Malaparte in Piazzetta

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QUANDO MALAPARTE APPARIVA IN PIAZZETTA

Marchesa Lucy de Forcade Cannon

Appunti di storia vissuta. Verso mezzogiorno, l’alta ed elegante figura dello scrittore varcava l’arco del “Caffè Tiberio” e tutti gli occhi degli astanti erano per lui. Al suo levriero dal colore lunare aveva posto il nome di Febo. Amava essere cinico con una buona dose di fantasia suscitando interesse, curiosità, gelosie di uomini e infatuazioni femminili. Le lunghe ciglia folte, quasi a spazzola, e gli occhi neri sempre un po’ canzonatori. La visita alla sua singolare villa a Punta Masullo. L’enorme vetrata aperta sull’azzurro infinito. Sul lungo terrazzo a strapiombo sul mare ci andava in bicicletta. Un incontro sulla strada del Pizzolungo.

Nella Piazzetta di Capri sempre gremita d’estate, verso il mezzogiorno, si notava d’un tratto un nuovo interesse negli astanti, perché tutti gli occhi erano puntati in una direzione, cioè verso l’arco del “Caffè Tiberio” dove era comparsa l’alta ed elegante figura (anche se in shorts) di Curzio Malaparte, attorniato dai suoi fidi, due o tre capresi che lavoravano per lui alla sua villa. Curzio, ben cosciente dell’interesse che destava, si soffermava nel bel mezzo della piazza a parlare con qualcuno. Non credo di averlo mai visto seduto ad uno dei caffè. La storia del suo grande amore per una gentildonna e il suo relativo epilogo erano ben noti, ma si era davvero trattato di un grande amore?
Negli uomini Malaparte certo incuteva qualche gelosia, poiché tutte le donne lo ammiravano molto e forse qualcuna con un pensierino in più. Per noi ragazzine, allora sedicenni, era semplicemente bello, raffinato e chiacchierato e lo guardavamo con curiosità. Lo avevamo ribattezzato tra noi, scherzosamente, “Apollo Musagete” (anche senza le sue muse) e forse anche lui credeva un po’ di esserlo, se, al suo amatissimo cane, un levriero dal colore lunare, aveva dato il nome di Febo e intitolato il capitolo di un suo libro: “Cane come me”.
201407-11mMalaparte aveva capelli nerissimi e impomatati che resistevano al vento caprese e luccicavano al sole; i suoi occhi neri avevano una espressione divertita ma pungente allo stesso tempo. Egli suscitava simpatie e antipatie, queste ultime per lo più maschili, oltre che per il suo “look”, per i suoi pareri contrastanti con le idee generali. Penso che uno dei suoi divertimenti maggiori, nello scrivere, fosse quello di scioccare (da shock) al massimo i suoi lettori e ci riusciva con una buona dose di cinismo, condito da altrettanta fantasia. Amava essere diverso e la sua individualità emanava dal suo giornalismo come dai suoi libri. Una personalità, la sua, abbastanza contorta e contrastante. Era stato al confino perché antifascista, poi era riemerso scrittore e corrispondente durante il fascismo. Riusciva a cambiare le sue idee e farle accettare, a seconda del vento, sempre con successo. Una grande abilità politica-diplomatica senza dubbio!
Lo conobbi personalmente quando andai con i miei genitori e una coppia di loro amici a visitare la sua villa, finalmente ultimata. Tutti lo avevano sconsigliato di fabbricare in quel luogo impervio e per la distanza da tutto e per la difficoltà del trasporto del materiale, ma lui tenne duro e vinse; così, quel luogo che era conosciuto, una volta, come Punta Masullo diventò ben presto per tutti Capo Malaparte. La casa color aragosta e rettangolare sembrava poggiata ed era infatti distesa su quella lunga sporgenza rocciosa a picco sul mare. Il tetto non era altro che una lunga terrazza di mattoni alla quale si poteva accedere per una scalinata di mattoni stessi che cominciava al pian terreno e che si allargava, salendo sempre più fino a ricoprire con gli ultimi scalini l’intera lunghezza e larghezza della casa. Malaparte aveva fatto costruire sul tetto una specie di serpentello bianco (in muratura) che non armonizzava col resto (se di armonia si poteva parlare!). Nessuno si spiegava il perché finché lui confessò che amava prendere il sole sotto quel muretto, nascosto così agli sguardi di chi passeggiava al Pizzolungo.
