval: sperava che lì nessuno conoscesse la sua storia. Ed era per questo motivo che l’uomo, che aveva il volto scuro come una nuvola di tempesta, non aveva dato il suo vero nome, ch’era Oscar Wilde, al padrone della locanda accanto alla spiaggia, dove aveva preso alloggio per pochi soldi. Aveva detto di chiamarsi “Sebastian Melmoth”, nome che puzzava di posticcio da lontano un miglio – lui lo sapeva bene – ma esprimeva esattamente il suo stato d’animo di quel momento.
Sebastiano era il martire cristiano penetrato dalle frecce lungo tutto il corpo, Melmoth il cavaliere errante di un’antica novella irlandese.

Tutto ciò che quell’infelice cavaliere cercava, nella quiete marina di quel paesello di Normandia, era soltanto scomparire. Svanire nel nulla. Trasformarsi in aria e disperdersi nell’odore di salsedine che profumava la falesia e le case bianche dei pescatori. E in tal modo essere dimenticato e dimenticare. Così, consapevole che la seconda parte del suo desiderio era l’unica a dipendere (anche) da lui, Oscar Wilde aveva imboccato quella strada faticosa che porta all’oblìo attraverso il ricordo e la sofferenza, e cominciato a scrivere i meravigliosi versi de “The Ballad of Reading gaol”, la Ballata del carcere di Reading. Non vidi mai uomini tristi guardare / Con occhio altrettanto assorto / Quella piccola tenda di azzurro / Che noi prigionieri chiamavamo cielo, / E ogni lieta nuvola che passava / In tanta strana libertà. Due anni trascorsi a desiderare il cielo era stato il prezzo che l’Inghilterra gli aveva chiesto per espiare ciò che doveva essere espiato. Poiché, come egli stesso aveva scritto, “he who lives more lives than one / more deaths than one must die”, colui che vive più di una vita /deve morire anche più d’una morte. Ora che aveva pagato, però, si aspettava in premio l’oblìo del mondo e degli uomini. E l’amore di Bosie, naturalmente.

Bosie, come gli amici chiamavano il giovane lord Alfred Douglas, era il suo amante fin dal principio degli anni Novanta, in cui Oscar Wilde era forse l’uomo più popolare del regno dopo la regina Vittoria: senza alcun dubbio tra i più ammirati ed invidiati. Era nato a Dublino nel 1854 e già giovanissimo, appena uscito con il massimo dei voti dal prestigioso Magdalen College di Oxford, si era rivelato al grande pubblico con una raccolta di poesie. Di lui colpivano già allora la verve irrefrenabile, l’amore per la bellezza e la cultura profonda: doti che ne facevano un brillantissimo, impagabile conversatore o, al contrario, un oppositore vivace e mai domo, di quelli cui basta uno spiraglio per infilarci dentro una lingua sferzante e impietosa. La statura, imponente, ma ancor più i capelli, che portava lunghi, e soprattutto gli abiti, di un’eleganza sempre inusuale e spesso invero del tutto fuori dall’ordinario, contribuivano inoltre a rendere la sua conoscenza un’esperienza assolutamente unica e indimenticabile per chi avesse la ventura di farla.

L’enorme successo e l’altrettanto grande scandalo suscitato dalla sua novella The picture of Dorian Gray la storia di un giovane cui viene concesso per magia di vivere tra vizi e dissolutezze, mentre i guasti fisici che ne derivano vengono registrati soltanto da un suo ritratto, in cui appunto il volto va coprendosi di terribili rughe giorno per giorno – avevano fatto di Wilde un autore ed un uomo famoso in tutta l’Europa. E dell’anno di quella improvvisa e prorompente notorietà, il 1891, il punto d’inizio tanto della sua fortuna di artista, quanto della sua tragedia di uomo.

