L’ultimo paladino degli orologi da torre

– di Caterina Ruggi d’Aragona

Salvatore Ricci vive a San Marco dei Cavoti. Ha passato la vita ad arrampicarsi su torri civiche e campanili per riparare contrappesi e ruote dentate.
Finissimo intenditore e proprietario di oltre cento orologi antichi ha dato vita a un originale Museo. L’incontro con i Trebino di Genova e la scoperta della sua vocazione fuggendo da un oscuro lavoro a Torino nella Fiat.
Gli insegnamenti di Giancarlo Del Vecchio, rinomato storico d’orologi.

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200804-10-3mMolto più che un collezionista di orologi. Forse l’ultimo custode del segreto del tempo che fugge, inesorabilmente.
Salvatore Ricci da San Marco dei Cavoti, un borgo di quattromila abitanti arroccato in mezza montagna a 36 chilometri da Benevento, noto come il paese dei torroncini, è un maestro orologiaio. Ha passato la vita ad arrampicarsi per torri civiche e campanili, a dondolarsi su contrappesi e a sintonizzare la musica prodotta dalle ruote dentate, per riparare e montare i meccanismi degli orologi da torre, destinati a scomparire.
Capì presto che non gli bastava ridare vita a quegli orologi: la sua missione era sottrarli all’incuria del tempo.

Per secoli, i rintocchi degli orologi civici hanno scandito la vita contadina e regolato le ore di fatica, e hanno sottolineato l’interminabile passare dei minuti in attesa di dolci e appassionati appuntamenti. Il campanile è rimasto punto d’incontro nei più piccoli centri; ma la sua manutenzione non rientra quasi più nei bilanci comunali. Pratici congegni elettrici hanno preso il posto delle vecchie macchine, che continuano comunque a testimoniare la sapienza artigiana dei costruttori, “razza” in via d’estinzione.
Non trova discepoli Salvatore Ricci, Cavaliere al merito della Repubblica dal 2001, che recentemente ha avuto l’incarico di riparare l’orologio del convitto “Vittorio Emanuele II” in piazza Dante a Napoli, «unico in Europa – dice – perché preciso per 100 anni, grazie a un quadrante che è l’equazione del tempo».
Da autodidatta, come ama sottolineare, Ricci è diventato non solo uno dei massimi esperti di meccanismi, ma anche un finissimo intenditore e il proprietario di una collezione di oltre cento orologi, per lo più del Seicento, Settecento e Ottocento, ma anche del Cinquecento, recuperati attraverso permute, doni e acquisti da privati o da ditte costruttrici.

La metà di quel patrimonio, acquistata nel 2000 dal Cnr, ha trovato un'”isola” nel Museo dell’Orologio da Torre fondato a San Marco dei Cavoti attraverso un progetto pilota che previde prima l’esposizione permanente al mercato coperto e poi la sede definitiva nel centro storico, terminata pochi mesi fa.
L’approdo è stato arduo e le cime non sono ancora sicure, perché altri cinquanta pezzi, tra cui meccanismi di orologi civici, ma anche orologi da polso e da taschino, devono essere ancora acquisiti. Solo allora sarà davvero popolato, secondo le intenzioni del maestro, l'”isolotto” in cui maestosi ingranaggi fermano il tempo per scandirne loro stessi il fluire.

Ancora “naufrago” è il più antico orologio da torre originale al cento per cento, un meccanismo basato sul dispositivo regolatore denominato “foliot”, precursore del pendolo di Galileo. A differenza dell’orologio del campanile di Salisbury (1396), che a lungo è stato considerato il primo esemplare nel mondo, il meccanismo di Ricci non ha subìto modifiche: sono intatti perfino il foliot curvo del secondo ‘400 e le due ruote sistemate in verticale, tipiche del primo ‘500. Il gioiello tecnologico, perfettamente funzionante, è custodito in un garage, in attesa che venga sistemato opportunamente nel Museo. D’altronde, il garage è l’anfratto segreto dell’anziano maestro, lo scrigno blindato in cui conserva i suoi preziosi: non solo il più antico meccanismo, ma anche esemplari di epoche successive e sue creazioni, come due orologi a cucù.

Il museo rappresenta per lui una «rivalsa sociale» da una vita connotata dalla povertà. Racconta: «Sono nato l’1 gennaio 1930 nella contrada di Santa Lucia, ai piedi di San Marco dei Cavoti, da una famiglia di contadini. Mi accorsi presto che mentre i miei coetanei andavano a scuola, io mi stavo rassegnando ai mestieri. Feci il calzolaio, l’impiantista, il “piazzista” di macchine da cucire in giro per l’Italia, l’orefice e l’orologiaio: risultavo sempre il più bravo, ma non riuscii mai a ricavarne proventi sufficienti».
Sin da bambino, Salvatore aveva coltivato una passione ossessiva per l'”antico”: raccoglieva qualunque manufatto gli capitasse tra le mani, purché fosse di un’epoca remota, e lo nascondeva in casa. Si sposò nel ’59 con una maestra elementare. «Dopo poco, fui assunto in Fiat a Torino e credetti di aver toccato il cielo con un dito. Invece, lavorare in fabbrica fu per me come vedere l’ultima luce del sole. Tornai da mia moglie a San Marco dei Cavoti, dove aprii un’orologeria e oreficeria. Venivano da ogni dove per le riparazioni, però guadagnavo davvero poco».