Egli amava andare anche in bicicletta su quel lungo terrazzo, sempre, però, col pericolo di precipitare in mare o sfracellarsi sulle rocce. La villa, come il suo proprietario, era strana ed avvincente. Niente mobili in un salone enorme, solo una lastra di marmo sorretta da due basse colonne romane e null’altro, eccetto il mare, per l’enorme vetrata sull’infinito azzurro. Il suo studio, dove prendemmo il tea, servito dalla sua governante, aveva tutt’intorno basse librerie colme di volumi, ma al di sopra di esse solo enormi vetrate e una veduta mozzafiato: da un lato le rocce della montagna sovrastante, dall’altro il Monacone, più in là i Faraglioni e in fondo, verso levante, gli scogli dei Galli e la costa amalfitana. L’effetto era stupendo! Nello studio c’era una enorme scrivania colma di carte e delle poltrone. Sembrava di essere su una nave. Era la prima volta che vedevo Malaparte così da vicino e quello che più mi colpì di lui furono le sue lunghe ciglia così folte, quasi a spazzola, che ombravano quegli occhi sempre un po’ canzonatori. Non visitammo il piano superiore della villa, ma nell’atrio, dal quale saliva una scala di legno che portava al secondo piano, non vi era nessun mobile, il pavimento era piastrellato mentre, nel salone, il pavimento consisteva in grandi lastroni di pietra grezza.
Dalla casa si poteva raggiungere il mare con una lunghissima stretta scala di mattoni: un mare unico e pulito che sembrava solo suo. Qualche volta lo incontrai sulla strada del Pizzolungo quando uscivo da Villa Romita dove abitavano i Salvaneschi e dove io andavo spesso e facemmo la strada insieme.
Io dicevo che “Consolazioni” di Salvaneschi era bellissimo, ma egli, Malaparte, si divertiva a indispettirmi col suo giudizio: “Ma quello non è uno scrittore!”. Io cercavo di far valere la mia idea, ma a sedici anni cosa potevo contro un Malaparte? Per ricompensarmi, credo, per avermi presa un po’ in giro, mi regalò il suo libro “Donna come me” con questa dedica: “Meglio così, cara Lucia, che come mi vorrebbero”.
Quando arrivarono gli alleati, prima fu imprigionato, perché fascista, ma ben presto si unì a loro come intermediario e corrispondente, diventando grande amico dei generali e dei colonnelli del Comando supremo alleato (li ospitò anche nella sua villa) fino alla presa di Roma. Poco dopo la fine della guerra uscì il suo libro “La pelle”, una storia ben triste di guerra e di privazioni con le previste raccapriccianti conseguenze. Il libro destò nei napoletani (e non solo in loro) molto rancore e anche i capresi non furono da meno, tanto che vociferarono rappresaglie se l’autore fosse tornato alla villa. Leggendo “La pelle”, tradotto anche in inglese, mi sono domandata se quei generali e colonnelli americani hanno mai realizzato che l’”analisi” che lo scrittore faceva di loro, attraverso quelle pagine, non aveva che risuscitato in noi italiani, malgrado tutto, quel senso di superiorità che ci attanaglia, giustamente, da secoli e con più di un indulgente sorriso nei loro confronti. Quando ritornai a Capri dopo nove anni in America, lo incontrammo un giorno in Piazzetta e conobbe mio marito, parlammo un po’ e disse che era in partenza per la Cina. Dopo qualche tempo incominciarono a correre notizie su una sua grave malattia e il suo desiderio di ritornare in patria. Un giorno del 1957 aprendo il giornale rimasi tristemente colpita dalla sua foto all’arrivo all’aeroporto di Roma. Era in barella, aveva una mascherina sul viso e negli occhi l’espressione penosa di chi è alla fine del suo cammino.
Così fu, dopo qualche giorno venne annunziata la sua morte. Non potevo crederci!
Il bel Curzio forte e charmante che ricordavo sempre così padrone di sé, sotto il sole di Capri, non c’era più. Un’ultima sorpresa: lui che si proclamava ateo, prima di morire si era convertito.
Sic transit gloria mundi!

P.S.: la sua villa di Capri non fu lasciata né ai parenti né al Comune di Capri, ma al governo cinese, per studenti che volessero fare ricerche storiche in Italia. I suoi parenti impugnarono il testamento e anche il Comune di Capri accampò qualche pretesa. La causa, non so se sia ancora in corso tra i parenti, il Municipio caprese e i cinesi. Intanto la villa sta andando in rovina. Che peccato!

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