Pescatori a Montecristo

– di Raffaele Sandolo

Ecco i nomi e i soprannomi di un’antica storia di lavoro, miseria, avventure e commercio. Liguri, corsi, napoletani, ponzesi nel mare dell’isola di granito dove nidificano il falco e l’aquila. Lo yacht “Urania” e i guardiani di Casa reale.
Il “nido d’amore” dei Savoia.
Il dono della regina e il marinaio che ballò con la sovrana.
Le prime barche a motore. Sciabiche e tremagli.
Gli ex-voto per San Silverio. La pesca del corallo.

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200703-15-3mL’isola di Montecristo, chiamata Mons Christi dagli antichi romani, appare in lontananza maestosa nel suo silenzio, una cattedrale di granito che si erge dal mare e rassicura il navigante che cerca riparo dalle tempeste. Fa parte dell’Arcipelago toscano e dipende dal Comune di Portoferraio anche se si trova a sud dell’Isola d’Elba.
Le sue coste, frastagliate con scogliere ripide e selvagge, nascondono grotte sul mare e una vegetazione selvaggia fatta di pinete. Sulle rocce granitiche della montagna, dove nidificano il falco e l’aquila, appaiono talvolta, con fare disinvolto, branchi di capre selvatiche. Nei fondali profondi del mare si trovano pesci di ogni specie. Ovunque si respira aria fresca.
Nel lontano passato, Montecristo ha dato riparo a naviganti fenici, greci, romani, liguri, saraceni, spagnoli, francesi, inglesi. E’ sempre stata vista come l’isola sperduta e incontaminata.
Scrittori famosi come Alexandre Dumas, padre, con il romanzo “Il conte di Montecristo”, ma anche altri artisti, hanno contribuito a creare la sua immagine leggendaria e misteriosa.
La natura, ancora selvaggia, è stata protetta, sin dal 1921, dai coraggiosi guardiani e oggi l’isola è controllata anche dalle guardie del Corpo forestale.
È proibita visitarla senza particolari autorizzazioni rilasciate dal corpo forestale di Follonica e dal
Parco nazionale dell’Arcipelago toscano.

Vivono ancora, nella fantasia dei pescatori, le leggende di Montecristo, soprattutto le lotte di San Mamiliano con il drago, le orme del Santo, l’acqua miracolosa della Grotta del Santo, le scorrerie dei barbareschi Corà Mustafà, Dragut, Kair-ed-Din, Assain-Ras, il tesoro dei monaci camaldolesi, gli ori e i coralli nascosti negli anfratti dell’isola.
Carlo Ginori, fiorentino, acquistò Montecristo verso il 1890. Ospitò sull’isola personaggi famosi: Piero Antinori (delle famose Cantine), lo scrittore toscano Renato Fucini, Giacomo Puccini, Tito Conti (pittore
fiorentino).
Allegre brigate partivano da Livorno e, viaggiando con lo yacht “Urania”, arrivavano a Cala Maestra. Sull’isola incontravano, di tanto in tanto, pescatori liguri, corsi, napoletani e ponzesi. Nel 1899 l’isola passò ai
Reali d’Italia.

Ai primi del 1900 si hanno notizie della presenza, a Montecristo, di pescatori provenienti dalla costa napoletana e dalle isole ponziane. Da quel momento si parla di Montecristo come dell’isola dei pescatori accettati benevolmente dai sovrani di Casa Savoia. Sull’isola cominciano a vivere con continuità. Navigano presso le sue coste andando talvolta verso lo Scoglio d’Africa (Africhella) e verso Pianosa. Parlano dialetti diversi e si frequentano a Cala Maestra (ex Cala del Re). Vivono per lunghi periodi lontani dalla propria casa, pescando e pensando alle famiglie lontane.
Alcune testimonianze del 1910 parlano di pescatori ponzesi che vivevano e pescavano a Montecristo. Si sentivano sicuri con le barche e àncoravano a Cala Maestra. Erano i fratelli Emiliano e Ciro Sandolo di
Ponza (Le Forna), i Vitiello e i Feola. Questi pescatori, con equipaggio for mato dai figli, partivano con barche a remi e a vela. Viaggiavano verso nord anche per più settimane, soffrendo la fame, con pericoli di ogni tipo.
Raramente, in quegli anni di inizio secolo, si vedevano a Montecristo i reali italiani Vittorio Emanuele III ed
Elena di Montenegro. Verso il 1920 l’isola ebbe il primo guardiano di Casa Savoia, Mario Galli (Abbrivo), al quale succedette, nel 1922, Francesco Tesei, ambedue campesi.
Nel mare di Montecristo pescavano, nel periodo 1925-35, Emiliano Sandolo e i figli Vittorio, Silverio e
Aniello, con il “San Giuseppe”, barca a vela e remi di 5-6 metri. C’era pure il fratello Giuseppe Sandolo
(Pizze ‘i Pistola) con i figli Giovannino e Stefano. Con loro, nel 1931-34, pescava anche Alessandro Iodice.
Giuseppe Calisi con i fratelli Raffaele e Gennaro (poi andato in America) assieme al padre Aniello pescava a est e sud dell’Elba. Spesso portava il pesce a Portolongone (oggi Porto Azzurro), dove abitava. Alla fine della guerra, i Calisi si stabiliscono a Marina di Campo.