Quel lavoro gli permise di arricchire la sua collezione. «Conservavo – dice – tutti gli oggetti che la gente mi lasciava in permuta: orecchini, orologi da taschino, oggetti d’ogni specie.
Non pensavo ancora al museo; semplicemente conservavo, come un avaro». Il suo destino era segnato.
Ecco la svolta: «Un’estate arrivarono da Genova i Trebino, titolari di una delle maggiori ditte costruttrici di orologi da torre a livello mondiale, per montare l’orologio elettrico sull’edificio scolastico di San Marco, e mi presero come elettricista.
L’anziano Roberto Trebino, osservandomi al lavoro, mi disse che avevo ‘il millimetro nel cervello’ e mi propose la rappresentanza del Meridione; ma io non avevo esperienza nel commerciale e decisi di dedicarmi alla gestione e manutenzione del nostro orologio.

Accettai, invece, venti anni dopo e in poco tempo iniziai a vendere al Sud più di quanto facessero i titolari in tutta Italia». Nel 1979, Ricci acquistò del maestro napoletano Matteo De Vivo il suo primo meccanismo, un esemplare del 1731; poi la collezione si arricchì, la fama crebbe e arrivò, inaspettata, la promessa di una puntata di “Portobello” su di lui. «Ho sempre sospettato che fosse stata mia moglie – dice Ricci – a telefonare in redazione. Io fui ricevuto a Milano dalla sorella di Enzo Tortora, Anna, che mi congedò assicurandomi che avrebbero programmato la trasmissione». Una settimana dopo, Tortora fu arrestato e il sogno sfumò.
A Milano, comunque, Salvatore conobbe Giancarlo Del Vecchio, rinomato storico d’orologi, già manipolatore di borsa, oggi 90enne, di cui dice: «È stato il mio maestro. Fece stampare per me, che non ero mai andato a scuola, libri fuori commercio, mi insegnò a riconoscere i meccanismi e mi esortò sempre a conservare gli orologi che trovavo».

Acquisita competenza, Ricci allestì la sua prima mostra a San Martino Valle Caudina; espose a Benevento – e quella volta sì, fu ripreso dalla Rai – a Castelfidardo, dove trovò la fama determinante per creare il museo, che vide la prima luce con la mostra a San Marco dei Cavoti nel 1997.
Il viaggio solitario percorso saltellando tra torri campanarie ha trovato un approdo, ma ha sempre avuto una piccola “isola del tesoro” nello studiolo privato. Accedervi è privilegio per pochi: decine di gatti ne ostruiscono l’ingresso; di fianco alla porta c’è un grande quadrante, modernissimo, di plastica, che sembra contraddire il suo amore per l’antico, la maestria artigiana, la collezione; ma è lui stesso a impedire che i pensieri si confondano. «Quello sta bene – dice – in balìa delle intemperie». Sembra rappresentare l’antitesi dell’Orologio, di cui si celebra invece l’apoteosi al di là dell’uscio.

La bottega di Salvatore Ricci ha i sapori della sua vita. Arnesi da lavoro, quadranti in riparazione, manufatti, meccanismi da collezione raccontano gli anni del maestro, le “traversate” alla ricerca di pezzi unici, le spedizioni di soccorso ai campanili, gli approdi sulle torri civiche, le giornate di lavoro al banchetto.
La magia, praticata in solitudine, diventa sinfonia all’interno del Museo dell’orologio da torre. Quando il loro unico direttore li sfiora, meccanismi freddi – come possono esserlo ferro e pietra – composti da ingranaggi complicati e immobili, improvvisamente cominciano a girare su stessi, rincorrendosi e coinvolgendo, nella frenetica e momentanea attività, leve, pali, ali, ruote, pistoni, catene. E il repentino cambio di stato dà vita, grazie a un rintocco, poi due, poi tre, a un vero concerto. Orgoglioso ed enigmatico custode della magia, Salvatore Ricci sorride. Poi dipana i fili dell’evoluzione tecnica della misurazione del tempo: dagli strumenti primitivi – sentinelle, obelischi, bastoncini combustibili, clessidre – alla meridiana, fino al primo orologio meccanico creato nel 1364 dai fratelli Dondi a Padova e al pendolo di Galileo.
Ma ripiomba nella malinconia perché sa che gli orologi meccanici hanno fatto il loro tempo e il segreto del tempo, probabilmente, viaggerà con lui.

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