Ogni anno Palinuro uccide Palinuro e poi se ne pente

– di Vittorio Paliotti

La denominazione greca dell’affascinante località cilentana significa “monte contro il quale si infrangono i venti”.
La leggendaria stagione turistica del villaggio di pescatori.
Nella “notte del mito” a settembre, la rievocazione scenica della morte del pilota della nave di Enea che venne ammazzato dagli antichi abitanti del borgo tirrenico. Scambiarono il naufrago per un mostro marino. Disastri di navi davanti al Capo dove “nascono le tempeste” intitolato al marinaio troiano.

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200603-14-3m“Coloro che conoscono Palinuro sono amanti gelosi che cercano di sottrarla alla conoscenza dei più; e mi è stato detto di una signora che vi andava ogni anno, ma non ne parlava nemmeno con gli amici intimi, per paura che questo idillio fosse guastato dal turismo”.
Quando, nel suo celebre “Viaggio in Italia”, lo scrittore Guido Piovene si lasciò scappare questa frase, correva l’ormai remoto 1957. A quell’epoca, Palinuro era nient’altro che un paesino abitato da un migliaio di pescatori. Solo loro, i pescatori, e pochi altri iniziati, conoscevano la bellezza maestosa, e un po’ anche conturbante, di quel promontorio, Capo Palinuro appunto, che sembrava congiungere la terra col mare e col cielo. Così come soltanto loro, i pescatori, conoscevano la magia delle grotte che sforacchiavano le rupi a picco sul mare e il silenzio delle spiaggette che si susseguono lungo la costa. Per tutti gli altri, Palinuro aveva, al massimo, una sostanza mitologica evocata da Virgilio nell'”Eneide”.
Subito dopo la pubblicazione del libro di Piovene, in quel 1957, arrivarono a Palinuro i dirigenti di un importante club di vacanze. Proprio lì, all’ingresso del paese e poco discosto dal famoso Capo, sorse un villaggio turistico di stile tropicale, costituito da capanni avvolti da piante e arbusti. Quel villaggio oggi non esiste più essendo scaduto, nel 1982, il contratto stipulato con i proprietari del suolo; ma Palinuro, se ha smesso di essere soltanto un paesino di pescatori, è stato e continua ad essere la sede di un miracolo: gli alberghi, i ristoranti e gli impianti turistici che vi si sono sviluppati hanno infatti lasciato intatto le primitività del paesaggio. E pertanto non era giusto che a godersi questo “idillio” fosse soltanto quella signora egoista di cui parlò Piovene.
Il centro abitato di Palinuro, bisogna dire subito, si articola intorno a due strade principali: via Pisacane in alto e via Indipendenza in basso. Da queste due strade, che sono parallele, si diparte una raggiera di viuzze e gradinate che conducono alla spiaggia e che di passo in passo offrono ciascuna un diverso panorama: là il mare con uno scoglio, là il porto con una fila di barche, là una sorta di arco naturale con una torre.
A sinistra e a destra pittoresche casette in stile mediterraneo, poi vecchi ruderi, quindi il Capo: quel promontorio, cioè, che, alto un centinaio di metri, si estende per due chilometri sul mare. Sulla rupe, ove volteggiano uccelli marini, cresce un fiore detto “Primula palinuri”. E’ accanto al promontorio, formato da molte punte a picco sul mare, che s’intravvede una piccola spiaggia, la più riparata dai venti, l’unica in grado di offrire un valido asilo alle barche dei pescatori quando il mare è in tempesta. Nei mesi estivi e in quelli primaverili c’è sempre bel tempo, a Palinuro. Ma d’inverno il promontorio è al centro di un mulinello di venti. “E’ da qui che nascono le tempeste” dicono i pescatori. E in effetti Capo Palinuro rappresentò per gli antichi naviganti ciò che in epoca moderna ha rappresentato Capo Horn per i marinai di tutto il mondo.
La denominazione stessa di Palinuro deriverebbe, per quegli studiosi che respingono la mitologia, dalle parole greche “palin” (contro) e “ouros” (monte) il cui significato intuitivo è “monte contro il quale si infrangono i venti”.
In questo spicchio di mare, si verificarono alcuni dei più disastrosi naufragi dell’antichità.
Nel 225 avanti Cristo, durante la prima guerra punica, la flotta romana comandata dai consoli Servilio Cepo e Sempronio Bleso capitò nel bel mezzo di un fortunale proprio davanti a queste coste e ben 150 navi affondarono nell’impatto. Nel 36 avanti Cristo si distrusse, schiantandosi contro Capo Palinuro, una flotta comandata da Ottaviano in persona. Perfino Orazio, che navigò in queste acque, ricorda di essere scampato alla morte solo perché guidato dalle Camene, sorta di divinità marine.