Altri pescatori vivevano a Portolongone:
Pietro Mariggia, Guarino Marigliani, originari di Terracina.
Pescavano lungo la costa a est dell’Elba ed ogni tanto si allontanavano verso Montecristo con le loro barche, a vela e a remi, usando reti e palamiti. I pescatori ponzesi rimanevano lontani da Ponza per tutto il periodo primavera-estate-autunno e ritornavano a fine stagione con le barche colme di pesce essiccato che serviva per l’alimentazione invernale, dopo aver dato una parte ai marinai come retribuzione. Portavano con sé anche delle bottiglie d’acqua della Grotta del Santo e dell’erba medicinale (Erba Corallina) presa in mare. A Montecristo pescavano aragoste ma anche dentici, scorfani, murene e polipi usando nasse e reti.
Raramente portavano all’Elba, per la vendita, il pesce pescato. A Montecristo l’alimentazione era molto semplice e povera. I pescatori mangiavano pesce arrosto o lesso o in umido (con salsa di pomodoro), cicerchie e fave lesse, verdura selvatica (cicoria) cotta e poi pane secco, gallette e “freselle”.
Si passava il tempo chiaccherando o giocando a “la maniglia”, gioco tipicamente ponzese con carte napoletane. Talvolta incontravano i guardiani e i vari frequentatori dell’isola.

Nello stesso periodo altri pescatori meridionali erano presenti a Marina di Campo, Marciana Marina e Porto Azzurro. Fra questi c’erano Salvatore Costantino (Tatò), Francesco e Antonio Greco e Pasquale Esercitato.
Pescavano lungo le coste e talvolta si avventurano verso sud nelle acque di Montecristo. Le loro attrezzature da pesca erano i tramagli e le sciabiche da spiaggia. Portavano a terra cesti di triglie, salpe, scorfani, lecci, cefali e “bianchetti”. Il pesce veniva venduto a “scambio merci” nelle vicine campagne e nei paesi di montagna.
Negli anni successivi nuovi pescatori ponzesi si avventurano verso nord, a Montecristo, lasciando Ponza ogni anno. Usavano le nasse, le reti di alto fondale e uno strumento speciale chiamato “ingegno” per la pesca del corallo. A fine stagione i “corallari” vendevano il pescato a Torre del Greco.

Gli ancoraggi a Montecristo erano molto sicuri, l’accoglienza buona, ma la vita sul mare difficile. Non erano rari i casi di disgrazie. A quei tempi era diffusa la superstizione. Le trombe marine erano “maledizioni di Dio” e taluni animali, come il leone marino (foca monaca), facevano paura ai pescatori. Inoltre, non avendo mezzi tecnici di comunicazione, era impossibile l’interscambio di notizie con le famiglie e contattare i medici in caso di necessità.

Dal 1933 al 1938, i pescatori ponzesi aumentarono di numero nel mare di Montecristo e di Pianosa. La pesca andava bene, ma si guadagnava poco. La miseria era diffusa e si lavorava per sopravvivere. In quel tempo, i sovrani d’Italia frequentavano sempre più Montecristo, considerato il loro “nido d’amore”. Erano molto amati e rispettati dai pescatori. La regina Elena, molto benevola con i ponzesi, vista la vita precaria, decise di donare loro il magazzino di Cala Maestra, da utilizzare sia per abitazione temporanea che come ripostiglio per le attrezzature da pesca. Nel magazzino hanno alloggiato più volte, ma per tempi brevi, delle famiglie di pescatori compresi i bambini.
Verso il 1936 si cominciarono a vedere le prime barche a motore Bolinder (testata calda), sempre però con l’ausilio della vela e dei remi. Potevano spostarsi più agevolmente e con maggiore sicurezza.

Dal 1937 al 1938 alcune famiglie ponzesi decisero di stabilirsi all’Isola d’Elba: Stefano (Panzone) e Pompea Sandolo, Giovannino (Sarchiapone) e Antonietta Sandolo, Silverio (La Tramontana) e Annunziata Sandolo, Aniello (Aniello il mago) e Santina Sandolo, Aniello (Aniello-Aniello) e Romilda Vitello si fermarono a Marina di Campo, mentre Agostino (La Cianella) e Ferminia Romano, Silverio (Chiaravalle) e Stella Feola si stabilirono a Marciana Marina. Qui vennero anche Silverio De Martino e Arturo Vitiello, tutti originari di Ponza. Le loro barche a motore si chiamavano “Tre Sorelle”, “Tre Fratelli”, “Sant’Emiliano”, “Santa Lucia a mare”, “Felicia”, “Vulcania”.
Pescavano sia lungo le coste dell’Elba che nei mari di Montecristo, Pianosa e Africhella.
All’Elba iniziò a formarsi una piccola colonia con usi, costumi e linguaggio dialettale ponzese. I pescatori frequentavano la chiesetta del porto dedicata a San Gaetano, a Marina di Campo, come pure la Grotta di San
Mamiliano, a Montecristo, che presenta ancora oggi, come testimonianza e memoria storica, degli ex voto.

Per la pesca si invocava la protezione di San Silverio, patrono di Ponza. La vita procedeva più tranquilla,
ma sempre con sacrifici. Si pescava per qualche giorno e poi si ritornava alle case campesi, attesi dalle famiglie.
In quel periodo, nelle acque di Montecristo, assieme a Giovannino Sandolo, pescava Aniello Calisi (Cazz’i re). Basso di statura e bizzarro, era famoso fra la gente ponzese. Si racconta che frequentasse la Villa Reale di Montecristo e fosse benvoluto dalla regina Elena con la quale ballò più volte. Tornò a Ponza, più tardi all’Elba
(1960-1965) lavorando con la barca di Angelo Feola (Ciaccionazzo), poi si imbarcò su pescherecci a Marina di Campo. Ancora oggi, novantenne, vive a Ponza con i ricordi del passato.

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