Navigando, navigando

– di Sergio Moitre

Una “passeggiata” da Punta Campanella a Punta Licosa.
Il bagno nella baia di Ieranto.
La laguna verde e turchese di Ogliastro.
La lotta perduta con un grosso tonno.
L’insidiosa secca di Acciaroli.
Un porto per tutte le esigenze a Marina di Camerota.
I paesi deliziosi da Ascea a Palinuro.

200605-13-1m

200605-13-2mUna delle più belle “passeggiate” per mare che sia possibile fare a chi possiede una barca (a vela!) a Napoli e dintorni, è quella di navigare il Golfo di Salerno da capo a capo: da Punta Campanella a Punta Licosa. Sono riluttante a definirla pomposamente “traversata”, ché oltretutto il termine suonerebbe riduttivo per quelle che traversate lo sono a tutti gli effetti. Penso ai “classici” dell’andar per mare in Mediterraneo, quali Reggio Calabria – Corfù, Porto Cervo – Ponza, Cagliari – La Galite, Genova – Capraia, e chi più ne ha…
Eppure, questo braccio di 35 miglia di mare ha il suo fascino e le sue belle attrattive, e può ripagare con grandi emozioni chi decide di attraversarlo. Innanzi tutto la distanza è proprio da passeggiata in pieno relax: 5-7 ore tra partenza e arrivo sono sufficienti. E questo dà la possibilità di godere appieno, oltre che della navigazione, delle meraviglie paesaggistiche dei luoghi di partenza e arrivo nella stessa giornata.
Una vecchia abitudine che ho acquisito sulle barche con cui ho iniziato a navigare come ospite suggerisce di passare all’àncora le ore del mattino per fare il bagno. Tra Capri e la baia di Ieranto c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma attenzione, passato mezzogiorno, qualunque momento è buono per l’arrivo del maestrale, sempre che le condizioni meteo siano quelle giuste. La sua comparsa potrebbe anche cogliere impreparato l’equipaggio che non ha saputo avvertirne i segnali premonitori: che so, al momento di scolare gli spaghetti! Ma non ci sono ragioni che tengano. Quello è il momento di salpare e di mettere a riva, come si dice, tutta la tela, anche lo “spi”. Se il maestrale è gagliardo, e la barca di buona razza, cinque ore sono sufficienti per dare di nuovo fondo all’àncora nella baia di Ogliastro.
Ogliastro è ben ridossata anche nel caso che il “maestro” sia stato gagliardo sul serio, o di più. Ed offre acque tranquille per un bel bagno di tardo pomeriggio, necessario per togliersi di dosso il sale e l’ardore del sole, tra il canto delle cicale e il profumo dei pini e della macchia mediterranea. Ma, se il vento di nord-ovest è stato pigro e non ha alzato il mare, una nuotata nella laguna dove l’acqua è verde e turchese, tra l’isolotto del faro e la costa, è un “must”. Magari arrivandoci col tender, perché le acque intorno a Punta Licosa sono tutte un insidioso basso fondo. Lo testimonia il relitto di un’oneraria di epoca romana che giace a 40 metri di profondità, con tutte le anfore, anzi, con quello che resta del saccheggio dei nostri giorni, sparse d’intorno, sul fondo. Le anfore erano i container dell’antichità. Servivano per trasportare grano, olio, vino sin dai tempi dei fenici. E le navi porta-anfore, le “onerarie”, erano quelle che svolgevano i traffici dell’epoca. Ce ne sono sparsi i relitti in tutto il Mediterraneo, nei punti critici della navigazione, all’epoca a remi ed a vela.
Anni fa l’equipe di Cousteau intraprese una serie di immersioni intorno ai capi della costa mediterranea della Francia. Il doppiaggio di un capo, per le navi dell’epoca, lente e niente affatto boliniere, non adatte cioè a stringere il vento, in condizioni avverse poteva diventare un’impresa disperata. E difatti puntualmente, nei dintorni di ogni capo vennero ritrovate navi affondate.
Il passato è una incombente presenza in Mediterraneo. Da giovane Gustave Flaubert scrisse al suo amico Alfred le Poittevin: “Sono commosso nel più profondo dell’essere quando penso alle carene romane che un tempo solcavano le onde in costante, eterno movimento, di questo mare sempre giovane. L’Oceano è forse più bello, ma qui l’assenza di maree che dividono il tempo in periodi regolari sembra farti dimenticare che il passato è molto lontano e che secoli ci separano da Cleopatra”.
Ma torniamo a Punta Licosa. E’, sì, un punto critico per la navigazione, tanto che i portolani consigliano di tenersi almeno un miglio al largo, specie con mare formato. Ma è anche un autentico paradiso per la caccia subacquea. Garantisco personalmente. E l’ora è anche quella giusta…
A proposito di pesca, vale sempre la pena di mettere in mare una lenza, con un artificiale, navigando in queste acque. Lo scorso mese di agosto, una decina di miglia al largo del capo, ho avuto una ferrata violenta da quello che ritengo essere stato un tonno di una certa mole. Il mulinello della canna è partito come una sirena, il filo di nylon dritto verso il fondo. Era pomeriggio tardi, non mancava tanto al tramonto. Dopo un paio d’ore era buio pesto, il mare come pece, ed io, in un bagno di sudore nella felpa di cotone, combattevo ancora col tonno che non dava cenni di cedimento. Ogni metro di filo recuperato veniva prontamente riguadagnato dal pesce. Riuscii comunque a tirarlo sotto bordo, ma, ancora molto vitale, prese a nuotare veloce sotto la barca portando la lenza a interferire con la chiglia di ghisa. Fino a che si spezzò. Confesso che fu una liberazione. Da subito avevo capito che quello era un boccone troppo grosso, ma avevo il “dovere” di fare tutto il possibile per imbarcare il pesce. E poi le barche a vela non sono il massimo per questi lavori…
Sempre a proposito della passeggiata, va detto che sì, può anche e tranquillamente esaurirsi nello spazio di un fine settimana, tra andata e ritorno, pur con una barca lenta come un piccolo yacht a vela. E il ritorno del giorno dopo sarà una bella bolina mura a sinistra, se soffia ancora l’amico maestrale. Difficilmente però si riuscirà a mettere la prua su Capri. Ma quale occasione migliore per passare una sera ad Amalfi? E’ qui che arriveremo stringendo il vento al meglio.
Tuttavia di solito la discesa verso il Cilento è strategica per il raggiungimento di altri obiettivi: le Eolie in primis. Ma anche il mar Ionio e le isole della Grecia. I porti dove fare scalo per rifornimenti, e sicuri in caso di cattivo tempo, sono Acciaroli e Marina di Camerota. Acciaroli è il primo che si incontra navigando lungo costa, poche miglia oltre Ogliastro. La cosa notevole di questo porto è la secca proprio di fronte al suo ingresso, che ha fatto vittime numerose ed illustri. Per citarne una, anche Claudio Villa ci finì sopra col suo motoscafo. Ho visto con i miei occhi, negli anni, due barche a vela e un motoscafo incagliarsi. La cosa incredibile è che tuttora non c’è niente a vista che la segnali.
Merita dare qualche spiegazione. La prima volta che presi il mare con una barca mia per andare proprio da quelle parti, un paio di amici non si stancarono di ripetermi di stare attento alla secca di Acciaroli, e devo dire che la sua posizione è davvero insidiosa. Ebbene, il molo del porto si orienta parallelo alla costa in direzione grosso modo nord-ovest verso sud-est. Aperto a sud, l’ingresso è delimitato dalla testa di un altro molo che parte dalla riva perpendicolarmente al molo di sopraflutto. 150 metri fuori questo ingresso c’è una secca rocciosa con la testa meno di mezzo metro dal pelo dell’acqua.
