Natale di una volta

– di Carlo Missaglia

Riti, tradizioni, cantate.
La preparazione del presepe cominciava col giorno dell’Immacolata.
I pastori di San Gregorio Armeno.
La notte della vigilia a Napoli.
Il menù della cena. Le dispute per i capitoni.
Il mercato più bello in via Santa Brigida.
La deposizione del Bambinello nella grotta.
Le zampogne nei versi di Capaldo e Bovio.
La tristezza degli emigrati.
L’esplosione di gioia di Di Giacomo per la Nascita.

Una festa, il Natale, che comunque la si pensi ha un suo fascino, un suo mistero, una sua singolare attrattiva. C’è chi ha avuto modo di vivere quei tempi del passato, quando entravi in casa e avvertivi sensorialmente il suo approssimarsi. L’odore della colla di pesce che serviva a tenere insieme il sughero del presepio con la cartapesta, l’odore della resina e degli aghi dei pini dell’albero. La pigna che si apriva al calore del fuoco nel camino mostrando i dolci pinoli che per mangiarli te li dovevi guadagnare liberandoli uno alla volta.
Tutta la preparazione, per tradizione, iniziava con l’Immacolata quando cominciavi a sentire il primo suono delle ciaramelle: Quanno nascette ninno a Bettelemme / Era notte e parea miez”juorno.

Per i presepisti più accaniti la preparazione aveva solo un inizio ma mai una fine. Durante le feste mostravano lo stato di avanzamento della loro opera, ma poi, subito dopo, tornavano alla ricerca di nuovi pastori, di nuovi nuove figure, da inserire nelle casette certosinamente costruite. Personaggi mitici che, anche nel mese di agosto, sotto il solleone, li potevi vedere aggirarsi per San Gregorio Armeno in cerca di particolarità e singolarità per arricchire il presepe. Poi venne l’albero: prima nelle case più ricche, poi palline di plastica e diffusione globale. Oggi siamo giunti e giustamente alla difesa ecologica degli alberi di Natale e l’invasione di quelli di plastica è aumentata. Tutta la preparazione si sublimava la sera della vigilia seduti a tavola a famiglie intere: nonni, figli, nipoti e pronipoti. Una festa, soprattutto in quelle famiglie patriarcali con venticinque-trenta persone, tutte in attesa degli spaghetti a vongole. Per le famiglie meno abbienti ma più tradizionaliste, spaghetti col sugo di olive e capperi.
Rigorosamente olive di Gaeta e capperi di Pantelleria.

Le scuole di pensiero su quello che dovrebbe essere il pranzo della vigilia sono varie e tutte asseriscono di essere nel giusto. Su di una cosa però si può convenire: che, essendo un pasto della vigilia, deve essere di magro. I testi più antichi riportano di cene quasi irripetibili con i costi di oggi: zuppa di aragosta, tanto per citare solo uno dei piatti della tradizione nostra. E ‘o capitone, addò ‘o miette ‘o capitone? Uno di quei pesci mai ben identificati. E’ ‘nu pesce, è nu serpente, è una anguilla? Il nome scientifico sembra sia anguilla, ma dato che il nome “nun se magna” potremmo anche glissare e andare al sodo.
La storia comincia generalmente così: ‘o capitone chi l’accatta? Ce vai tu? No, no me fa schifo! Comme te fa schifo? Chillo sa da piglià pe’ forza, fa parte da tradizione, anzi ce vò pure nu poco ‘e baccalà po fa fritto: sempe per devozione! Va bene ho capito, ccà si nun ce vach’io ‘o capitone nun se magna. Non te lo mangi tu, vorrai dire! Quà non piace a nessuno. Se se, po voglio vedè! Si ve permettite do tuccà, ve faccio cadè ‘e mmane!

E si esce, forse anche perché grande è la voglia di cazzeggiare tra le ceste di cibarie, le più varie, le più colorate, le più profumate. Ti viene l’acquolina in bocca e ritorni bambino. Col naso all’insù, incantato a guardare le luci natalizie, a respirare l’aria della festa. Quando sono stato bambino e poi ragazzo, ricordo che nel periodo antecedente al Natale per me erano tutti giorni di “filone”. Scendevo con la funicolare di Montesanto alla Pignasecca e a piedi arrivavo fino a via Duomo. Ero affascinato, innamorato da quella Napoli-bazar all’aperto. Le tine cariche di papaccelle, i buattoni con le alici salate, le ulive bianche e nere e noci, nucelle e nucelline, castagne, castagne spezzate, d”o prevete, datteri, fichi secchi bianchi e neri. Nzerte ‘e salami e de presutte, pruvulune, casecavalle, muntagne ‘e maccarune ‘ncartate dinte ‘e carte blu, zite, spaghetti, vermicielle, capellini per il brodo. Si usciva dalla guerra ed era fantastico magnà pure sulo cu ll’uocchie.

