L’uomo che si imbarcò a Marsiglia e divenne lo scrittore del mare

– di Valeria Serra

Suggestione di Joseph Conrad.
Quel primo viaggio fu un amore senza ritorno.
Capitano di lungo corso da un clipper a un brigantino per mete sempre più lontane. I porti di luce di Giava, del Borneo, della Malesia.
A bordo del “Cutty Sark” sulle rotte del tè.
La prua dell'”Otago”, recuperata dall’editore Ugo Mursia, si trova oggi al Museo milanese della scienza e della tecnica, omaggio allo scrittore che aveva navigato sul brigantino a palo.

200703-14-1m

200703-14-2mIo l’ho visto. Sì l’ho visto stamani all’alba, in sogno. Ci sono brigantini che solcano il cielo.
Era proprio lui. Il mio Conrad. Fu mio padre a farmelo leggere. Gli chiesi (avevo sedici anni) qual è il più grande scrittore di tutti i tempi? Conrad. È lo scrittore assoluto.
Sono i suoi romanzi che hanno illuminato gli anni dell’adolescenza; che hanno determinato in modo irreversibile la fame di lettura, l’hanno resa inestinguibile e le hanno infuso la certezza di non poter più sfuggire alla fedeltà di quelle ore consumate tra le pagine. Se scopri Conrad é per sempre, una pagina vivente.
Amava – come me – le navi, e i sud del mare. Le navi e il mare erano la cifra del suo essere uomo nel mondo, le amanti di tutta una vita, diceva. Ma non è esatto dire che fu il più grande scrittore di mare e di esotismo:
Il centro del suo mondo è l’instancabile e ostinata esplorazione di quell’oceano che è l’anima dell’uomo; in lotta con il sogno, le follie, le illusioni, le passioni. Conrad scelse il mare come teatro dei romanzi, perché per raccontare gli uomini cercava “un elemento altrettanto inquieto e mutevole”.
Nacque lontano dal mare, in una cittadina dell’Ucraina polacca, allora assoggettata alla Russia nel 1856 e si chiamava Teodor Jósef Konrad Naleçz Korzeniowski. Famiglia della piccola nobiltà, padre letterato e patriota, un’istitutrice francese che lo introdusse alla lingua di Balzac e Maupassant. Poi l’esilio in Russia dei genitori e la loro morte precoce. Studiò a Cracovia da uno zio che lo adottò; fino al giorno in cui, a diciassette anni, l’incontro con un richiamo inevitabile: il sogno che gli premeva dentro. Il mare.
Da giovane era partito in treno per Marsiglia: l’esordio somiglia a quello di alcuni di noi. Un desiderio che prevarica tutto: prendere il largo. Lo presero come passeggero pagante sul veliero “Mont Blanc” destinazione Martinica, e fu un amore senza ritorno. Vent’anni sul mare, e il resto della vita speso a scriverlo, fino all’ultimo giorno, il 3 agosto di ottantaquattro anni fa.
“C’è una grandiosa indeterminatezza affermava – nelle aspettative che hanno condotto ciascuno di noi verso il mare”. Era vero.
Una grandiosa indeterminatezza. Che è come dire giovinezza. Conrad non sapeva che quella prima navigazione nell’oceano lo avrebbe portato in pochi anni da marinaio semplice, a capitano di lungo corso. Scendeva da un clipper e s’imbarcava su un brigantino: navigava lungo rotte sempre più lontane. Da Londra a Sydney, da Amsterdam a Giava, viaggio che lo ispirò alle vicissitudini di Mac Wirr, indimenticabile protagonista di Tifone, o da Bombay a Bangkok, fino alla seduzione immaginifica delle isole del Borneo o della Malesia, e ai loro porti di luce, di nostalgie e mistero, che immortalava come nessun altro. Sedotto dai bassi del porto di Bangkok, “fastosi e diroccati, in rovina sotto la luce verticale del sole, luce che sembrava penetrare nel petto ad ogni respiro”. Nelle immagini che lo ritraggono appare sempre assorto, con la mente altrove e la fronte pensosa. E i pensieri come invasi da quel mare che si portava dentro. Mai davvero solo, come i capitani della sua letteratura. Sempre legato all’essenza delle sue navi a vela, con le quali stabiliva un legame istintivo, profondo. Ecco cosa scrive ne “La linea d’ombra”, quando il capitano si reca al porto per assumere il comando del brigantino che fu nella realtà l'”Otago”, sul quale Conrad navigò nel Pacifico del sud:
“Vidi, alla prima occhiata, che era una nave di gran classe, una creatura armoniosa nelle linee del corpo fine e nell’altezza proporzionata dell’alberatura.
Qualunque fosse la sua età, qualunque fosse la sua storia, conservava l’impronta dell’origine. La vidi libera da ogni condizione materiale del suo stato. La riva, cui era ormeggiata, pareva che non esistesse più. Che cos’erano per me tutte le contrade del mondo? In tutte le parti del globo, bagnate da acque navigabili, la nostra relazione sarebbe stata sempre la stessa – e intima più di quanto le parole non possano esprimere.