Quando aveva conosciuto il giovane Alfred Douglas, innamorandosene perdutamente, Wilde era sposato con Constance Lloyd, la figlia di un avvocato irlandese che gli aveva dato due figli maschi, di nome Cyril e Vyvyan. Aveva già avuto, in passato, qualche avventura omosessuale, ma con Bosie, precoce e vivo talento di poeta uraniano, perduto però tra i marosi di un’anima ribelle e un po’ violenta, si trattava di qualcosa di profondamente diverso. Soprattutto per lui, Oscar. Una passione travolgente, cui nessun essere umano avrebbe potuto opporre resistenza. Un amore tanto impetuoso da trascinare via con sé qualsiasi altro sentimento, da disintegrare ogni forma di pudore. Così dannatamente pieno di verità e così doloroso, da sembrare un amore eterno fin dal primo attimo.

Quando l’unione tra i due uomini era diventata cosa pubblica, la reazione che si era scatenata tutt’intorno era stata feroce. Il padre di Alfred, Lord John Sholto Douglas nono marchese di Queensberry, che già aveva in odio quel suo figlio “degenere”, aveva immediatamente associato nello stesso sentimento anche il suo maturo amante e progettato di distruggerlo alimentando lo scandalo, anziché tentare di arginarlo. Così, non riuscendo ad incontrarsi faccia a faccia con Wilde, aveva progettato di insultarlo ed umiliarlo in pubblico la sera della prima della sua commedia “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, al St. James’s Theatre di Londra. Ma non essendo riuscito neanche in questo proposito, aveva infine lasciato per lui, al club di cui entrambi erano soci, il ricercatissimo Albermarle, un biglietto personale. C’era scritto “A Oscar Wilde, che posa da sondomita …”: proprio così, con una enne clandestina e alquanto ridicola…!

Sarebbe bastato ignorarlo, quel biglietto ch’era uno schiaffo di sfida. Sarebbe bastato ridurlo in mille pezzi là per là, davanti a tutti. E farci su una risata, affogando il tutto sotto una cascata d’ironia. O quantomeno fingere indifferenza e prendere tempo, e con il tempo poi dimenticarlo, l’affronto di quel genitore bigotto e un po’ patetico. E cancellare insieme a lui tutto quel mondo cinico e moralista che si agitava intorno. In fondo da dove comincia la vera trasgressio ne, se non dal sesso e dalle sue regole da sovvertire? E chi, se non lui, Oscar Wilde – l’esteta, il dandy, l’artista, l’anticonformista per investitura divina – poteva sperare di riuscirci?

Bosie decise invece che quello era il momento di chiudere i vecchi conti con un genitore che non aveva mai amato. Si convinse che citarlo in giudizio per calunnia e fargli rimangiare in pubblico quella sua arrogante intolleranza sarebbe stata la giusta vendetta. E alla fine convinse anche Wilde, che non seppe dirgli di no, spingendo il suo candore fino ad immaginare che l’avvocato del marchese di Queensberry, che aveva appreso essere Edward Carson, vecchio compagno di studi al college a Dublino, avrebbe sicuramente avuto una condotta amichevole nei suoi confronti … Il processo era cominciato all’Old Bailey il 9 di marzo del 1895 e si può dire che fin dall’inizio si era intuito che le cose, per il giovane Douglas e per Wilde, si sarebbero messe male. Era apparso chiaro non appena si era cominciata a dispiegare la strategia di Carson (che naturalmente nulla aveva di amichevole) che passava attraverso tutta una serie di domande, sempre più allusive, poste al commediografo seduto sul banco dei testimoni.

“Ritenete voi possibile, signor Wilde, che qualcuno possa ritenere perverso il vostro romanzo ‘Il ritratto di Dorian Gray’?” – aveva chiesto subdolamente Carson subito dopo le prime domande di rito. “Forse – aveva risposto l’interrogato, tra l’ingenuo e lo sprezzante – ma solo dai bruti e dagli ignoranti. Le opinioni dei filistei, mio caro, sono di una stupidità incommensurabile…!”
“E come sono da interpretare, secondo voi, frasi come ‘le tue labbra di petalo di rosa rossa’ o ‘la tua flessuosa anima aurata’, che leggiamo nelle vostre lettere, che tutte cominciano con le parole: ‘Bosie, mio caro e meraviglioso ragazzo’?”, aveva insistito l’avvocato, incalzando Wilde.
“Volete dirmi, di grazia, se questo è, a parer vostro, il genere di lettera che un uomo scrive ad un altro uomo … signore?”

