L’uomo che divenne Lili

uk_flag[available in English]

QUEL PITTORE DANESE CHE VOLLE DIVENTARE LILI

di Giuseppe Aprea

La dolorosa storia di Einar Wegener che, al principio degli anni Venti, soggiornò a Capri, a Villa Cercola, con la moglie Gerda pittrice. Scoprì i suoi impulsi a Parigi posando per lei in calze di seta e tacchi a spillo sostituendo una modella che aveva disdetto la seduta. Il principio di una nuova vita al femminile col nome di Lili Elbe (nella foto). Le cinque difficili operazioni per avere una identità di donna. Il rigetto, la disperazione e la fine.

Dei due, Einar era quello con più talento. Lui amava dipingere il mare nero del Kattegat ed il ritorno a casa dei pescatori di aringhe, e il suo cielo era sempre di un grigio che metteva tristezza. Anche sua moglie Gerda era legata al suo paese e alla gente laboriosa di Danimarca, ma la sua passione erano i ritratti. Lei viveva per dipingere volti di donne, ci avrebbe lavorato anche la notte. E poi alle parigine piaceva così tanto vedersi dipinte con gli occhioni ingenui dei bambini e le labbra piccole, tumide e sensuali delle femmes fatales. E quindi, a sentir lei, quello era il modo più facile che lei conoscesse per guadagnarsi da vivere.
A Parigi, dove i due si erano trasferiti dal 1912, tutto andava assai meglio che a casa, non soltanto le vendite dei loro quadri. Fin dall’arrivo, anzi, ogni più piccolo evento era sembrato preludere ad una stagione di libertà, fuori dagli schemi retrogradi e dall’attenzione ossessiva e morbosa che li aveva stretti in una morsa a Copenaghen. In quella cittadina borghese che era la Copenaghen di quegli anni.
No, a Parigi era tutto diverso. E poi, che incredibile coincidenza era stato trascorrere la prima notte a Parigi all’hotel d’Alsace, proprio nella camera in cui Oscar Wilde aveva finito la sua vita straordinaria. Avevano trascorso quei primi giorni nella Ville Lumière recitando l’uno all’altro, a voce alta, i versi eterni della sua Ballad of Reading Gaol, quelli che erano poi diventati epitaffio sul suo sepolcro in terra di Francia: Lacrime sconosciute riempiranno/ l’urna della Pietà per lui. Avrà /i lamenti degli uomini esiliati,/per gli esiliati esiste solo il pianto.
Per un po’ di tempo Einar Wegener e Gerda Gottlieb che, ancora giovani aspiranti pittori, si erano conosciuti e amati durante i corsi all’Accademia di Belle Arti di Copenaghen, pensarono che a loro invece mai sarebbe accaduto di sentirsi esiliati in terra di Francia. Ma si sbagliavano.
L’esperienza che stavano per vivere – inattesa, sconvolgente e per certi versi inconfessabile – avrebbe mutato il corso stesso delle loro esistenze. Tutto ebbe inizio il giorno in cui Anna Larsen, un’attrice allora molto popolare cui la pittrice danese stava ultimando il ritratto, telefonò per disdire la seduta di posa del pomeriggio. Che fare? I tempi per la consegna dell’opera erano stretti. A quel punto a Gerda era sembrato quasi naturale rivolgersi al marito per un aiuto, armata di quel sorriso dolce e supplicante di cui si dotano talune mogli quando chiedono al partner qualcosa di assolutamente speciale. Sarebbe stato così gentile da farle da modella, indossando le calze di seta e le scarpe con i tacchi alti con cui aveva deciso di dipingere la sua cliente? Il suo Einar aveva gambe così lunghe e femminili…
Si può dire, a distanza di tanto tempo, che Einar quel giorno fosse rinato. O meglio, che quel fruscio delle calze di seta sulla pelle lo avesse fatto nascere per davvero, distruggendo il bozzolo che avvolgeva il suo corpo e la sua mente e lasciando libera la farfalla. Fu da quel giorno che tra lui e Gerda prese a comparire, spesso inaspettata ma sempre (in fondo) gradita, Lili, signorina francese appena nata. Così Gerda ebbe come marito un uomo che desiderava con tutto sé stesso diventare una donna e una donna, Lili Elbe, come modella dei suoi quadri. E tutto sommato la cosa non la sconvolse. Anzi. Per un po’, quel segreto appartenne solo a loro e anzi li unì ancor più.
201407-14-1mMa Einar voleva essere ‘Lili’ per sempre, non per un giorno. Einar voleva cancellare Einar e vivere la vita al femminile che per troppo tempo aveva soffocato senza accorgersene. Non gli bastava più vestire in casa abiti femminili, truccarsi il volto soltanto per posare per Gerda o per uscire, non riconosciuto, a spasso con lei. Si sentiva come un usurpatore di un regno altrui, come una persona che possieda soltanto la facciata della sua casa. E d’altra parte Lili stessa si faceva largo con crescente prepotenza nella sua mente: anche se lei, lui e Gerda sembravano poter coesistere senza alcun problema nel rispetto e nell’affetto reciproci, c’era la possibilità che la situazione poco a poco divenisse insostenibile. Nella vita di tutti i giorni era ormai del tutto evidente che quando Lili “c’era”, era una donna serena dalla conversazione brillante; in sua assenza, invece, Einar soffriva atrocemente di una depressione che lo prostrava giorno dopo giorno fino a ridurlo una larva.
E poi, ormai, tutta Parigi parlava di quella vicenda allora ai limiti dell’incredibile. E se da un lato, nella nuova identità, lui aveva abbandonato ogni velleità artistica come appartenente ad un’altra vita, a Gerda accadeva invece di toccare vertici di successo come pittrice mai neppure sognati. La rivista “Vogue” la richiese come illustratrice esclusiva e le sue opere a carattere erotico arricchirono fortunate edizioni di libri d’arte: “Le avventure di Casanova”, ad esempio.
