Napoli al tempo di Neruda

– di Mimmo Carratelli

In quel 1952 riaprì il Gambrinus, Togliatti parlò al Politeama ed Eisenhower presenziò alle manovre delle flotte occidentali nel golfo. Gli amici del poeta cileno tra gli affascinanti protagonisti del Pci. L’impegno di Gaetano Macchiaroli per la sistemazione a Capri. Il libro “Los versos del Capitàn” fu pubblicato da “L’Arte Tipografica”, il laboratorio editoriale e culturale di Angelo Rossi in via San Biagio dei Librai.

L’anno che Pablo Neruda soggiornò a Capri, ed era il 1952, molte cose successero a Napoli. Riaprì il “Gambrinus” che era stato chiuso da Mussolini nel 1938 perché ritenuto covo di antifascisti. Renata Tebaldi cantò al San Carlo ne “L’assedio di Corinto” di Rossini. Palmiro Togliatti celebrò al Teatro Politeama il 31° anniversario del Pci. Il generale Eisenhover, capo supremo della Nato, venne ad assistere ad una spettacolare manovra nel golfo delle flotte americana, inglese, francese e italiana. Fu inaugurata l’Arena Flegrea. In novembre morì Benedetto Croce.
Uscivamo malconci dalla guerra e una pioggia di danaro investì la città. In febbraio, il governo destinò 6 miliardi per la costruzione di case popolari a Fuorigrotta, Capodichino e Ponticelli. Il mese dopo, lo stanziamento fu di 72 miliardi per riparare i danni bellici, rimettere in sesto le ferrovie e ricostruire gli edifici pubblici.
A Palazzo Marigliano, in via San Biagio dei Librai, Angelo Rossi, sublime tipografo, dirigeva “L’Arte Tipografica”, autentico laboratorio editoriale e culturale. Alle rotative del suo stabilimento fu affidata la stampa del volume “Los versos del Capitàn” scritti da Pablo Neruda a Capri. Le copie dattiloscritte dei versi li portò Paolo Ricci, pittore e giornalista. Un gruppo di scrittori italiani ne sponsorizzò la pubblicazione, sostenuta da Togliatti e dai grandi paladini comunisti di Napoli: Alicata, Chiaromonte, Napolitano.
Fu soprattutto Gaetano Macchiaroli, allora libraio, fondatore della Federazione comunista a Napoli, e oggi raffinato editore, a prodigarsi per il poeta cileno. Racconta: “Incontrai Neruda nella casa di Mario Alicata a Santa Lucia. Era un uomo simpatico, ma molto esigente. Non capiva le nostre scarse disponibilità economiche e che, come partito all’opposizione, potevamo fare poco. Allora mi rivolsi ad Edwin Cerio, uomo di grande sensibilità e cultura, che accolse il poeta e Matilde Urrutia a Capri con grande ospitalità. Gli feci conoscere Napoli girando a bordo della mia Fiat Bertone verde decappottabile.
Un giorno Neruda mi invitò a seguirlo a Secondigliano in casa di gente che gli era stata segnalata dal Cile. Mangiammo la famosa minestra maritata, che lui scoprì con grande entusiasmo. Fu la prima volta che anch’io provai questa pietanza”.
Gli amici di Neruda erano tanti tra i protagonisti del Pci napoletano. Mario Alicata dirigeva uno dei primi giornali cittadini del dopoguerra, “La Voce”, che mise insieme comunisti e socialisti. La redazione e la tipografia erano all’Angiporto Galleria, dove aveva sede anche “Il Mattino”. Si favoleggiava della stanza inaccessibile di Giovanni Ansaldo che aveva una finestra su via Toledo. Il giornalista genovese, un colosso d’uomo, testa calva e nuca prussiana, giunto a dirigere il quotidiano napoletano, sistemava la sua mole rilevante su un seggiolone rinascimentale davanti a un possente tavolo di noce. Scriveva i suoi articoli sul dorso di vecchie buste aperte e incollate una sull’altra usando l’asticella col pennino che intingeva nell’inchiostro di un grande calamaio. Quando lasciava il giornale a mezzanotte, veniva salutato con deferenza dalle prostitute alloggiate nella casa di tolleranza che aveva sede nello stesso palazzo dell’Angiporto.
Amici di Neruda erano Giorgio Napolitano, alto ed elegante, e Gerardo Chiaromonte, più basso e robusto, definiti “i pupilli di Amendola”. Giorgio Amendola era il dominatore assoluto del Pci napoletano. Erano tutti politici di grande spessore e determinazione, come l’urbanista Luigi Cosenza e Massimo Caprara che Togliatti aveva scelto a fargli da segretario nel 1944. Una classe politica che Napoli non ha più espresso e che rappresentò il fascino supremo del Pci napoletano.
Tra i protagonisti di rilievo, che Neruda incontrò, spiccava la figura enigmatica e suggestiva di Renato Caccioppoli, “il matematico matto”. Aveva i capelli neri e lisci, con un ciuffo ribelle, e gli occhi di malinconia, pianista e assiduo frequentatore di concerti, nipote per parte di madre del marxista ribelle Michail Bakunin. Andavano alle sue lezioni all’Università anche quelli che non avevano niente a che fare con gli studi e la matematica, attratti dal fascino misterioso dell’uomo. La sua burrasca d’amore con Ornella Marzoli fece epoca. Caccioppoli abitava al Palazzo Cellamare e aveva sul suo tavolo i ritratti del poeta Rimbaud e di Evariste Galois, “matematico dolente e solitario”.
Erano questi gli affascinanti personaggi della vita napoletana al tempo di Neruda in una città fremente, battagliera, carica di speranze, nostalgica fino ai trionfi del Partito monarchico e di Lauro e rapita dai gol dello svedese Hasse Jeppson al Vomero. Una città contradditoria, ma viva che Neruda amava molto.
Noi di lui sapemmo che era fuggito dal Cile per il suo attivismo comunista e aveva attraversato le Ande a cavallo prima di imbarcarsi per l’Europa. A Capri, lo vedemmo per le stradine dell’isola con Matilde Urrutia, “la bella chascona” come la chiamava per le sue chiome rosse e ondulate. Chissà con quali dei suoi inchiostri preferiti, verde, fucsia, azzurro, Neruda scrisse “Los versos del Capitàn” che Matilde aveva ricopiato a macchina prima che arrivassero a “L’Arte Tipografi-ca”, più che una tipografia, un cenacolo.

Chioma di Capri
Capri, regina di roccia,
nella tua veste
color giglio e amaranto
vissi sviluppando
la fortuna e il dolore, la vigna piena
di grappoli radiosi
che conquistai sulla terra,
il tremulo tesoro
di aroma e di chioma,
luce zenitale, rosa estesa,
favo del mio pianeta.
Sbarcai d’inverno.
La sua veste di zaffiro
l’isola conservava ai suoi piedi,
e nuda sorgeva nel suo vapore
di cattedrale marina.
Era di pietra la sua bellezza. In ogni
frammento della sua pelle rinverdiva
la primavera pura
che nelle crepe nascondeva il suo tesoro.
Un lampo rosso e giallo
sotto la tenue luce
giaceva sonnolento
aspettando l’ora
di scatenare il suo potere.
Sulla sponda di immobili uccelli,
in mezzo al cielo,
un rauco grido, il vento
e l’indicibile spuma.
D’argento e pietra la tua veste, appena.

– Pablo Neruda

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Un commento su “Napoli al tempo di Neruda

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