Era stato a quel punto, prima ancora che cominciasse la sfilata dei testimoni – prostituti frequentati in quegli anni da Oscar e Bosie e rintracciati dagli investigatori, ingaggiati a forza di sterline dal marchese – che il difensore di Wilde aveva consigliato al suo cliente di non presentarsi alla seconda udienza.
Così era stato. Ma in tal modo era riuscito a contenere l’umiliazione, non certo a cambiare il verdetto: non solo lord Queensberry, alla fine, era stato proclamato innocente dal reato di calunnia, ma il giudice supremo Collins aveva sentenziato pure che egli aveva avuto ragione a sollevare la questione. Proprio perché essa esulava dalla sfera privata e andava a riguardare il bene pubblico. I fatti richiedevano quindi un approfondimento ed un nuovo processo, aveva deciso. In esso Wilde, questa volta da imputato, avrebbe dovuto difendersi dall’accusa di essersi macchiato di gross indecency, di grave immoralità. In una parola: di omosessualità.

Era la fine. Malgrado gli amici più cari e la stessa moglie Constance lo implorassero di fuggire, di raggiungere Dover e imbarcarsi per la Francia, Oscar Wilde decise di affrontare anche questo giudizio. Il cui esito era già era scritto sulle acque grigie del Tamigi.
“What is the ‘Love that dare not speak its name’?” gli chiese l’avvocato Gill, pubblico ministero di quel secondo processo, in una fase del controinterrogatorio, riferendosi al verso di una poesia che Bosie aveva scritto dedicandola al suo innamorato. In esso l’amore omosessuale era appunto “l’Amore che non osa pronunciare il proprio nome”.

“L’amore, che non osa dire il suo nome in questo secolo, è il grande affetto di un uomo anziano nei confronti di un giovane – rispose Wilde con tono solenne e una punta di orgoglio, tra i risolini sarcastici e gli applausi di un pubblico diviso. – E’ lo stesso che esisteva tra Davide e Gionata, e che Platone mise alla base della sua filosofia. Lo stesso che si trova nei sonetti di Shakespeare o nelle opere di Michelangelo…”.
L’austero giudice Wills non conosceva i Dialoghi di Platone sull’Amore e l’Amicizia, o forse non ne ricordava più il significato: chiuse perciò il processo senza dubbi residui ed alcuna esitazione, condannando l’imputato a due anni di carcere duro. E a scanso di equivoci, mentre l’aula si riempiva degli schiamazzi degli spettatori, ora uniti nel grido “vergogna! vergogna!…”, aggiunse che a suo parere la pena era inadeguata alle colpe odiose dell’imputato. Fu subito dopo queste sue parole che, vinto dalla disperazione, Oscar Wilde perse i sensi e fu portato via a braccia.

Quando ebbe scontata la condanna, e uscì infine dalle mura Reading, Wilde era un altro uomo. Grigio dentro, tremolante nell’incedere e nei gesti, con lo sguardo perso ed il volto pallido di un uomo che riemerge dalle macerie che l’hanno inghiottito durante un terremoto. Non aveva più nulla: né denaro, né più una famiglia, dal momento che sua moglie Constance aveva chiesto ed ottenuto perfino di mutare il suo cognome, e quello dei suoi figli, in Holland. Un solo desiderio gli era sopravvissuto nell’animo: rivedere Bosie che in tutti quei giorni e in tutte quelle notti disperatamente aveva invocato, senza che mai lui si fosse degnato di farsi vivo. E fuggire con lui non importa dove … in qualunque luogo gli uomini gli avessero permesso di vivere. E così, dopo il periodo a Berneval e qualche mese trascorso a Parigi all’hotel Alsace di Rue de Beaux-Arts, Wilde e Douglas vennero in Italia, e a Napoli.
A metà ottobre 1897 giunsero a Capri per una gita che doveva durare tre giorni. L’idea – Oscar l’aveva anticipata al suo amico Reginald Turner, in una lettera – era quella di rendere omaggio a Tiberio deponendo un fiore sulla sua tomba, o almeno dedicandogli un pensiero: in fondo era a lui che si doveva quell’aura di libertà che soffiava sulle colline verdeggianti di quella bella isola!

