Perché la “Santa Maria” non piaceva a Colombo

– di Samuel Eliot Morison

Costruita in Galizia era l’ammiraglia della flotta nel Primo Viaggio verso il nuovo mondo, ma era lenta e pesante e con un pescaggio eccessivo. Si disintegrò andando in secco presso la costa dell’Hispaniola. La “Nina” era la favorita del navigatore e fu la sola a scampare all’uragano del 1495 riportando Cristoforo in Spagna. Era un vascello veloce, perfettamente in grado di tenere il mare. Le astuzie di Martìn Alonso Pinzòn sulla “Pinta” che fu la prima ad avvistare le nuove terre.

Il lettore sarà certamente deluso dal fatto che io non sia in grado di dargli una esatta descrizione delle tre famose navi di Colombo. La verità è che non esistono né dati né documenti attraverso i quali una attendibile ricostruzione possa esserne fatta.
Nessuno sa quale fosse in realtà l’aspetto della Nina, della Pinta e della Santa Maria. La descrizione che faccio della flotta colombiana è basata sulle poche notizie che in qualche modo è possibile ricavare dalle fonti dell’epoca.
La Santa Maria, che mai incontrò la simpatia di Colombo, si arenò sulle coste dell’Hispaniola. La Pinta, tornata in paria, scomparve dalla storia. La Nina e la Pinta erano eccellenti piccoli vascelli, perfettamente atti a tenere il mare.
In sostanza, le navi di Colombo erano velieri ben costruiti, bene attrezzati e bene equipaggiati, adatti all’impresa dell’Ammiraglio. La Nina era la favorita dell’Ammi-raglio.

Costruita a Palos nella Ribera de Moguer, una delle bocche, oggi interrate, del Rio Tinto, compì per intero il Primo Viaggio riportando felicemente in Spagna l’Ammiraglio. Fece poi parte della grande flotta che
effettuò il Secondo Viaggio al’Hispaniola nel corso del quale Colombo la scelse, tra 17 navi, a fungere da sua ammiraglia per la spedizione di esplorazione a Cuba. Fu la sola delle navi che riuscisse a scampare all’uragano del 1495 e riportò in Spagna, l’anno dopo, l’Ammiraglio oltre a un centinaio di uomini. Fu presente per ripartire alla volta dell’Hispaniola nel primi mesi del 1498 come staffetta avanzata della flotta che partecipò al Terzo Viaggio di Colombo. La Nina navigò per 2500 miglia agli ordini dell’Ammiraglio. Fu una delle più grandi piccole navi della storia del mondo. Il suo vero nome era Santa Clara, così battezzata in onore della patrona di Moguer. Venne sempre chiamata Nina dal nome del suo proprietario, Juan Nino, di Moguer. Delle tre navi della flotta di Colombo, la Nina è la sola del cui tonnellaggio abbiamo qualche notizia (circa 60 tonnellate).
Allora il tonnellaggio significava la capacità della nave espressa in termini di fusti di vino che costituiva a quei tempi uno dei carichi più comuni e frequenti del trasporto marittimo. Il difficile sta ora nel tradurre questa antica misura di volume in valori lineari. Quelle che personalmente reputo dovessero essere le misure di una caravella del 1492 avente una stazza di 50/60 tonnellate sono le seguenti: lunghezza fuori tutto circa 70 piedi; altezza di puntale al centro della nave circa 9 piedi. Il pescaggio della Nina non doveva essere superiore ai 6 piedi.
La Nina, come le altre navi, aveva un solo ponte.

Possedeva sicuramente un cassero sul quale si innalzava una toldilla, contenente le cabine del capitano e del comandante in seconda. Il castello di prua era relativamente ridotto e basso e fungeva da ripostiglio delle vele e delle gomene. Forse ospitava anche il forno. In tutte le raffigurazioni correnti, la Nina è rappresentata come un tre alberi a vele latine. L’albero di maestra, munito della più lunga antenna, è situato circa al centro della nave, gli altri due a poppavia. Alla Gran Canaria, la sua attrezzatura venne convertita a vela quadra, favorevole nell’andatura col vento in poppa. Il cambiamento di velatura impose anche considerevoli trasformazioni nel-l’alberatura. Per questi mutamenti Colombo si avvalse dell’assistenza degli attrezzati cantieri navali di Las Palmas.
Più scarse notizie abbiamo sulla Pinta a vele quadre, costruita anch’essa a Palos, di stazza tra le 55 e le 60 tonnellate. Si rivelò eccellente veliera tanto che Colombo mostrò di risentirsi dell’abitudine del suo capitano, Martìn Alonso Pinzòn, di portarsi avanti nei momenti in cui l’avvistamento di terra era previsto imminente, allo scopo di guadagnarsi il premio. Fu uno dei suoi uomini il primo ad avvistare il Nuovo Mondo. Fu la Pinta la prima a raggiungere l’Hispaniola e la prima a toccare, di ritorno, la Spagna.
La Santa Maria, l’ammiraglia, è stata fatta oggetto di più approfondito studio. Era stata costruita in Galizia, la regione della Spagna dove venivano varate le navi più grandi. Divenne l’ammiraglia perché era la maggiore della flotta di Colombo, ma lenta e pesante con un pescaggio eccessivo. Las Casas ci dice che la Santa Maria era “alquanto”, non “molto”, più grande delle altre due caravelle.

