Paranal, l’isola di pietra nel deserto di Atacama

– di Leonardo Vanzi

La vita solitaria degli scienziati sulla vetta del Cile dove sono installati i quattro telescopi più giganteschi del mondo scrutando il passato dell’universo e facendo ipotesi sulla sua fine.

Il racconto di un giovane e brillante astronomo fiorentino che fa parte dell’equipe dell’European Southern Observatory.

200712-10-1m

200712-10-2mIl capitano è un vecchio lupo di mare… o di cielo a seconda dell’occasione.
Vecchio non lo è per niente a dire la verità, testa pelata ed uno sguardo che ti inchioda. La voce profonda non lascia spazio a repliche.
Lo trovo verso il tramonto con gli occhi puntati verso l’orizzonte sulla piattaforma, alcuni la chiamano ponte, in ogni caso fa poca differenza.
Da quassù lo sguardo arriva lontano, fino al vulcano Llullallaco a più di 120 km di distanza verso la cordigliera delle Ande, oppure su in alto a migliaia di anni luce. Il mare invece è giù in basso, sotto di noi, non lo vediamo; a quest’ora è coperto dalla camanchaca, la nebbia che, sollevandosi dall’oceano, si accumula durante il giorno e sotto la quale sopravvive la poca vegetazione della costa.
Quassù invece, 2800 metri più in alto, sul Cerro Paranal, di vegetazione non se ne parla. L’unico fiore che spunta da queste parti è l’ombra della pietra! non lo dico io, lo dice Riveira-Letelier, lo scrittore della pampa. E, a proposito di ombre, quella della montagna su cui ci troviamo si allunga sul deserto e corre veloce verso le Ande insieme agli ultimi raggi del sole che colorano di rosso il paesaggio marziano.
Ci salutiamo, il direttore dell’osservatorio ed io e guardiamo il sole scomparire. E’ greco, figuriamoci!, e porta il nome di un antico navigatore.
Non ci potrebbe essere combinazione più propizia, insieme alla geografia del luogo, per farci sentire su di un’isola. Niente raggio verde per stasera. La luna è una falce sottile.
Nella luce del crepuscolo cominciamo a cercare le prime stelle. La vedi quella che compare per prima proprio vicino alla luna? Si la vedo, è il pianeta Giove.
I quattro giganti sono lì accanto a noi, li conosce come le sue tasche il direttore-capitano, perché è arrivato qui prima di loro e li ha visti nascere.
Io a quell’epoca navigavo in altre acque, comunque non lontano da qui. Si chiamano Antu, Kueyen, Melipal e Yepun. I nomi in lingua Mapuche (la tuttora indomita popolazione nativa del Cile) del sole, la luna, la Croce del sud e la stella Sirio rispettivamente.
Sono i telescopi dell’European Southern Observatory, l’organizzazione europea che ha costruito in Cile l’osservatorio astronomico più grande del mondo. Ciascun telescopio è un gigantesco obiettivo di più di 8 metri di diametro attaccato ad una grande camera digitale o a uno strumento più complesso per osservare il cielo.
Pesano 400 tonnellate ciascuno e si muovono con la precisione di un orologio svizzero. Devono raccogliere gli scarsi fotoni che ci arrivano dai confini dell’universo e che portano con sé preziose informazioni: ci parlano dell’inizio del mondo, delle origini della vita.
Mi riunisco con i colleghi, non nella cabina di prua, anche se a me piacerebbe, ci vediamo invece nella sala di controllo dei telescopi. La rotta da seguire è fin troppo chiara, così come la notte del deserto. Puntiamo dritti verso alcune regioni di formazione stellare nelle Nubi di Magellano e poi di li ci muoveremo verso due galassie ad alto redshift, lontane milioni di anni luce. Non le raggiungeremo di persona, naturalmente, ma solo con lo sguardo grazie ai potenti telescopi.
Nella sala di controllo ronzano i computer davanti ai quali lavoriamo e attraverso i quali controlliamo gli strumenti, le osservazioni e riceviamo i dati e le immagini elettroniche. Ma un’occhiata al cielo è irrinunciabile.
Esco di nuovo nella notte, come un marinaio o un pescatore di un tempo, a scrutare il cielo. La luna nel frattempo è tramontata e mi avvolge l’oscurità.
Qui le stelle non ci provano neppure a scintillare! L’atmosfera è troppo tersa e rarefatta. La Via Lattea è una striscia luminosa su in alto, allo zenit, attraversata da macchie scure. Cerco le stelle note, nella Croce del Sud, il Centauro, il Sagittario, lo Scorpione. Mi abituo alla oscurità e vedo le montagne lontane contro il cielo stellato, l’oceano, tutto intorno buio, quasi fossi davvero un navigante in mezzo al mare. Immagini non troppo lontane affiorano dalla memoria, la “mia” Isola lontana, immersa nel Mediterraneo.
Quando il vento soffia forte da nord fischiando fra i telescopi mi vengono in mente quelle notti di maestrale in cui ti svegli per le persiane che sbattono, esci fuori e senti quel magnifico profumo di mare e di macchia mediterranea. Se piovesse sarebbe bellissimo! Anche qui quando è piovuto è stato bellissimo. Una pioggia breve ed intensa. Era fine agosto, la fine dell’inverno australe, e sono bastate quelle poche ore di pioggia a popolare il deserto di piccoli fiori rosa che hanno resistito al sole nei mesi successivi. Una cosa così succede ogni dieci anni da queste parti e non passa inosservata.
Viviamo qui, come su un’isola o su una nave. A volte non manca niente, altre tutto! Ci sono Internet ed il telefono attraverso il collegamento satellitare, eppure le notizie arrivano rarefatte ed il mondo appare lontanissimo.
E quando scende la notte a volte ti senti solo e lontano, come in mare. Allora apri la cupola e ti metti al lavoro per non pensare e per scacciare la nostalgia di casa. E’ come partire nell’oscurità e buttare giù le reti. Peschiamo fotoni, ovvero la luce proveniente da mondi infinitamente lontani. Le ore passano lente fino al mattino quando andiamo a dormire, per poi ricominciare la notte successiva.
Cosi, notte dopo notte, raccogliamo piccoli pezzi di informazione che cerchiamo poi di mettere insieme per conoscere quelle stelle, quei pianeti e quelle galassie lontane. Per capire come è nato e come finirà tutto, insomma un po’ per capire da dove veniamo e dove andiamo!
Dormiamo di giorno in un grande edificio sommerso, dello stesso colore della terra e che si affaccia sull’Oceano Pacifico. All’interno un rigoglioso giardino artificiale, gli uffici, la biblioteca, il cinema, la piscina. Siamo su un’isola, un’isola nel deserto.
L’acqua la facciamo venire in camion da Antofagasta, la città più vicina, con un viaggio di più di tre ore, come si faceva e forse si fa ancora sulle isole più piccole e lontane, e così tutto il resto, tranne l’elettricità che produciamo qui.
La chiamo la “mia” isola, ma non e’ nel suo carattere nè nel suo stile appartenere ad alcuno. Ho solo avuto la fortuna di esserne ospite durante sempre troppo brevi soggiorni, ed è proprio come qui. Lontana, dura, a volte perfino inospitale e un po’ rude, di poche ma intense parole, di pochi ma intensi attimi. E’ la mia dimensione, ci sbarco e mi sento subito a casa e quando dalla nave ne vedo allontanarsi il profilo penso solo a tornare. Così, se un giorno smetterò di fare l’astronomo e lascerò questo posto, credo che potrò solo vivere là.

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