Parigi brucia

– di Carmen Bonazza

La straordinaria serata pirotecnica sulla collina del Domaine de Saint Cloud.
Fuochi e musica. L’esplosione in cielo di tre tonnellate di polvere da sparo.
Bombe italiane, spagnole, cinesi. Il Fuoco d’Artificio istituzionalizzato dal Re Sole come spettacolo completo e a pagamento per il tributo dovuto all’arte dei fuochisti. La capitale francese vuole rivaleggiare con Montreal, Valencia, Venezia nel calendario internazionale dei fuochi d’artificio.

Metti una sera di fine estate, temperatura dolce che sa già di rugiada, un leggero vento che spazza le nuvole e 23mila pellegrini che si incamminano verso la collina del Domaine de Saint Cloud a sud ovest di Parigi e di cui solamente cinquemila troveranno posto a sedere; sono tutti arrivati con mezzi pubblici in quanto da giorni le autorità hanno interdetto per la serata il parcheggio a qualsivoglia auto privata. Cosa li spinge?

L’annuncio che il 12 settembre 2009 la collina di Saint Cloud romperà i codici della tradizione pirotecnica per sorprendere il pubblico con uno spettacolo unico in Europa: 400 metri di facciata, 3 livelli di tiro, 3 tonnellate di polvere da sparo che esploderanno nel cielo per offrire una vera opera d’arte tanto incandescente quanto effimera. Le fiamme, le fontane e i bengala si mescoleranno ai getti d’acqua della Grande Cascade sullo sfondo del bosco: bombe italiane, cinesi, spagnole e tedesche, candelabri romani, dischi volanti, castagnole, missili e girandole si succederanno in una battaglia degna di Ridley Scott. Due ore e venti minuti di spettacolo diviso in due parti, la prima assicurata dal pianista Francois-Réné Duchable che con il suo pianoforte sospeso tra cielo e terra accompagnerà la discesa del sole con le musiche di Bach, Scarlatti, Beethoven, Schubert e Chopin.

Alle ore 22, ormai scesa la notte, le note musicali lasceranno il posto ai crepitii del fuoco, la terra tremerà e solo le percussioni di Bertrand Renaudin, installato al centro del lago, risponderanno ai tuoni e fulmini del cielo: la volta stellata si trasformerà in una immensa tavolozza in cui l’elemento fuoco ritroverà la sua forma libera e primitiva.

“Ho voluto iscrivere questo spettacolo nella linea della grande tradizione francese dei fuochi d’artificio, ma proponendo allo spettatore di scoprire altre tendenze straniere fino ad ora mai rappresentate in Francia” . Sono le parole di Patrick Jolly, ideatore e organizzatore della serata.
Infatti, sebbene la creazione dei primi fuochi risalga alla Cina (1° secolo), la Francia si è rapidamente imposta come modello di spettacolo nel quale l’artificio occupa un posto artistico e musicale come l’opera e la danza. Questa tradizione celebrativa rimonta all’epoca di Luigi XIV, il Re Sole, il quale ha istituzionalizzato il Fuoco d’Artificio come spettacolo completo e tutti i suoi successori ne hanno perpetrato la pratica. La Francia è il solo Paese al mondo che propone dei fuochi d’artificio a pagamento: questo gesto riconosce agli artificieri un tributo alla loro arte ed è per questo che ogni due anni più di 15mila persone si spostano a Chantilly, 50mila ogni anno ad Annecy, tutti alla ricerca di intense emozioni pirotecniche. Questa sera è di scena Parigi.

Noi privilegiati delle prime file, con una flute di champagne De Venoge in mano e un macaron ai lamponi, il biscottino parigino più alla moda, guardiamo all’insù come avrebbe potuto fare Maria Antonietta nel salone degli specchi in attesa del minuetto reale per flirtare con le altre mascherine. Un attimo di sospensione e poi, improvvisamente, mille guarracini incandescenti salgono in cielo strillando come bambini nel cortile della scuola, perle luminose si inanellano sulla partitura di Bach, la musica diventa fuoco di coralli rossi e girandole dorate. Mosconi dispettosi disturbano il pianista sospeso nell’aria tra candelabri, spirali incandescenti e nodi d’amore; il cielo è un mare di pioggia di stelle cadenti per soddisfare i desideri di ogni spettatore. Il fuoco cavalca la musica, sipari di luce si aprono come le cascate di Iguassù, odalische velate d’oro serpeggiano sinuose per scacciare gli spiriti maligni.

I fuochi ti sorprendono, ti mitragliano, ti avvolgono, ti inseguono, poi ti lasciano alla drammaticità delle dense nubi colorate che vanno ad invadere il bosco. E’ oramai una dipendenza, un vibrare di emozioni, è la vita e la morte, la gioia suprema e il dolore della perdita, l’esaltazione e l’abbandono, forse una metafora della magia della esistenza umana. Ed ecco la pausa, gli applausi scroscianti, tappi di champagne che volano, i sorrisi compiaciuti dei vicini, ormai tutti si sentono parenti che si sono ritrovati per assistere a questo sposalizio del cielo tra musica e fuoco. Attendiamo l’atto finale. Lo Zeus dei decibel si scatena per annunciare l’inizio del secondo tempo, il parco si tinge di mille colori, la batteria inventa un jazz caldo poi uno swing, le percussioni solcano, battono e spazzolano il cielo con ritmi sincopati incandescenti e multicolore, creatività pura che si sprigiona e diventa materia giocosa che volteggia come il corpo di ballo di una Pina Bausch o di una Carolyn Carson, dall’alto piovono capelli biondi e ondulati alla Klimt.

Gli artificieri, che abbiamo potuto conoscere in occasione dell’apertura del campo di tiro alla stampa organizzata da Daniel Koroloff, sono ora arcieri medievali che lanciano dardi infuocati che graffiano e strappano la volta celeste come in una tela di Fontana. Torna alla memoria l’incanto della nostra infanzia, quando non c’era festività, soprattutto religiosa, in cui ogni paese non si spendesse per sorprendere i concittadini con gare di fuochi d’artificio. A Teggiano, in provincia di Salerno, esistevano alcune famiglie rinomate per la loro produzione. Anticamente la tradizione campana prevedeva due momenti: il primo, durante la processione, con fuochi scuri che animavano la giornata, in genere grandi bombe che si aprivano ad ombrello e che generavano altri ombrelli, il secondo, la sera con i classici fuochi che suggellavano la fine delle festività con incandescenze roboanti. In alcuni casi si prevedeva addirittura un concorso tra i migliori fuochisti che venivano eletti con una specie di applausometro popolare. Il fragore della tempesta finale mi riporta alla realtà: tornano i mille guarracini sibilanti, poi la melanconia del piano addolcisce l’animo e accarezza il cuore, ci si prende per mano, ci si lascia cullare, si può andare a dormire. I capelli sciolti lasciano sul cuscino tracce di pulviscolo d’oro, chiudo gli occhi, ma la mente è ancora piena dei suoni, dei colori e degli odori di questa magica serata.

Siamo certi che, per tutto ciò che ci ha lasciato, il Gran Feu di Saint Cloud avrà tutte le qualità per iscriversi nel calendario delle grandi tradizioni annuali internazionali insieme ai Fuochi di Montreal, di Valencia e di Venezia. Pure la scelta di questo luogo storico ed effimero ci sembra azzeccata: questo parco che domina Parigi vive la mancanza del suo Castello, antica residenza reale ceduta ai Prussiani, poi bombardata dagli stessi Francesi in guerra con la Prussia. I fuochi hanno avuto anche il merito di riportare in vita per qualche ora gli antichi fasti del virtuale Chateau. Voilà!

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