Bosie sembrava particolarmente felice, il giorno che arrivarono: lui conosceva bene Capri, perché ci aveva trascorso due mesi dell’estate precedente in compagnia di Robert Ross, il suo amico Robbie, il quale tutti nel giro ne erano informati era stato il primo uomo con cui Wilde avesse avuto una relazione, anni prima. Ad ogni modo, Douglas e Ross avevano trovato alloggio al primo piano di Villa Federico, una delle poche case che allora costeggiava la via Pastena. Insieme avevano imparato ad amare l’isola pian piano, percorrendone le stradine, conoscendone gli abitanti e frequentandone i residenti stranieri, tra i quali molti erano quelli di origine anglosassone. Tra gli inglesi, i decani erano stati Henry Wreford, che per anni aveva raccontato ai lettori del Times delle imprese di Garibaldi, e George Sidney Clark, un medico capitato lì da Liverpool prima della metà dell’Ottocento. A quest’ultimo, che aveva avuto la straordinaria intuizione di un sanatorio, il Qui-si-sana, diventato pian piano uno degli alberghi più famosi del mondo, l’isola per gratitudine
aveva regalato da subito anche una bella sposa di nome Anna.

Nel tempo di cui parliamo, per l’appunto, il Quisisana era già un “Grandhôtel”. Il suo proprietario, che era un self- made- man locale, tale Federico Serena, lo proclamava con fierezza nella scritta fatta imprimere sulla porta di cristallo che si apriva sulla hall. Il servizio era inappuntabile, la cucina internazionale. La sala da pranzo dell’albergo racchiudeva perciò uno straordinario caleidoscopio di profumi e di emozioni, in un inseguirsi vorticoso di comande e di inchini. Tra i commensali, seduti alle lunghe tavole, tutto era lusso e vanità.
Qua e là luccichìo di perle, scintillìo di sete, tintinnìo di calici preziosi.
Quando la sala era gremita, era del tutto impossibile mettere a fuoco anche uno soltanto di questi particolari; quando era vuota, invece, il soffitto arabescato attraeva gli occhi del visitatore attento. Subito dopo, però, ogni sguardo veniva inesorabilmente rapito dall’elegante arcata che tagliava in due l’ambiente: su di essa l’incontro solenne fra due cortei di grifi, creature per metà aquile col becco adunco e per metà leoni con le zampe artigliate.

Forse fu proprio quel frammento di mito la prima cosa che Oscar Wilde notò, entrando con Alfred Douglas nella sala da pranzo del Quisisana. Forse fu anche l’ultimo raggio di sole che lo scaldò, prima che le nuvole si addensassero sul suo capo e la tempesta si materializzasse improvvisa nella faccia scura per l’imbarazzo di Federico Serena, che veniva a chieder loro gentilmente di andar via. Molti dei commensali di quel giorno erano inglesi, disse, accarezzandosi nervoso i baffi ben curati. Clienti abituali, gente importante: principi, banchieri e dame d’alto rango che venivano in villeggiatura già da anni in albergo. Era accaduto che alcuni di essi – “un pò bigotti, ne convengo…”, aveva aggiunto quasi a scusarsi – avevano riconosciuto i nuovi arrivati e si erano lamentati della loro presenza.
“Sapete, la vostra notorietà è tale che … – il padrone di casa parlava abbassando gli occhi, sempre più incespicando nelle parole – il proce … ehm.. insomma, la cosa… ha fatto un tale scalpore che …”. “Lor signori comprenderanno di certo la delicatezza della mia posizione…!”, aveva infine tagliato corto Serena, accomiatandosi dai suoi ospiti con un inchino ed un rapido passo all’indietro.
Non è possibile esprimere con semplici parole il senso di desolazione che questa uscita di scena lasciò dietro di sé. Né il gelo, né il silenzio lacerante che accompagnò la fuga di Oscar e Bosie dalla sala da pranzo del Quisisana. Non è però difficile immaginare quali fossero i loro pensieri ed i loro discorsi mentre risalivano, senza una meta precisa, la via Hohenzollern ed i passi li conducessero fatalmente nella piccola piazza del paese.

Fu forse il fato, pentito di tanta crudeltà, a sospingere verso quello stesso luogo, in quello stesso tempo, uno degli spiriti più liberi che soggiornasse allora nell’isola. Era il dottor Axel Munthe, lo svedese proprietario della villa San Michele, ad Anacapri. Uno dei medici più apprezzati e più famosi del suo tempo, amico personale e forse molto di più della regina Vittoria di Svezia, ch’era anch’essa tra gli ospiti sedotti dall’isola. Munthe conosceva lord Douglas, e conosceva di fama anche sir William Wilde, il padre di Oscar, chirurgo personale della regina Vittoria d’Inghilterra. Incontrare ed invitare a pranzo i due viaggiatori inglesi nella sua meravigliosa casa affacciata sul golfo di Napoli fu una cosa sola.
“Ci hanno negato anche il pane …”, confidò in francese Wilde al suo generoso ospite, rivelandogli subito della bruciante umiliazione subita e di quella malinconia che non voleva saperne di lasciarlo. Più tardi, a tavola a San Michele di Anacapri, poche delle poche parole di quello svedese, che nascondeva gli occhi dietro spesse lenti oscurate, gli furono sufficienti per intuirne lo spessore. Ma soprattutto il commediografo avvertì intorno a lui – misteriosa, potente, purificante – l’energia che emanavano le vestigia del passato che illeggiadrivano quel luogo già incredibilmente suggestivo, sistemate qua e là.

Quell’incontro era destinato a rimanere uno dei pochissimi momenti di serenità nei poco più di mille giorni che costituirono la vita di Oscar Wilde dopo la fine della sua prigionia nel carcere di Reading.
“Bosie ed io abbiamo fatto colazione con il dottor Munthe, che ha una villa incantevole, ed è un grande conoscitore delle antichità greche scrisse a Robert Ross da villa Giudice a Posillipo – Lui ha una splendida personalità”. E ancora, quello stesso martedì 19 ottobre 1897: “Bosie è a Capri. Io sono rientrato ieri, perché soffiava lo scirocco e pioveva. Lui è a cena da mrs. Snow”.
Mrs Snow – sia detto per inciso – era una ricca americana che abitava all’ultimo piano della villa Ferraro, appunto in via Hohenzollern. La sua però è un’altra storia e nulla ha a che vedere con quella di Wilde. Che si avvia tragicamente al termine. Oscar Wilde morì a Parigi, povero e infelice, il 30 novembre del 1900, in una stanzetta di un albergo orribile dal nome squillante e fascinoso: l’Hotel des Beaux-Arts.
Aveva quarantasei anni.
Da allora riposa sotto i cipressi del cimitero di Père Lachaise, in compagnia di Proust, Molière e di tanti altri di cui oggi il mondo avrebbe un disperato bisogno. Chi voglia visitare il Père Lachaise accetti il consiglio di uscirne, alla fine del percorso, attraverso il cancello che si apre su Vue de Charente. C’è lì subito un primo, vicinissimo bistrot che qualcuno ha avuto l’eccellente idea di chiamare “La Renaissance”, la rinascita. Già la speranza fa bene all’anima, ma dicono che si mangi anche bene….

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