All’infuori di essa, ogni episodio, ogni scena, non sarebbero state che semplici immagini fuggevoli.”
Ed era un’intesa ricambiata: la nave aveva un’anima per Conrad e come tale un pensiero che da essa scaturiva. Quella nave “era persino capace di parlare e respirare”. E ai suoi occhi bisbigliava, se la si volesse intendere:
“Tu pure, sembrava mi dicesse, gusterai il sapore di questa pace e di questa inquietudine in un’ansiosa intimità con te stesso”. Nella storia reale il brigantino a palo “Otago” finì i suoi giorni in un remoto porto della Tasmania. Il suo relitto fu localizzato dall’italiano che fu il primo traduttore e il massimo estimatore di Conrad, l’editore Ugo Mursia.
La prua dell'”Otago” che oggi si trova a Milano, al Museo della scienza e della tecnica, fu recuperata per sua cura. La passione fa miracoli: Mursia si accordò con la storica compagnia di crociere Costa che la riportò in Italia al costo simbolico di una lira. Al suo arrivo, gli scaricatori del porto di Genova si offersero di scaricar la gratuitamente, in omaggio allo scrittore che aveva dedicato un romanzo, Nostromo, ad un loro compagno stivadores.
Realtà e finzione, sono sempre intrecciate nell’opera di Conrad, anche se l’esperienza vissuta, le amicizie consumate sul mare, non erano che il pretesto per entrare in fondo ai recessi delle menti, e inoltrarsi nelle insenature degli stati d’animo. Tuttavia, è bello sapere che proprio lui era il secondo ufficiale del “Narcisus”, il veliero dell’omonimo romanzo, o che il “Cutty Sark”, a bordo del quale navigò sulle rotte del té, fu la gloriosa goletta sulla quale ebbe effettivamente luogo la storia inquietante e ricreata così delicatamente di The Secret Sharer, (L’ospite segreto).
A che uomo di mare era stato Joseph Conrad nella sua inquieta e appassionata avventura sugli oceani? Viene da pensare che fu, o almeno comprese, tutte le sfaccettature che poi seppe scolpire con la penna. Ai suoi protagonisti faceva dire cose che nella vasta solitudine del mare egli doveva aver intravisto, desiderato, sperimentato. Solo sul ponte di una nave, ritrovava “l’ordine perfetto delle stelle”; solo sulla scena marina gli si chiariva la rappresentazione del dramma umano; solo nell’apparente vacuità oceanica gli pareva di poter parlare dell’imperscrutabile conflitto interiore di ciascuno, e dell’insondabile forza che governa il mistero di ogni cuore.
Conrad non scrisse mai nella sua lingua madre, né in francese che pure padroneggiava bene; scrisse sempre e solo in inglese; la lingua che fece sua, la lingua che parlò nella sua vita equorea, quella del suo vissuto nel largo, in cui pensava quando era perso nei riverberi del mare. Rievocare quei vent’anni quando nel 1889 si accinse a diventare scrittore in Inghilterra, non poteva che dover conservare anche la brezza dei suoni, delle parole, delle voci, che si erano dissolte nell’assoluto blu del mondo. E sempre tornano le navi. Come ne Lo specchio del mare, dove sono le sole inequivocabili compagne, quasi femmine, amanti: “Sì, la nave vuole essere trattata con riguardo e con sapienza. Dovete mostrare comprensiva considerazione per i misteri della sua natura femminile, e allora vi starà al fianco lealmente nell’incessante lotta contro forze potenti, in cui la disfatta non è mai vergogna. È una relazione seria quella che l’uomo stabilisce con la sua nave. Una nave non è una schiava. Come un uccello marino che riposa sulle onde infuriate, sosterrà alla cappa la burrasca più forte che sia mai riuscita a farvi disperare di vivere fino al prossimo sorgere del sole”.
Mentre l’alba avanzava, il mio sogno svaniva. Io l’ho salutato, e mi è sembrato che mi sorridesse. Quel brigantino che ho visto attraversare le ultime stelle stamani, aveva un nome incomprensibile, perché era scritto in giavanese. E nel risveglio, mi sono ricordata di quello che credono le mogli, gli amici, i compagni degli scrittori e degli artisti, per i quali – secondo loro – chi scrive è come se non lavorasse mai. Loro sentono il prodotto finito, lo spettacolo. Non capiscono la tonnara di sangue che c’è sotto ogni pagina. E un giorno, Conrad scrisse sul diario di bordo della vita: “Come faccio a spiegare a mia moglie che, anche quando resto affacciato alla finestra, io sto lavorando?”

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