Napoli al tempo delle sciantose

– di Pietro Gargano

Amori folli, passioni travolgenti, colpi di pistola e tragedie, patrimoni in fumo e suicidi. Venivano considerate donne di lussuria. La vita tumultuosa e la fine drammatica di Blanche De Mercy, uccisa per gelosia nella stanza di una pensione a Posillipo.
Gabrielle Bressard si tolse la vita davanti alla porta dell’amante, Edoardo Scarfoglio, fondatore de “Il Mattino”. Accusa di concubinaggio per Marianna Monti: finì in convento per evitare il carcere. Vedette straniere, parigine autentiche e “stelle” indigene col nome esotico. Amelia Faraone sposò un mister muscolo dell’epoca: una sua raccomandazione valeva per un posto di lavoro.

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200806-16-3mIn tempi di perbenismo ipocrita, e furono tempi lunghi, una fama di lussuria, se non di perfidia, inseguiva le canterine “sfasciafamiglie”. Fin dal Seicento: il poeta napoletano Ferdinando Boccosi inveì contro i saltimbanchi che, per rendere più piccanti gli spettacoli, facevano esibire le proprie mogli.
Maria Francesca De Browne, Blanche De Mercy in arte la sciantosa, lasciava dietro di sé una scia di profumo e di mistero. Non si sapeva dove fosse nata. L’incontro fatale con Filippo Cifariello, scultore celebre, avvenne nel 1890 a Roma, dove l’artista napoletano era andato a inseguire la gloria. Maria-Blanche cantava nel teatro “Varietès” di via dei Due Macelli. Cifariello la inondò di fiori. Lei alternò sorrisi e rifiuti. Partendo per una tournée gli rese l’ultimo mazzo di rose, sibilando: “Il ridicolo uccide”.
Cifariello ci provò a dimenticarla.
Bell’uomo, abbracciò altre. Ma quando la cantante, due anni più tardi, ritornò a Roma, decise che l’avrebbe avuta. La sciantosa tentennò, propose un mese di convivenza di prova a Napoli, infine diventò la signora Cifariello. Filippo non le fece mancare vestiti e gioielli. Sopportò la coabitazione con la suocera e una zia di Maria, amanti degli animali. Divise la casa con 35 fra gatti, gatti, cani, galline razzolanti nel salotto, topolini bianchi.

A Maria-Blanche non bastò.
Cifariello scoprì appassionate lettere di tal Romeo Bonero, la moglie lo rabbonì con le moine.
Roso dalla gelosia, lo scultore accettò un incarico in Germania, come direttore di una fabbrica di oggetti d’arte a Passau, e partì con lei. La suocera li seguì. Mise sul comò un ritratto della figlia, nuda, impegnata nella danza del ventre; diceva: “Questa era la vera vita di Maria”. Dietro alla cornice, Filippo trovò altre due lettere ardenti. Decisero di separarsi per qualche tempo, la donna andò a Roma, ma tornò presto. Gli chiese il permesso di cantare in America. Pur di non perderla, Cifariello acconsentì. L’avventura americana fu un fallimento, Maria-Blanche sembrò pentita. Rientrarono a Roma.
Il Comune di Bari commissionò allo scultore una statua del re Umberto; fu inaugurata nel 1905, in prima fila l’assessore Leonardo Soria, avvocato. Filippo, incauto, lo presentò alla moglie.
Esausti anche economicamente, i Cifariello si trasferirono nella pensione “Mascotte” a Posillipo. Pochi giorni dopo, lo scultore vide uscire l’avvocato Soria dalla loro stanza, la numero 9, e capì. Ebbero un drammatico colloquio, Soria difese la purezza della signora, e ripartì. Ancora litigi. Maria acquistò una pistola col calcio di madreperla e la fece pagare al marito. Cifariello comprò una rivoltella.
Così Maria-Blanche, che aveva lasciato la scena per amore, per amore deluso morì. Avvenne il 10 agosto 1905 nella pensione “Mascotte”. Il marito irruppe, risuonarono cinque colpi. Soria fuggì in mutande, macchie di sangue su una coscia. La donna aveva un foro in faccia, due sulle braccia, uno squarcio in petto. Sul tavolino, dolci e due coppe di champagne. I periti settori, dopo l’autopsia, dissero che non avevano mai visto un corpo tanto perfetto. L’assassino disse: “Morta l’adoro più di prima”. Su cartelli affissi alle porte di molti café-chantant di Napoli, dal Salone Margherita all’Eldorado, il giorno dopo l’uccisione di Blanche apparve una scritta. “Chiuso per lutto”.