Ancora oggi i pescatori di Palinuro temono il loro mare quando è in tempesta; ed è questo il motivo della loro straordinaria devozione a Sant’Antonio, cui hanno innalzato una chiesetta proprio nel porto. Ogni anno, il 25 settembre, si muove dal porto di Palinuro un lungo e festoso corteo di barche: sulla prima si insediano, con la statua di Sant’Antonio, quattro anziani marinai, sulla seconda prende posto una banda musicale e su tutte le altre salgono i turisti. Le barche si spingono fino alla spiaggia di Pisciotta e nel frattempo dalla costa vengono sparati mortaretti.
La cerimonia si riferisce a un episodio di oltre cinquant’anni fa quando quattro marinai di Palinuro, smarritisi con la loro barca nel mare in tempesta, videro o credettero di vedere, dopo avere invocato Sant’Antonio, una specie di stella cometa in cielo che li guidò in salvo.
In realtà, oggi trascorrere sia pure un breve periodo a Palinuro equivale non soltanto a vivere in un paesaggio che la rigogliosa vegetazione fa apparire tropicale, ma a ritrovare miti antichissimi. Chi era infatto il personaggio Palinuro se non il nocchiero della nave di Enea? La leggenda sta tutta nei canti quinto e sesto dell'”Eneide” di Virgilio.
La nave che conduce Enea verso la costa latina veleggia tranquilla nella notte. Senonché il dio Sonno, istigato da Giunone, fa precipitare in mare Palinuro il quale, tuttavia, riesce a raggiungere a nuoto una spiaggia ai piedi di un promontorio. Purtroppo gli abitanti del posto, lucani di origine greca, scambiano il naufrago per un mostro marino e l’uccidono.
Più tardi, disceso agli Inferi insieme con la Sibilla cumana, Virgilio incontra lo spirito di Palinuro il quale, vagando disperato, chiede che al suo corpo sia data pietosa sepoltura. La Sibilla garantisce a Palinuro che il suo desiderio sarà appagato. E infatti, prosegue il mito, i lucani, spaventati da una terribile epidemia a ritenendola una punizione degli dei per l’omicidio da loro consumato, eressero un cenotafio a Palinuro, gli consacrarono un bosco e addirittura diedero il suo nome alla loro città.
Si tratta di una leggenda, naturalmente, ma recenti scavi archeologici hanno dimostrato che in quel luogo esisteva, fra il 540 e il 520 avanti Cristo, una città poi cancellata da una epidemia. Il rinvenimento di antiche monete ha confermato che quella città portava il nome di Palinuro. Tuttora, un rudere presso la spiaggia viene indicato come tomba del nocchiero di Enea.
All’antica vicenda raccolta da Virgilio, l’odierna Palinuro non è ancora riuscita del tutto a sottrarsi. Ogni anno, tra il languire d’agosto e l’inizio di settembre, viene celebrata con il concorso dei villeggianti, turisti e bontemponi, ma anche con la consulenza di esperti in storia e archeologia, quella che un po’ enfaticamente è definita “la notte del mito” e che consiste, appunto, nella rievocazione scenica della morte del pilota della nave di Enea.
La base della ritualità è costituita da una vastissima grotta, situata nella zona alta del paese che solitamente viene utilizzata come discoteca. E’ qui, in questa grotta, che si danno appuntamento nei giorni precedenti la manifestazione decine e decine di persone: vengono confezionati, con pelli di animali, indumenti rassomiglianti a quelli che indossavano gli antichi lucani e vengono costruiti, in legno e cartapesta, oggetti, carri e perfino imbarcazioni simili a quelli in uso mille e mille anni fa. A un giovanotto, il più robusto e il più affascinante tra i presenti, è conferito l’incarico di interpretare il ruolo del nocchiero Palinuro; tutti gli altri, uomini e donne, si attribuiscono i ruoli del guerrieri lucani.
Quando, ultimato ogni preparativo, è finalmente proclamata “la notte del mito”, centinaia di persone con addosso il costume d’epoca si riversano sulla spiaggia di Capo Palinuro. Ed ecco che, da una barca, precipita (cioè finge di precipitare) il giovane nocchiero Palinuro. “E’ un mostro marino!” urlano gli astanti, agitando finte lance. E quando il giovane, ostentando stanchezza, raggiunge finalmente la riva, coloro che impersonano gli antichi lucani, lo circondano e fingono di ucciderlo.
Ma ecco che, d’improvviso, la scena cambia. Ammoniti dalla Sibilla (anch’essa, naturalmente, una turista in abiti d’epoca) i partecipanti alla manifestazione chiedono perdono all’ormai esanime nocchiero e portano il suo corpo in trionfo. “Evviva Palinuro! Evviva Palinuro!” gridano centinaia di persone. “Evviva! Evviva!”. Fa da sottofondo il rumore del mare.

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