Omaggio ai pallonisti di Capri

– di Giuseppe Aprea

Pietro galasso detto petruccio svela la vera storia dei magnifici bugiardi
Dell’isola. Il primo fu angelo ferraro che raccontò a kopisch la “balla” della
Grotta azzurra. Dopo, sono venuti gli spadari e gli arcucci e altri ancora.
Chi sono stati i più bravi nell’inventare mitiche menzogne che fruttavano le
Laute mance dei turisti. Quando il giro di capri valeva 75 lire. Gli americani
Erano una vera pacchia. Gli ultimi pallonisti, da costanziello a mafigge.

Il pallonista è un specie endogena di Capri come la lucertola azzurra dei Faraglioni o come un’orchidea selvatica di Cetrella. Ma chi è, cosa fa e dove vive non c’è scritto sui libri di testo. Perciò io l’ho domandato a uno di loro che si chiama Pietro Galasso detto Petruccio. E che è amico mio.
Pietro Galasso detto Petruccio mi racconta la storia vera dei pallonisti di Capri. Cominciando da un’ammissione…
“È vero, ci chiamiamo pallonisti perché raccontiamo qualche bugia di tanto in tanto… – mi dice – Ma il pallonista è un mestiere antico e nobile. E’ antico perché, se ci pensi bene, il primo di noi c’era già nell’Ottocento, e si chiamava Angelo Ferraro detto il Riccio. Non fu lui a raccontare a Kopisch e al suo amico Fries quella grande balla, che nella Grotta Azzurra c’erano i fantasmi, che solo lui aveva il coraggio di entrarci e che era difficile, perché il buco era piccolo…? Il primo pallonista di Capri fu lui, ti dico.
Naturalmente ci voleva un amico albergatore, e lui aveva Pagano de La Palma. Sicuramente si sono divisi una bella sommetta, quel giorno! Era il 1826: c’è pure la lapide in piazza, ma nessuno se ne ricorda più…”.
Insomma, secondo Petruccio, Ferraro è stato il primo. Dopo sono venuti gli altri, gli Spadari, gli Arcucci. “Loro però lavoravano “fissi”, diciamo.
Ad esempio, c’era Gorki che voleva andare a pescare ogni tanto? E il pallonista diceva che solo lui conosceva le poste dei cagni, e dei saraghi ‘punzuti’ e faceva un patto: io ti metto a disposizione il gozzo e tu mi dai un tanto. Domani viene il tuo amico Lenin e ci sono due persone di più? Una piccola mancia e tutto s’aggiusta. Lo stesso con Krupp. Volete un esperto dei fondali, signurì? Chiedeva il portiere del Quisisana. Io lo conosco, si chiama ‘tal dei tali’. E poi dividevano: tanto a te e tanto a me”.
Poi vennero gli anni del fascismo, nell’isola governava Dusmet, il podestà. E i pallonisti aumentarono di numero. Ce n’erano di nuovi, e di bravi: Saverio Mazzola, Salvatore Cimino, Enrico Arviello. E poi ancora Pasquale Catuogno, i fratelli Anastasio, Giovanni e Antonio. E naturalmente Pietro Galasso, il mio amico. A Marina Piccola, dove l”attività” si spostava quando c’era il mare di tramontana, facevano di tanto in tanto i pallonisti Salvatore Cosentino e Umberto Lembo, detto Capajanca. Ora tutti avevano una “divisa”: una maglietta, sulla quale ognuno portava scritto il proprio nome. Ed erano organizzati: c’era un “caporale”, una specie di capo, che per un certo periodo fu Gabriele Aprea. Lui divideva tra tutti, in parti uguali, i guadagni. E interveniva se qualcuno faceva un po’ il furbo: ad esempio inghiottendo le 5 lire di mancia ricevute anzichè dividerle con i compagni… Le riunioni dei pallonisti di Capri si svolgevano di domenica: dopo la messa all’Oratorio, l’appuntamento era ai Giardini d’Augusto. Per non sbagliare, si incontravano in una grotta, quella in alto, accanto ai leoni di marmo…! “I miei clienti migliori – mi racconta Petruccio – li andavo a prendere all’albergo Le Terrazze, da Eugenio, tuo padre. Là c’erano molti soldati tedeschi. Oppure al Parco, dove alloggiavano spesso le SS che però, in molti casi, erano militari polacchi. E noi parlavamo pure il polacco…”. Il percorso a mare fino alla Grotta costava 17 lire, il giro dell’isola, scoglio per scoglio, ne valeva 75. Spesso ci scappava pure la mancia perché il “signore” restava sempre contento, vedeva la fatica del pallonista che spingeva sui remi (le palelle) e sentiva la passione e l’orgoglio con cui gli spiegava la storia di Capri e la bellezza del suo mare.
“E questo è il motivo della nobiltà del mestiere di pallonista… E bada bene, se c’era scappata la “palla”, se cioè al cliente si era spacciata la Grotta del bue marino per Grotta Azzurra, era stato solo a fin di bene.
Lui (il cliente) era soddisfatto ugualmente e noi…pure”.
I tedeschi andarono via, poco alla volta; arrivarono gli americani del Rest Camp e trovarono ad attenderli i pallonisti di Capri. Che pacchia con quelli! Bastava mettersi d’accordo con il caposquadriglia – sempre rigorosamente nel suo albergo, perché la “petulanza” era punita! – ed il giorno dopo arrivava a bordo con l’intero equipaggio. “Quelli erano così fessi che non c’era sfizio… – mi confida il mio amico – Si guadagnava bene, anche se eravamo sorvegliati, per terra e per mare. Ognuno di noi aveva un tesserino a forma di cuore. Quello per le “water guide”, cioè noi pallonisti di mare, era rosso; poi potevamo fare anche le “land guide”, e dovevamo avere pure quello verde”. A Pietro Galasso spettò l’onore (chissà se retribuito?) di portare in mare nientemeno che il generale Clark e il suo attendente.
Partiti che furono gli americani, ci fu un po’ di riposo forzato per tutti, pallonisti compresi. Poi, lentamente tornarono… gli americani. Questa volta senza divisa. I pallonisti erano sempre lì: tra i nuovi, Costanziello Rocco, Giuseppe Tarantino e Carmine Galasso, detto Mafigge (africano del Mozambico) per via della sua perenne abbronzatura…
Il turismo insomma rinacque, a Capri come altrove. E i portieri d’albergo erano sempre lì, dietro i banconi delle portinerie, pronti a proporre ai nuovi arrivati: “Un bel giro dell’isola, signore? Ho un amico marinaio, a Marina Grande che per poche lire…”
Barche alla Marina, Capri.

(Foto Centro Archivistico Documentale Isola di Capri)

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