Il processo cominciò quasi tre anni dopo alla Corte d’Assise di Napoli. La folla, divisa in due partiti, urlava. Inevitabile trasferire il giudizio a Campobasso. Si arrivò al 1910. In aula, Cifariello disse: “Mi ha dato dodici anni di inferno, ma non volevo ucciderla, è stata una fatalità”. Il difensore Gaetano Manfredi scovò altri tre amanti di Maria-Blance. Esibì 40 lettere appassionate trovate in casa di Soria assieme a un medaglione con un cespuglietto nero pudicamente definito “roba simile ai capelli”. Lesse un biglietto di Maria in cui Cifariello era definito “sudicio piccolo merlo”. La perizia psichiatrica definì l’accusato “totalmente incapace di intendere e di volere”: I giudici lo assolsero per “vizio totale di mente” al momento di premere il grilletto in “un intenso stato passionale”. Il pubblico applaudì, il delitto d’onore godeva di grande rispetto.
Cifariello aveva subito la lunga detenzione preventiva nel manicomio criminale di Sant’Eframo. Si risposò due volte: Evelina Fabbri morì nel 1914 dopo tre settimane di nozze in seguito allo scoppio di una macchinetta a spirito; la terza moglie si chiamava Signe Stimmis. Storie di amori e di follie, passioni e tragedie attorno alle sciantose. Nel secolo, che pure era detto dei Lumi, lo scandalo si radunò attorno alle “servette” dell’Opera Buffa. Caterina Aschieri detta “la Romanina” fu espulsa da Napoli “per irriferibili motivi”. Nel 1729 Rosa Albertini detta “Trentossa” fu uccisa con un colpo di archibugio davanti casa. Il sicario era stato assoldato da Ceccia Greco, rivale della vittima sulla scena e nell’amore. “Delitto d’onore” dissero i giudici, e l’assassino se la cavò con una multa, beneficamente devoluta al restauro di un soffitto nel carcere della Vicaria.
Nel 1760 andò in prigione la celebre Marianna Monti, accusata di concubinaggio col marchese di Gerace. Amici potenti la fecero trasferire in un convento, un certificato di “onestà” firmato da un parroco le rese la libertà. E tuttavia l’Uditore del Regno non ebbe mai dubbi: a norma di legge le canterine andavano assimilate alle prostitute.

Così andava la vita. Il binomio donna-canzone è stato sempre avvolto nei fumi del peccato. Figuriamoci quando spuntarono le sciantose. La Belle Epoque cominciò alla fine dell’Ottocento e bagnò Napoli. Si moltiplicarono i café-chantant, il più bello era il Salone Margherita. La romana Maria Campi aveva già inventato la “mossa”, con largo fremito d’anca. Luigi Stellato aveva già inventato lo spogliarello, diventato canzone in “Lievate ‘a cammesella”. Ma quando arrivarono le “francesi”, quasi tutte nate a Napoli e dintorni, fu un’altra cosa.
Le chiamavano sciantose da “chanteuses”. Napoli, appena sventrata dopo il colera nell’illusione di risanarla, viveva una stagione di divertimenti nei locali dirimpettai dei vicoli della miseria nera. Le vedette si immersero in un mondo bugiardo e lo vissero con ingenuo ardore, più che con malia. A volte precipitarono nella tragedia.
Gabrielle Bessard, parigina autentica, nel 1894 andò a uccidersi, per amore, davanti alla porta del fondatore de “Il Mattino”, Edoardo Scarfoglio. Lasciò un biglietto insanguinato: “Perdonami, muoio alla tua porta come un cane fedele”. Lasciò una figlia piccolina e la generosa Matilde Serao, moglie di Scarfoglio, volle adottarla e l’amò come se fosse sua.
La torinese Erminia Manzotti, corteggiatissima, alternava i sì e i no.
Preso dalla vertigine di questa altalena di passione lo schermidore Arone si suicidò.
Un musicista si uccise per gli occhi ardenti di Yvonne De Fleuriel, alias Adele Croce, casertana di Teano. Altri ammiratori sperperarono per lei i loro patrimoni. Yvonne cantava “‘O scugnizzo” e tra una strofa e l’altra eseguiva una capriola, mostrando bianche promesse di paradiso.
Clara Charetty, napoletana (Francesconi all’anagrafe), fu misteriosamente rapita a Palermo da tre gentiluomini da non rivelare mai che cosa accadde.

Le Folies Bergére mandarono a Napoli una parigina autentica, Armand’Ary. Quando intonò il motivo di Mario Costa, “Songo frangesa e vengo da Parigi”, fu il delirio. Le dedicarono una canzone e un profumo. La sua parabola calò allo spuntare di Blanche Lescaut, all’anagrafe Emma Sorel, italianissima. Le altre. Ester Bijou si chiamava Giovanna Santagata, veniva da Capua. Ninì Bijou era Anna Baldi, napoletana come Anita Chevry (al secolo Pescrilli) e Carmen Marini. Da Salerno veniva Ester Clary (Palumbo). Gina Chamery era nata a Milano con il nome di Luigia Pizzoni Negri; fu adottata da Napoli. Verace vesuviana, invece, Olimpia d’Avigny. Nina De Charny, ossia Giovanna Cardini, a Londra fu costretta a concludere il tris di “Marechiare”. Vienna De Ruà era toscana.
Pietro Scoppetta dipinse Amina Vargas. Ferdinando Russo, poeta dagli occhi di brace, sposò Anna Saxe e se ne pentì. Qualche altra era straniera autentica, come l’austriaca Dora Parnes, la belga Lucy Nanon, la polacca Fanny Morton. Qualcuna sapeva persino cantare. Ad esempio Emilia Persico, bionda napoletana dagli occhi azzurri, incantatrice del casto poeta Salvatore Di Giacomo. A trent’anni, alle prime crepe, se ne andò in Sudamerica. Sapeva cantare anche Amelia Faraone, splendida “stella” del Salone Margherita. Un’ugola argentata ebbe pure Ersilia Sampietri, alias Amorosi, torinese: magnifico filo di voce, sensuale, intonato al corpo. Diventò potente: una raccomandazione sua equivaleva a un posto di lavoro. Dissero ch’era massone, di certo avventuriera. Infiammò principi e poeti ma sposò Mister Muscolo, il lottatore Mario Guaita. Fu tra le prime donne aviatrici, fondò a Trieste riviste letterarie, diventò infine chiromante pur di allentare la fame. Morì a Roma, povera e sola. La sua figura complessa, la sua fine infelice, è un po’ la metafora di tutte le sciantose, donne che vissero una stagione troppo breve di lustrini e di lumi, troppo spesso finita nelle pagine di cronaca nera.

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