Bisogna dire a questo punto che questa nuova, particolarissima condizione di celebrità permise ai due lunghi viaggi, soprattutto in Italia: tra le mete privilegiate del Bel Paese, Capri li affascinò. Nell’isola scelsero di abitare Villa Cercola, posta in un luogo appartato allora ai margini del paese, sulla strada che dal luogo chiamato Tragara conduce fino ai piedi dell’Arco Naturale.
Quando vi giunsero, al principio degli anni Venti, le mura bianche e fresche di quella che sarebbe stata la loro dimora, su cui s’intrecciavano arrampicati il convolvolo bianco e la piombaggine azzurra, ancora risuonavano delle voci del gruppetto di inglesi – uomini di prosa e di poesia – che vi avevano vissuto, in volontario esilio dalla patria dopo la condanna dell’amico Oscar Wilde per pederastìa. Là, nelle notti d’estate, Ellingham Brooks, Frederick Benson e Somerset Maugham avevano bevuto il vino dell’isola, suonato il pianoforte, recitato ed urlato alla luna i sonetti di Heredia, poeta del Parnaso. Ma tutt’intorno quel luogo, confuso al profumo dei fiori di campagna, sembrò fin dal primo giorno ai due nuovi venuti di avvertire nell’aria, sfumato eppur rassicurante, l’amato odore della pittura mista a trementina. Poteva provenire da quell’entrata alla villa posta più in alto, dopo una lunga scalinata di pietra viva che correva sfiorando piante maestosi ed antiche di fichi d’India? Forse. Lì, proprio dove c’era la scritta Lo studio della Cercola, Romaine Goddard Brooks, la pittrice americana amante di uomini e di donne al suo tempo famosi, aveva tenuto a lungo il suo atelier.
Einar, Gerda e Lili, che era ora la sua amica inseparabile, si riempirono i polmoni dell’aria di libertà e tolleranza che soffiava sull’isola, e vi trascorsero giorni sereni e notti gaie, allietate dalla musica e dalla calda compagnia dei buoni amici. E dipinsero questi momenti lieti, fondendone i colori e l’allegria con la natura del luogo, il suo mare, le sue case da Mille e una notte. Ma fu forse proprio a Capri che Einar decise di abbandonare per sempre il suo corpo.
I primi medici che consultò una volta via dall’isola – tra essi ci fu il più famoso sessuologo del tempo, il tedesco Magnus Hirschfeld – si dichiararono convinti che il suo problema derivasse da piccole, malfunzionanti ovaie che il suo ventre evidentemente nascondeva fin dalla nascita. E il ginecologo che seguì, nel confermare la diagnosi dello stimato collega, assicurò al suo cliente che una sostituzione di quelle ovaie con degli organi molto giovani e capaci di produrre estrogeni in quantità, avrebbe senza dubbio avviato una rapida trasformazione in femminile del suo corpo. Oltretutto, Lili si sarebbe presentata al mondo in una condizione di prorompente gioventù.
Ma prima di ogni ipotesi di trapianto, decretarono quegli illustri specialisti, alcuni altri passaggi erano d’obbligo. Così, a partire dai primi mesi del 1930, Einar Wegener subì uno dopo l’altro, anche se di buon grado, quattro dolorosi interventi; nel primo gli furono asportati i testicoli e fu trasformato, con un intervento per l’epoca arditissimo, il pene in una sia pur rudimentale vagina. Il primo passo era fatto.
La convalescenza da quella delicata operazione, lì in quella camera del pubblico ospedale di Dresda, fu lunga più del previsto e più tormentata che mai dall’attesa delle ovaie da trapiantare, che giunsero solo a distanza di molti mesi, espiantate ad una ragazza di ventisette anni. Per la chirurgia del tempo, il secondo intervento ad Einar, nel corso del quale tra l’altro si constatò come egli fosse totalmente privo delle ovaie congenite di cui parlavano i suoi medici, era un vero passo nell’ignoto. Soprattutto perché nell’ombra si nascondeva un nemico sconosciuto e spietato: il rigetto. Quando sopravvenne, non ci fu altra scelta se non rimuovere d’urgenza gli organi appena impiantati: risultato per il quale furono necessarie altre due difficili, dolorose, estenuanti operazioni chirurgiche.
Ad ogni modo, nell’autunno dello stesso anno un decreto del re di Danimarca sanciva l’annullamento del suo matrimonio e gli concedeva un nuovo passaporto intestato ad una donna, Lili Elbe. Fu subito dopo questo avvenimento che Gerda Gottlieb, la sua amica pittrice, sposò l’uomo con cui aveva da tempo una relazione, un aviatore italiano, il maggiore Fernando Porta. E volò via con lui a Marrakech. E fu proprio allora, in quel breve attimo d’illusione che la vita le aveva concesso, che Lili, che già da tempo aveva conosciuto l’interesse degli uomini, accettò le proposte di un corteggiatore più insistente degli altri e gli giurò che un giorno lo avrebbe seguito ovunque. Ma appena fosse stata in grado di dargli un figlio. Una quinta operazione, lo rassicurò, le avrebbe presto regalato l’utero di cui aveva bisogno.
Quando Gerda apprese della scomparsa di Lili, avvenuta il 13 settembre 1931 – pochi, terribili mesi dopo il tentativo di impianto dell’utero – si sentì morire per la disperazione. Abbandonò il marito senza troppe spiegazioni e si rinchiuse in un appartamento a Copenaghen. Là trovò nell’alcol il suo nuovo amico. Lui la prese per mano, la accompagnò per un breve tratto e poi una sera la uccise.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *