Pesaola: tattica, gol e sigarette

– di Mimmo Carratelli

Vi proponiamo il finale della storia del petisso scritta per Vele Bianche Editori.
Non fuma più da quando ha visto la “porta nera”.
Le peripezie tra casa e ospedali sempre pronto alla battuta.
Una dieta insopportabile e il desiderio di cioccolata e patatine fritte.

Bruno Pesaola, 85 anni, un milione di sigarette fumate, le dita gialle come quelle di un cinese, le arterie intasate e i polmoni affumicati, i suoi famosi, straordinari polmoni di inesauribile corridore all’ala sinistra diventati un deposito di catrame. Corro a raggiungerlo da un ospedale all’altro. Sgrana gli occhi e mi saluta con quella sua cantilena ironica. Sembra assopito, si sveglia di colpo.
Maledetto vecchio ragazzo dall’immenso cuore azzurro che mi costringe a queste visite di urgenza. Come stai?
“E come sto? Sono vivo”.
Due volte ricoverato al Policlinico Nuovo, dove continuava a fumare di nascosto. Due by-pass in una gamba. Poi questo ricovero alla Clinica Center.
“Ho visto la porta nera”.
E ride la canaglia del mio cuore, amico da una vita, dal primo cross al Vomero per Hasse Jeppson nel 1952.

La porta nera.
“Io ho visto solo quella. Ciò che mi è successo me l’hanno raccontato i medici. Ero al Cto per un controllo, accompagnato da una dottoressa che ho visto crescere, la dottoressa Borg, la conosco da bambina, la chiamavamo Tatti, e, patatràc, sono caduto come una peracotta, perdendo i sensi”.
Ormai, negli ospedali, non gli chiedono più se fuma. Sviene e lo salvano a un passo dalla fine. Proprio vicinissima, questa volta.
“Chissà la paura che si sono presa i medici – ride il petisso ora che il pericolo è scongiurato. – Giuro, non fumo più. E’ la seconda volta che scampo alla morte. Già ti ho raccontato che dovevo morire sull’aereo del Grande Torino fracassatosi sulla collina di Superga.
Stavolta ho scelto io di non morire”.
E racconta con quel suo modo di non prendere sul serio le cose serie.
“Io sono stato proprio sul punto di morire. Ma era il giorno in cui è morto il povero Bulgarelli.
Eravamo amici. Lo avevo allenato nel Bologna. L’hai già scritto, no? Potevo fare un torto al grande Bulga?”
Ma quale torto, petisso, che ne inventi sempre una nuova.
“Dunque, siamo io e Bulgarelli davanti alla porta nera. Gli ho ceduto il passo, da vero amico. Vai tu, dico. Mi dirai com’è dall’altra parte. Insomma, se fossi morto lo stesso giorno di Bulgarelli, avrei avuto meno spazio sui giornali e alla tv. Al massimo, lui avrebbe avuto la metà dello spazio e io l’altra metà. Invece, io mi sono tirato indietro per lasciargli tutto lo spazio possibile e, un giorno, quando sarà, me lo beccherò pure io, lo spazio sui giornali, tutto intero”.
Arrivano gli infermieri, il fisioterapista, il primario pneumologo, la dottoressa che conosce da bambina e che lo ha salvato.

“Adesso ti racconto” comincia a dire mentre gli sollevano una gamba, gli flettono un braccio, lo fanno inarcare. E lui sbuffa e mi fa l’occhietto.
Adesso sta proprio esagerando.
Nove mesi dopo vado sotto il palazzo di via Caravaggio. Salgo al settimo piano. Busso. Non risponde nessuno. Allora scendo da Michele, il barbiere sotto casa, uno dei mille e mille napoletani che gli vogliono bene, e Michele mi dice: “Piscitiello? E’ in ospedale”. Ancora? “Ancora”.
Novembre del 2009. Vado a vedere in quale ospedale è. L’atleta piccolo e robusto, un gaucho perfetto, si sta trasformando in un piccolo uomo magro, le gambe poderose delle sue corse all’ala sinistra ridotte a due stuzzicadenti.
Perciò Michele lo chiama Piscitiello, con tenerezza. Era “pagnottella” a Roma, è diventato “grissino”.
Un rischio di polmonite stava per mandarlo al Creatore. Ora, una rovinosa caduta in casa spaccandosi la testa lo ha rimandato in ospedale. Era già caduto un’altra volta, nella sua abitazione. Rimanendo bloccato sul pavimento, incapace di muoversi. Dovettero intervenire i vigili del fuoco per sfondare la porta e prestargli soccorso.
Adesso è di nuovo nell’ospedale San Paolo. Ossigenazione difficile e una valvola cardiaca che funziona al dieci per cento.
“Ancooora” dice ai medici, pronti per un’altra endovena. Ma poi lascia fare.
“Mio figlio vive a Roma, corre quando può. E’ un artista, un filosofo artistico. Ha il suo lavoro in tv, al teatro, nelle case editrici, e ha famiglia. E io da solo ne combino di tutti i colori. E’ vero che mi assiste una badante, Alina. Eccola qua. Non parla una parola d’italiano. Mortacci.
Vorrebbe cambiarmi la vita a 85 anni. Nutrirmi e niente sigarette.
Prosciuttino, filettino, brodino. Ma è brava a chiamare l’autoambulanza quando serve”.
Dice Diego, suo figlio: “Papà è diventato come un bambino capriccioso. Sai che cosa mangia?
Patatine fritte e cioccolato.

Ed ora ha problemi alla cistifellea e dovrebbe operarsi. Nelle sue condizioni è impossibile”.
“E alora?” fa il petisso, dimezzando sempre le consonanti.
Napoletano nato all’estero e, ora, cittadino onorario per volontà unanime del Consiglio comunale di Napoli.
“E alora?”
Allora un corno, gli dico. Ogni venti giorni ti danno per morto.
“Lo farei volentieri. Non sai che noia andare e venire negli ospedali. Ma sono tutti gentili.
Vivo per loro, per i medici e gli infermieri che pare non possano più fare a meno di me”.
Sbircio sotto il cuscino per scovargli un pacchetto di sigarette.
“No, non fumo qui”.
Fa una pausa.
“Magari nella toilette” dice spalancando gli occhi con una smorfia buffa.
Il giornalista Mariano Piscopo, che gli è affezionato come un figlio, corre sempre in suo aiuto.
“Chi? Mariano? Un rompicoglioni”.
La cura vera del petisso è avere un amico vicino al quale raccontare il calcio, come ha fatto sempre.
Allora s’accende e vive veramente.
“E adesso te spiego”.
Aggiunge: “Ma quand’è che scrivi questo libro di mille pagine sulla mia vita?”
Non ci crede molto.
Si rivolge ad Alina: “Dove sono i cioccolatini?”
“Ho portato il prosciutto” lei dice.
“Mangialo tu il prosciutto” ribatte il petisso facendo la faccia feroce.

(Tratto dal libro “Il tango del petisso”, Vele Bianche Editori)

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