L’uomo che ha fatto il presepio per Bush

– di Pietro Gargano

In quella ferita di pietra che è il budello di via San Gregorio Armeno, affollato laboratorio artigianale nel dedalo dei vicoli della Napoli antica, Peppe Ferrigno è il grande maestro del paesaggio di sughero della Natività.

La sorella Titina realizza fiori di carta e di stoffa che fu la prima attività della famiglia.
Lucio Ferrigno, ogni anno, crea quattro statue di creta e di stoppa raffiguranti i più grandi artisti napoletani.
Alla scoperta dell’oro zecchino di Cesarini e delle opere dei Lebro, i giganti del restauro.

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200312-15-3mSalendo alle colline sacre, i greci e poi i romani di Napoli – quelli dei tempi prima di Cristo – si fermavano dagli artigiani della terracotta per scegliere le statuine da donare a Demetra dea di ogni abbondanza oppure a Cerere dispensatrice di grano d’oro. Quei remoti ex-voto pagani impastati nell’argilla venivano realizzati nel labirinto dei vichi napoletani, nella zona oggi chiamata San Gregorio Armeno. I napoletani del terzo millennio vanno ancora lì per comprare un pezzo nuovo da collocare sul presepio: un pastore delle meraviglie, Benito dormiente, un suonatore della banda dei Mori, uno zampognaro, che sostituiscano quelli ormai scheggiati dal tempo.
Il presepio tollera ogni anacronismo, mette insieme il legionario romano dell’anno uno e il cacciatore col fucile di molti secoli più tardi. E’ una specie di Vangelo tradotto in dialetto e insieme uno specchio dell’immaginazione popolare. Da qualche anno accanto alle figurine tradizionali trovi quelle di George W. Bush dalla faccia tosta, di Madre Teresa di Calcutta e del Papa, di Berlusconi e di Bossi. Per commercio e per senso della vita che passa, il presepio oggi è pure un documentario della vita e della morte sul pianeta.
Con le sue botteghe, con le sue bancarelle, San Gregorio Armeno è il luogo per antonomasia del Natale napoletano, ma è qualcosa di più, perché molta parte della storia della città comincia e finisce lì, in quella ferita di pietra nella tortuosità dei vicoli.
Nella penombra compatta della sua chiesa, Santa Patrizia scioglie il proprio sangue nel miracolo a comando, un generoso arrossire a beneficio di chiunque abbia bisogno di un segno di conforto. La teca d’argento col prodigioso umore della santa brilla a pochi passi dalle grotte di sughero in cui l’avvento della vita fu segnalato da una stella cometa. E’ l’eterna contiguità tra luce e tenebre: a Napoli il culto della Nascita eternamente si intreccia con quello della Morte. Guardate bene le due colonne indorate da secoli sulla facciata di San Paolo Maggiore, vengono dal tempio dei Dioscuri, dal profondo passato. Capirete allora perché i tradizionalisti fanno nascere Gesù nello scenario di sughero di un presepio, non in una grotta bensì tra mozziconi di colonne: le rovine del Tempio, a rappresentare la vittoria della vera fede sui culti pagani.
Napoli è strana, non si stacca dal suo passato – pure le pietre di ogni epoca stanno lì, le une sulle altre – e riesce a sembrare più vecchia di quanto non sia. Ne risente perfino la tradizione artigianale di San Gregorio Armeno. Saresti pronto a giurare che i maestri pastorali discendano per linea diretta da quelli che facevano le statuette di Demetra e di Cerere, duemila e passa anni fa, e invece non è così. Anche i maestri artigiani si sono arrangiati in ondivaghi mestieri, ed è perfino più bello.
Prendete i Ferrigno, mastro Peppe dalla faccia stampata sulle riviste di mezzo mondo e suo figlio Marco che ha preferito la creta alla laurea in economia e commercio. La loro famiglia, un tempo, produceva anche fiori di carta e qualche ramo lo fa ancora. Il povero boom economico i Ferrigno lo conobbero tra gli anni Trenta e Cinquanta, quando uomini smargiassi e zè maeste andavano da loro per farsi infiorare le enormi automobili destinate al pellegrinaggio alla bella Madonna di Montevergine.
I Ferrigno ornavano pure i carri di Piedigrotta. Poi si ammosciarono la fede e la parata settembrina e i Ferrigno fecero soprattutto pastori, belli.
Senonché negli anni Sessanta venne un altro tipo di crisi. La plastica invase case e moda, diventarono di plastica pure i pastori. Gli affari languirono. Che fare? Peppe, dopo molto penare, ebbe l’idea giusta. Andò dai parroci della zona e spiegò. I preti, la domenica, dissero che pure Adamo ed Eva erano nati da un impasto di creta e che usare pastori di plastica se non era un peccato poco ci mancava. Progressivamente il mercato si riassestò e nel 1969 Peppe Ferrigno, primo fra tutti, potè aprire bottega l’intero anno. Adesso ha anche un negozio sulla laguna di Venezia e allestisce presepi per capitali lontane: uno l’ha venduto a Bush, un altro a Juan Carlos di Spagna. E’ al centro di un film-documentario, “Natale rubato” di Pino Tordiglione, premiato all’ultima Mostra di Venezia. I Ferrigno li trovi su Internet. Spiega Marco: “Se non hai una mente imprenditoriale, oggi non puoi fare neppure l’artigiano”.
Titina Ferrigno, sorella di Peppe, invece, continua a realizzare fiori di carta o di stoffa. E’ sordomuta, ti parla con gli occhi a meraviglia ed è una grande artista. Come lei, fa fiori Lucio Ferrigno (figlio di Umberto che plasma la cera); Roberto de Simone si è rivolto a lui per decorare palcoscenici, così hanno fatto altri registi famosi. Lucio realizza pure statue ad altezza naturale, testa di creta e corpo di stoppa, dei più grandi artisti napoletani, da Totò ad Eduardo; ne fa quattro all’anno, non una di meno, non una di più.
Giuseppe Cesarini, altro pastoraro aiutato dai figli, è anche specialista nel restauro di oggetti di arte sacra; usa i materiali più disparati, è un maestro nell’uso dell’oro zecchino. E’ stato allievo dei fratelli Lebro, i giganti, forse i più grandi del mondo nel loro rarissimo mestiere. Rosario e Antonio Lebro lavorano nel palazzo, all’inizio del vicolo salendo a sinistra, in cui gli avi cominciarono nel 1835. Hanno realizzato migliaia di capolavori di restauro, tra cui il presepe Cuciniello orgoglio del Museo di San Martino. Sono celebri in Francia, hanno fatto il plastico per il presepio di Rouen. Accanto a loro c’era Antonio, trent’anni, figlio di Rosario, corsi di restauro al Suor Orsola. Ha portato il vento nuovo. Per decenni i Lebro documentarono le varie fasi del lavoro con i disegni; poi venne la macchina fotografica. Adesso ha fatto irruzione il computer con relativa web cam.
Così tradizione e modernità si mescolano nell’antica ferita di San Gregorio Armeno dove vedi perché Napoli vive sospesa nel tempo.

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