L’uomo di Marina Piccola

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IL VECCHIO E IL MARE A MARINA PICCOLA

di Marilena D’Ambro

Vito Labianca, pugliese di Barletta, 70 anni, occhi azzurri e grande barba bianca, capelli lunghi, tatuaggi indelebili, braccialetti portafortuna, stregato dall’isola azzurra, da 46 anni ha scelto di vivere in una piccola cabina in muratura davanti ai Faraglioni. La sua immagine, mentre fa il tuffo dell’angelo dagli scogli dell’Arsenale, è arrivata sino in Patagonia, ritratto da tutti i turisti che lo incontrano. Grande pescatore e chansonnier, dice semplicemente: “Sono un naturalista e Capri mi dà tutto quello di cui ho bisogno”.

201405-14mLa faccia di Vito Labianca è sempre abbronzata, dal sole e dal sale. Porta sulla pelle la sua vita, le rughe intorno alle labbra, agli occhi, come tatuaggi indelebili segnano le sue scelte. Vito ha scelto la libertà, quella vera. Vive sulla spiaggia di Marina Piccola, a Capri. Il suo giaciglio si trova in una stanza semplice, che affaccia alla luce e al mare, l’arredamento è scarno, ciò che serve per vivere è fuori da lì e Vito lo sa. In un angolo custodisce le foto che molti turisti e capresi affascinati dal suo stile di vita gli hanno scattato e donato. È nato a Barletta nel 1944 ma vive insieme al mare di Capri da 46 anni.
I suoi occhi azzurri appartengono a chi resta per sempre giovane, come il mare che non invecchia mai. Occhi ricoperti dai suoi capelli lunghi. La chioma bianca tradisce la sua età, ha 70 anni. È a tratti quasi bionda. In parte i capelli sono legati, lasciandoseli cadere soltanto sulle guance. Le mani sono ruvide, dure, segnate da anni di pesca e di fatica per curare quella spiaggia dove vive da uomo libero.
È gioviale nella sua voglia di raccontarsi, spesso si siede e nel parlare ama stiracchiarsi, come a voler godere appieno di ciò che lo circonda, senza alcuna vergogna, senza finzioni, autentico come il mare. Tra un fatto e l’altro gli piace stuzzicare i suoi amici con delle barzellette, la sua preferita è “Carmela è una santa”, si trova anche su Youtube. Ha un fisico tonico e robusto per la sua età, da nuotatore. Indossa un costume anche se è inverno. Ha con sé un secchio ancora vuoto, in attesa di pescare qualcosa per pranzo. L’andatura tranquilla e a tratti claudicante rispecchia sia il suo animo placido, sia l’età. La sua lunga barba bianca fa ripensare a un fratello perduto di Hemingway che a differenza dello scrittore americano è riuscito a trovare pace. Il suo sorriso sincero e disinteressato contrasta con la sua barba ispida da lupo di mare, da vero capitano della sua anima. L’ho incontrato giù alla spiaggia dei Bagni Internazionale, in fondo alle scale principali che conducono al mare di Marina Piccola.
Lo chiamano “Occhi blu”. Vito vive a contatto con la natura, si definisce un naturalista dal cuore grande. Ha trovato il coraggio di abbandonare le catene in cui l’esistenza voleva imbrigliarlo per vivere l’anima autentica dell’isola più bella del mondo, scegliendo la libertà, quella che spira la sera dopo un tramonto dietro lo Scoglio delle Sirene ed entra nelle narici quasi con violenza, perché ne hai bisogno più dell’ossigeno. Forse è stata Capri stessa a scegliere Vito. Ha vissuto due anni nella Grotta dell’Arsenale, imparando il linguaggio segreto del mare e i mille volti di una luna capricciosa, ma amante fidata nelle notti di bufera.
Lo incontro in una giornata che annunci la primavera. L’aria è tersa sul versante sud dell’isola, si alza un venticello fresco che increspa il mare e accarezza dolcemente i Faraglioni.
Mentre scendo le scale per raggiungere i Bagni da Maria, vedo la sua chioma bianca e ondulata da lontano. Sta parlando con un gruppo di amici, tutti capresi che in questo angolo di spiaggia sempre baciata dal sole non rinunciano mai ad un buon bagno nemmeno fuori stagione.
Si volta verso di me quando sente il fragore dei sassi sprofondare sotto i miei passi.
È gentile Vito. Ha gli occhi del cielo, lo sguardo del mare. Dentro quelle iridi chiare non c’è nessuna ombra in agguato, ma solo tanta pace. Una pace che riempie anche il suo sorriso pulito e vero, incorniciato dalle labbra screpolate da marinaio.
Osservo incuriosita la sua maglia a mezze maniche con su scritto “Patagonia”. Mi invita a seguirlo. «Vedete, io sono un naturalista, questa è la mia vita». Con un gesto delle mani indica la piccola baia come se volesse abbracciarla. La sua voce è pacata, si porta dentro tutti gli accenti del mondo, non si tradisce, sembra non avere provenienza, né dal nord, né dal sud. Lui appartiene al mare.
Vito alloggia in una piccola cabina in muratura. Gli sbruffi d’acqua si levano dall’orizzonte componendo una melodia lievemente stonata che fa da sottofondo al suo racconto.
«Sono nato a Barletta, in provincia di Bari, nel 1944. A Capri mi ha spinto il destino».
A volte il fato ha strani modi di compiersi e manifestarsi, bisogna riconoscere i segni che ci lascia lungo la strada. Tutto iniziò da una cartolina dei Faraglioni in bianco e nero.
«Me la mostrò mio zio dopo un breve soggiorno a Capri. Desiderai subito potermi tuffare da quei picchi frastagliati e assaggiare sulla mia pelle l’impatto selvaggio di quelle acque che sembravano di velluto».
Il piccolo Vito trascorreva i giorni a guardare quella foto, anche di notte ad occhi chiusi, quando sognava, immaginandola a colori, immaginandola intrisa di vita. «I vicoli stretti, la Funicolare, Anacapri. Sognai persino di sbarcare con un aereo proprio sui Faraglioni».
Lavorava come elettricista nella sua Barletta, mentre lo sviluppo economico italiano dopo la guerra gridava al miracolo. Era scampato a numerosi incidenti e aveva bisogno di distendere i nervi e di ritrovare se stesso. Alla prima occasione decise di vedere e toccare l’isola dei suoi sogni. Con alcuni amici giunse in visita a Capri nel 1963.
«Quando misi piede sull’isola per la prima volta me ne innamorai e scoprii che i luoghi che sognavo esistevano davvero».
Il sogno era stato premonitore. Vito lasciò l’isola per approdare nuovamente nella sua terra d’origine, ma sentiva il suo richiamo ovunque andasse, così simile al canto ammaliante di una sirena.
«La mia anima era sempre in tumulto, si placava solo con il ricordo di quei posti scolpiti nella pietra, popolati da persone calorose e ospitali».
Decise di abbandonare definitivamente la sua vecchia vita e ritornare, restare per sempre in quella serenità tanto agognata. Era in viaggio verso Capri mentre l’Italia era scossa dai tumulti delle prime contestazioni giovanili, nel 1968.
«Da 46 anni vivo qui, estate e inverno. Mi prendo cura di Capri, mantengo pulita questa spiaggia. Negli anni ho fatto molti lavori persino nel cinema e nel teatro».
Ha partecipato nel 1992 alla rappresentazione “Il mito di Capri” scritto e diretto da Lina Mangiacapre.
«Me ne stavo in piazzetta a chiacchierare e spesso registi e fotografi incuriositi dal mio aspetto e dal mio stile di vita mi chiedevano di entrare a far parte dei loro film, li aiutavo anche con le attrezzature. Erano i tempi d’oro dell’isola».
Per qualche istante la sua attenzione viene catturata dalle pagine di un giornale mosse dal vento. I suoi occhi improvvisamente si accendono di altri ricordi.
«Ho fatto anche lo strillone, proprio su questa spiaggia. I bambini mi conoscevano come “Il Mattino”. Avevo un modo tutto mio di vendere il quotidiano dicevo: “Edizione straordinaria! Sono il Mattino”. Perché il pomeriggio me ne andavo al mare, la sera all’Anema e Core e la mattina si azzeccano gli occhi».
Furono i primi guadagni sull’isola con quel pizzico di allegria che lo ha reso ben voluto da tutti. Vito non è l’unico Labianca. E’ il quarto di otto fratelli.
«Spesso mi invitano, ma io senza mare non so stare e poi la vicinanza del cuore conta di più di un abbraccio».
A portarlo in giro per il mondo ci pensano le persone che ha incrociato lungo il suo cammino, tutte quelle persone a cui ha lasciato una scheggia di sale marino nel cuore. Il mio occhio cadde di nuovo sulla t-shirt. Lui intercetta il mio sguardo e sembra avermi letto nel pensiero.
«È un regalo di alcuni amici. Hanno girato un video su di me. E’ arrivato sin laggiù, in Patagonia. Ci sono le mie immagini mentre faccio il tuffo dell’angelo dagli scogli dell’Arsenale. Lì mi conoscono come il Vito di Capri ».
Mi mostra con orgoglio foto, quadri, cartoline, tutto ciò che gli altri gli hanno lasciato in dono. «In questa qui avevo appena pescato 50 chili di vope, vado anche a caccia di murene».
Al polso porta sottili bracciali portafortuna segnati dalla salsedine. Lo osservo a suo agio con se stesso. Gli chiedo se qualche volta si sente solo.
«La solitudine è il momento in cui mi concedo di pensare a me stesso. Oggi è diventato qualcosa di prezioso e difficile, si corre per non arrivare da nessuna parte. Ma gli amici li ho, Peppino Ferraro e Roberto Alberino mi hanno tenuto a lungo compagnia nei due anni in cui ho vissuto alla Grotta dell’Arsenale. Sono la mia famiglia. Mi occupo anche di due gattini, Chicca e Ringo».
Vito Labianca ama le avventure e la Grotta dell’Arsenale, oasi frastagliata sotto via Krupp, è stata quella più intensa: i falò notturni illuminano di rosso carminio le rocce, di sfondo il cielo blu notte con un diamante incastonato lì su. Le chiacchiere, lo scoppiettio del legno che accompagnano le palpebre beate, in un paradiso senza età. Un paradiso scandito dal tempo di Capri, l’isola che non chiede nulla in cambio, vuole soltanto essere amata.
«Le serate sfumavano via veloci tra una canzone e una barzelletta. Si cucinava il pesce appena pescato e cenavamo con la luna».
La sua voce si vela di un’intima commozione.
«È il posto più bello per il clima, per gli scogli, per il panorama». Ama il mare, ma anche le donne. Un tempo era facile scovarlo la sera in veste di play boy con una pizza e una birra, o con un drink al “Guarracino”. I locali li frequentava anche per cantare. Ricorda con nostalgia una serata alla “Taverna degli Amici”. La musica avvolgeva via Camerelle, linfa vitale delle estati capresi.
«Nel 1995 incontrai Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo. Quella sera cantai una canzone napoletana e ricevetti i loro complimenti».
Vito è un vero e proprio chansonnier. In passato si è esibito anche con la banda folkloristica caprese “Scialapopolo”.
Si alza per raggiungere un piccolo gruppo di bagnanti e pranzare insieme a loro.
«L’isola mi dà tutto quello di cui ho bisogno, pane, pomodoro e Faraglioni».

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3 commenti su “L’uomo di Marina Piccola

  1. ersilia gragnaniello 20/06/2014 at 18:44 - Reply

    L’articolo è chiaro, romantico, vero!
    Sei brava! Sei stata capace di farmi vedere accanto al computer il personaggio descritto.
    Sono orgogliosa ed onorata di averti conosciuto. Affettuosamente Ersilia

  2. delia esposito 13/08/2014 at 12:02 - Reply

    3 anni or sono che conosco Capri, l’Arsenale con i suoi “padroni” e Vito: ogni anno faccio in modo di ritagliarmi una pausa dalla frenesia della città per tornare su quell’isola bellissima e riabbracciare gli amici che sono diventati seconda famiglia.
    Il ritratto che hai dipinto di Vito è affettuoso e sincero: brava Marilena!

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