Nel Giornale di Colombo v’è un accenno al fatto che la nave stazzava intorno alle 100 tonnellate, troppo grande però per l’esplorazione costiera. La mia opinione è che dovesse essere inferiore alle 100 tonnellate. La Santa Maria era una nao, una nave, e non una caravella. Di conseguenza riteniamo che fosse tondeggiante e panciuta, come le caracche veneziane e le altre naos di quel tempo. Dunque, non solo di aspetto poco aggraziato, ma neanche altrettanto veloce, come le caravelle, e atta a stringere il vento. Eccessiva era l’altezza dell’albero di maestra, che superava la lunghezza della nave; eccessiva la lunghezza del pennone. Gli alberi di trinchetto e di mezzana avevano un’altezza pari, all’incirca un terzo dell’albero di maestra, ed erano abbastanza leggeri. Il bompresso era molto sottile. Una delle poche cose di cui abbiamo notizia sicura è la velatura della Santa Maria come la descrive lo stesso Colombo: “Spiegate tutte le vele della nave: il trevo di maestra con due bonette, il trevo di trinchetto, la civada, la mezzana, la vela di gabbia e, sulla poppa, la vela della lancia”.
Le bonette erano vele rettangolari di larghezza pari a quella della vela principale, ma di superficie assai minore. Passiamo ad esaminare altre caratteristiche delle navi di Colombo.
Bulloni di ferro erano probabilmente usati nei punti che si ritenevano di massimo sforzo.
Ma, generalmente, il fasciame, di uno spessore variante fra i tre e i quattro pollici, veniva fissato all’ossatura mediante cavicchi di legno. Questo è il motivo per cui la Santa Maria si disintegrò con facilità allorché diede in secco presso la costa dell’Hispaniola. L’opera viva delle navi veniva ricoperta di una mistura di sego e di pece.
Una scura sostanza protettiva veniva spalmata sull’opera morta: probabilmente una mistura di olio di balena e di resina di pino. Ai tempi di Colombo, la zavorra interna per mantenere la stabilità delle navi era composta di sabbia, ghiaia e pietrame.

La flotta di Colombo alla partenza ben carica di provviste e rifornimenti ebbe poca zavorra. Nella traversata di ritorno, la Nina, consumata buona parte delle provviste, divenne poco stabile e gli uomini dovettero riempire i barili di vino vuoti con acqua di mare per zavorra. Tutte le navi in legno lasciano filtrare acqua. Le navi di Colombo ne imbarcavano non poca.
Una pompa di legno fissa non riusciva ad estrarre tutta l’acqua imbarcata nelle ventiquattrore. Così l’acqua di sentina correva per la stiva. Era necessario ripulire la stiva. La nave veniva portata in acque basse, le provviste e il carico issati in coperta, la zavorra gettata fuori bordo, i fusti e le sentine raschiati e cosparsi d’aceto, e nuova zavorra imbarcata.
Le manovre fisse e quelle correnti erano formate da cavi di canapa. Le carrucole erano dei grossi pezzi di legno duro tagliati a forma ovoidale, dotati di una cavatoia contenente le pulegge, forati ad una estremità per ammettervi il penzolo. Di solito si portavano a bordo sette ancore: quattro di posta, due delle quali costantemente tenute pronte sulla prora; un’ancora di corrente; un ancorotto sul quale “tonneggiarsi” nei bassifondi; e una grande ancora di speranza tenuta nella stiva, insieme con la sua gomena, e gettata solo in caso di estrema emergenza.

Le navi venivano governate a mezzo di un timone situato fuoribordo e manovrato con una grande barra di legno, all’estremità della quale erano fissati dei paranchi reggi scosse; l’estremità posteriore era incastrata nel dritto del timone. Ciò rendeva necessaria l’esistenza, sulla poppa, di un ampio portello che permetteva la corsa della barra. I timonieri governavano semplicemente con la bussola, “sentendo” la nave e seguendo le istruzioni gridate dal di sopra dall’ufficiale di guardia.
Sulle navi c’erano cuccette fisse per il pilota, il padrone, il commissario, il maresciallo, l’interprete e gli altri personaggi di riguardo. Non c’era un dormitorio per i marinai, costretti a coricarsi ovunque capitasse. Tute le navi erano provviste di un certo numero di lunghi remi sensili di frassino, manovrati attraverso portelli aperti sulle murate, e servivano per dare abbrivio sufficiente alla nave per governare in bonaccia o per impedirle, con brezza leggera, di essere spinte a terra da una corrente. Tutti e tre i vascelli di Colombo portavano pezzi d’artiglieria: “lombarde” di ferro lancianti palle di pietra e montate, in coperta, su affusti; e piccole bocche di fuoco a retrocarica girevoli su perni chiamate “falconetti” destinate a respingere eventuali tentativi di abbordaggio. Balestre e spingarde (rudimentali moschetti) erano poi le armi portatili.

(Sintesi dal volume “Cristoforo Colombo”, edizioni Il Mulino, 1962)

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