Il punto è che chi esce dal porto e ha da mettere la prua verso il largo, si trova l’orizzonte libero e, se non ha osservato una carta, letto il portolano o non è stato messo in guardia, ci finisce contro fatalmente. Lo stesso dicasi per chi deve entrare provenendo dal largo. Proprio due anni fa riparai nel porto di Acciaroli colto per mare da un violento colpo di vento da nord-ovest. Ero solo in barca, e nonostante la navigazione fosse piacevole ed emozionante, sebbene un po’ bagnata dagli spruzzi, ritenni più prudente chiuderla lì. Per ormeggiare fui costretto a prendere in barca due volenterosi che mi mettessero i parabordi. Non potevo lasciare il timone perché il vento violento faceva scarrocciare rapidamente la barca.
Dieci, quindici minuti dopo il mio ingresso nel porto, vidi un bel motoscafo veloce incagliarsi con uno schianto sopra la famigerata secca. Perso l’abbrivio, prese a barcollare come un animale ferito a morte, prima del crollo. Meno poeticamente, il mare, che si era ingrossato, lo faceva rollare e beccheggiare intorno al punto in cui lo scoglio aveva morso lo scafo. Anche se non amo i motoscafi, ebbi pena di quella barca. Dopo un pò sbarcarono da un gommone che li aveva traghettati i malcapitati naufraghi. Tutti evidentemente sotto choc, bagnati, scarmigliati, terrei in volto.
Molto meno drammatico, un bel po’ di anni prima, il mio primo impatto con la secca. Ero entrato in porto la sera precedente, la mia “prima volta” avanzando al minimo come si farebbe in un campo di mine. Avevo in barca con me un caro amico col quale contavo di raggiungere le Eolie, un classico. Avevamo trovato ormeggio di fianco alla barca di una coppia di tedeschi, simpaticissimi come solo i tedeschi simpatici sanno essere. La barca era un vecchio Arpege di Dufour, ricordo. Fraternizzammo comunicando in inglese, e a sera facemmo bisboccia insieme bevendo l’impossibile. La mattina seguente il caffè, colazione, scambio di bottiglie (vino contro birra) e progetto di navigare insieme fino a Palinuro. I tedeschi, manco a dirlo, con teutonica efficienza furono pronti a salpare un paio di minuti prima di noi. Si diressero decisi verso l’uscita del porto, mentre sulla mia barca ancora si salpava la catena dell’àncora.
Mentre li vedevo allontanarsi, un lampo mi attraversò il cervello. Ma era troppo tardi. Non servì a niente tentare di richiamare la loro attenzione, con la voce e i fischi. Dieci secondi più tardi erano fermi, caracollando languidamente sul mare liscio come l’olio. L’albero innaturalmente inclinato, perché la barca era inclinata, appoggiata com’era sul fondo, era l’unico dettaglio che lasciava intuire che qualcosa non andava…
In casi come questo una barca a vela, se urta sul fondo con la chiglia di ghisa o piombo, anche a piena velocità, di solito non subisce danni se non alla pittura antivegetativa. Deve solo disincagliarsi.
Ne so qualcosa. Se mi capita di essere assalito da un incubo “marinaro”, uno ricorrente è il ricordo dell’atterraggio a Giannutri in una notte di tregenda. La errata valutazione dell’altezza del faro sull’orizzonte, e quindi della distanza da esso, mi portò a impattare con una spiaggia di ciottoli.
In ogni caso, danni o non danni, non ebbi animo di accostarmi a loro: li salutai con un cenno della mano, mentre compivo il giro, apparentemente innaturale ed ozioso, per aggirare il basso fondo. Non li ho mai più visti.
Il porto giusto dove fare scalo per scendere poi alle isole Eolie è però Marina di Camerota. Non fosse altro perché è il più vicino fra quelli del Cilento. E poi, perché vi si può trovare tutto quanto può essere necessario ad una imbarcazione in termini di rifornimenti e di assistenza, senza contare che una puntata nei mercatini del luogo può essere un’autentica avventura alla ricerca della diversità biologica di frutta e verdura.
Amo molto questi luoghi. Li ho scoperti per terra, in moto, e per mare. Meritano, da soli, il viaggio da compiere per raggiungerli. Ascea, Pioppi, Scario, Casalvelino, Palinuro. La baia degli Infreschi. Ovunque le occasioni e le opportunità di una sosta ripagano il marinaio della fatica del navigare.

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