Tante volte, ripensando a quei tempi, mi torna prepotentemente alla mente il ricordo del desiderio di quelle cose belle, allora tanto distanti quasi inarrivabili, eppure in casa non mancava nulla, anzi. Finalmente sono vicino alla stesa dei pesci, argentei, bruni, rossi, blu, striati di verde, rosa. Fragolini, praia, dentici violetti e aggressive sfilanti ricciole. Spigole, orate, cefali e maculate cernie brune. Che spettacolo!
Il mercato più bello di quei giorni, in quell’epoca, era quello che veniva aperto in via Santa Brigida. Infine le vasche dei capitoni. I capitoni: matasse viventi, raggomitolati su se stessi e non crediate che a mare sia diverso. A me è capitato più di una volta, a Nisida per esempio, di trovarne centinaia intrecciati fra loro in continuo statico movimento. Erano in tana alla portata di chiunque avesse voluto e … potuto. Va da sé che quelli di mare hanno un sapore totalmente diverso da quelli di laguna o di acque dolci. Solo a pochi fortunati, però, è dato goderne sulla tavola della vigilia. Natale int’ ‘a ‘na casa piccerella / Mo sta nascenno ‘a cielo n’angiulillo / Ce sta in’ ‘a grotta ‘a stessa Madunnella / Ca steva llà quann’io ero piccerillo… Con questi versi Clemente Parrilli ricordava i suoi Natali giovanili che Evemero Nardella rivestì con una musica alla sua altezza: dolce, signorile, moderna. Un Natale, quello, comune a tanti di noi: Te ricuorde chelli sere / Se jucava ‘a tumbulella; / Che risate che piacere / A guardà sta vocca bella.

A mezzanotte ci si metteva in fila per la processione o si andava a Messa. “Tu scendi dalle stelle” si cantava in coro e andava posto il bambinello Gesù nella grotta del Presepio, al centro. Il bambinello veniva portato sempre dal più piccolo di casa. E’ capitato che di piccoli in famiglia ve ne fosse più di uno e allora mia mamma, per non fare arrabbiare nessuno con strilli e facili pianti, dava un bambinello a ciascuno, e tutti a turno lo sistemavano nella grotta. Nella mia famiglia, la notte della vigilia, nascevano dai cinque agli otto Gesù! Dipendeva dal numero dei nipotini presenti.
Le famiglie più abbienti facevano intervenire anche gli zampognari:
Sono venute dai monti oscuri / Le ciaramelle senza dir niente / Ed han destato nei suoi tuguri / Tutta la buona povera gente.
O come cantava Capaldo sulla musica di Gambardella: Mo che fernuta ll’uva d’a vennegna / E se cuperta ‘e neva la muntagna / Pigghiammuce cumpagne li zampogne / E ghiammo a lu paese d”a cuccagna.
Si aggiungevano Bovio e Postiglione rappresentando la solitudine della donna dello zampognaro che va a far legna senza alcun aiuto maschile, e stanotte si gela: E’ Natale già quacche zampogna / ‘a luntano int”o scuro se sente / Sta lassanno o saluto a muntagna / Stu lamiento luntano ‘e zampogna!

Gli emigrati venivano spesso menzionati nei momenti di maggior tristezza che si acuivano proprio durante le feste natalizie con i ricordi della famiglia e dell’amata lontana lasciando anche spazio a qualche innocente bugia rassicurante: Luntana staje Natale sta trasenno / Che bellu friddo che belli ghiurnate / Friddo ‘o paese tuojo ne sta facenno? / Pe Natale ve site appriparate?
Quando, a mezzanotte, nasce il bambinello Di Giacomo esplode nel suo: E Ullero, ullero / Sunate e cantate! / Sparate!! Sparate!!! / Che è nato Giesù; / Giesù bambino, / E ‘a vergine Maria so tene ‘nzino!…

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