Massimo Ranieri, il napoletano che non è mai stato a Capri

– di Wilma Martusciello

Ha imparato a nuotare a 44 anni, lui che era uno scugnizzo di Santa Lucia e che, a 13 anni, attraversò l’oceano per andare a cantare in America.
Ma ha un’isola tutta sua: il teatro.

Massimo Ranieri, 52 anni, di cui quaranta ai microfoni e sui palcoscenici di tutto il mondo, attore e cantante, vincitore di festival e grolle d’oro (“Metello”, nel film di Mauro Bolognini), dopo avere fatto almeno quattro mestieri di strada, garzone e lavorante di borse, vale a dire il più tenace, coraggioso e trionfante artista napoletano ha due segreti da confessare.
“Due scoop, come dite voi giornalisti” premette con una bella risata.
– E allora sentiamo.
“Non sono mai stato a Capri.”
– Inverosimile.
“Lo devo giurare?”
– Ma come? Tu, napoletano fino ad ogni piega della faccia, che a tredici anni hai attraversato l’oceano per andare a cantare in America, che di Napoli assorbi ogni umore, odore, sussurro e grido per interpretarla al meglio, tu…
“Tu. Cioè io. Io non sono mai stato a Capri. E’ così.”
– Incredibile, ma ci sarà una ragione.
“Non c’è neanche una ragione. E’ un appuntamento, quello tra me e Capri, che continuo a rimandare. Lo considero un appuntamento importante, impegnativo. Inviti ne ho avuti. Ma che cosa dovevo fare? Arrivare in barca, la folla, i fotografi, l’aperitivo in Piazzetta, lo shopping, la cena con vista sui Faraglioni…”
– Niente male, ma?
“Non è così che voglio andare a Capri. Quando ci andrò, sarà come deve essere. Da solo, persona tra le persone, senza clamore e fotografi, e senza un concerto da tenere. No. Da innamorato lontano dell’isola, una volta che ci arrivo, voglio impadronirmene.
E soprattutto fare un bagno nella Grotta Azzurra. Me lo sogno un bagno in quella grotta celeste. Si può abbracciare il mare? Io lo farò. A modo mio, nel modo giusto.”
– Tu non vuoi mai sbagliare. Più che alle sfide, tieni alle vittorie. Questa è la tua carriera. Ora non vuoi sbagliare con Capri.
“E’ come se andassi incontro a uno spettacolo e non voglio sbagliare, non voglio deludermi.”
– E il secondo segreto?
“Non c’entra Capri, ma c’entra il mare. Ed è un’altra cosa che, essendo io napoletano, ti stupirà.”
– Vale a dire?
“Fino a 44 anni tra me e il mare c’è stata una barriera. Non sapevo nuotare.”
– Massimo Ranieri di Santa Lucia, il quartiere dei marinai e dei pescatori, dei circoli nautici e di Gildo Arena, il campione della pallanuoto, non sapeva nuotare?
“Ho imparato a 44 anni. Stavo dietro a mio nipote in piscina. Lui faceva i tuffi ed era felice. Non so come. Forse nella foga dei suoi tuffi, mi spinse in acqua.”
– E non affogasti.
“Miracolo. Mi ritrovai in acqua e, senza sapere come, nuotai.”
– Il giornale sul quale apparirà questa intervista si chiama “L’Isola”. Tu ti senti un’isola?
“Verissimo. E’ una mia scelta. Mi rimproverano di non essere più presente, di non andare alle serate, agli eventi mondani, alle ospitate. La verità è che mi piace stare solo.”
– Allora, sei proprio un’isola. Col mare del pubblico attorno.
“Proprio così. Ho il mio mare che è il pubblico che mi ascolta. E’ davanti a me, attorno a me. Allora sto bene. Sto con la gente che è il pubblico quando ho qualcosa da dire, qualcosa da dare. E io so dare solo cantando o recitando. Sono un solitario come mio padre Umberto che ha vissuto tutta la vita con immensa dignità e riserbo, che mi ha lasciato in eredità il suo credo: non disturbare. Ma, poi, io ce l’ho davvero una mia isola. E’ il palcoscenico. E’ il mio mondo fatto di camerini, di prove, degli scherzi con i colleghi, delle cene dopo lo spettacolo. E’ l’isola di quando l’ultimo traghetto della sera l’abbandona, la bell’isola felice che è il teatro.”
– Ma nessun uomo è un’isola. Ogni uomo è un pezzo del grande continente che è l’umanità.
“Forse questo era vero una volta, quando il tessuto connettivo che faceva degli uomini un continente era lo scambio. Cioè lo scambio di sentimenti, di cultura, di intelligenza, di solidarietà. Oggi si preferisce essere un’isola. Però, attenzione. Non bella come la mia isola. Ma isole tristi, aride, piene di scogli, perché si ha paura che gli altri ti freghino qualcosa: il posto di lavoro, la donna, il telefonino. E’ come se l’umanità si fosse creata una barriera che sarebbe troppo poetico chiamare corallina. Una barriera di oggetti, perché anche i rapporti umani sono diventati oggetti, e la barriera di oggetti ti isola da tutti.”
– Quando sei solo, che cosa fai?
“Leggo. Ho fame di tutto. Se mi capita un libro difficile, mi fermo. Capisco che per arrivare a quel libro devo prima leggerne altri e altri ancora. Ora mi interessa molto l’antica Grecia, la sua filosofia. Mi ha fatto scoprire la bellezza della matematica. La drammaturgia mi ha fatto capire quanto ne abbia assorbito Napoli. Assunta Spina che cos’è se non una tragedia greca?”
– Sei entusiasta di tutto.
“Non sempre. Qualche volta sono stanco. E mi avvilisce tutto quello che non è il mio lavoro. Certe situazioni, certi rapporti.”
– Stai forse pensando a una donna?
“Forse.”
Il viso splendidamente segnato dell’antico scugnizzo si contrae. Che cosa c’è Massimo? Le rose rosse sono ormai appassite, la città non brucia più, perdere l’amore è stato uno sbaglio. Pulcinella carica le sue poche cose sul carretto e si allontana per sempre? Ma no. Niente malinconie. Bussano alla porta del camerino. “Massimo, in scena”. Lo scugnizzo balza in piedi, gli occhi brillanti, il sorriso felice e sincero. Il passo deciso, quasi danzante, lo porta verso il palcoscenico. La sua isola. L’isola che c’è.

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