Polignano a mare fra leggende antiche e le vacanze di Mister Volare

– di Nino Masiello

Le estati di Domenico Modugno, figlio del capo delle guardie municipali del paesino pugliese, sulla spiaggia dei poveri a San Vito.

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200504-10-3m“Se Dio vorrà, / ritornerò, / ritornerò laggiù, / al mio paese / dove si sente il mare. / Laggiù c’è la mia casa, / nascosta tra gli ulivi, / ritornerò da te”.
Seguendo i versi di Domenico Modugno arriviamo a Polignano a mare, provincia di Bari. Il viaggio da Napoli è lieve. L’autostrada si popola, appena, soltanto quando si avvicina Bari, che non toccheremo, uscendo a Bari nord e proseguendo lungo la tangenziale fino all’imbocco della statale 16. Alle nostre spalle i Tir che vanno a imbarcarsi a Brindisi, destinazione la Grecia, a destra e a sinistra lo spettacolo dei dolmen, le antichissime pietre che spuntano dalla terra rossa tra ulivi secolari.
Polignano a Mare, il paese di “Mister Volare”, il mito sempre caro, s’annunzia con il biancore delle sue case arrampicate su un costone di roccia carsica, alte sul mare tra Mola e Monopoli. E, prima ancora di entrare in paese – un modo di dire perché di cittadina si tratta, civile assai e ricca di storia e di storie -, sulla sinistra c’è il villaggio di San Vito. Quello che a Mimmo era rimasto nel cuore, luogo di un’infanzia di sorrisi e scappellotti, di incontri felici, di scoperte, di pellegrini e di esorcisti.
Proprio qui il figlio del capo delle guardie municipali di Polignano a mare trascorreva i giorni delle vacanze d’estate, aspettando l’alba di Ferragosto quando, dai paesi vicini dell’entroterra, da Sammichele, da Turi, da Conversano, arrivavano i carri dei contadini.
Sui “traìne”, per l’intera notte, avevano viaggiato intere famiglie per l’annuale appuntamento con la festa a San Vito e con il mare.
Il carro di zia Concetta era sempre il più bello e il più profumato. Michele, che lo governava, aveva passato molte ore a pulirlo, a lucidare i guarnimenti della giumenta, a passare l’olio alle ruote offrendolo, poi, all’esame puntiglioso della madre Concetta detta “occhi di Dio”, come tutte le donne della sua famiglia, generose e belle.
Quanto al profumo, un mix di delizie, era quello del gigantesco tegame di pasta al forno e dell’altro, non meno generoso, della parmigiana di melanzane che, appena usciti dal forno a legna, zia Concetta e la commara Immacolata, vicina di casa, avevano istantaneamente imprigionato in enormi fazzoletti di bianco e robusto lino, stringendone i lembi con le loro mani fortificate dal quotidiano esercizio nei campi. Altro che carta argentata!
Dal carro arrivavano anche altri profumi: quello dei taralli lessati e bagnati nell’olio prima di finire in forno; e quello del capretto e patate, che se avevi naso addestrato lo percepivi immediatamente, prima degli altri profumi.
Dal seicentesco Casale San Michele, diventato Sammichele di Bari, il paese piccolo piccolo inventato dall’ebreo portoghese-napoletano don Miguel Vaaz , conte di Mola, mercante di grano e consigliere economico di un vicerè , il carro di zia Concetta impiegava l’intera notte per percorrere ventisei chilometri e arrivare a San Vito.
A bordo, con Concetta e il figlio Michele, c’erano sempre gli stessi nipoti, i figli di Lauretta “occhi di Dio”, anno più anno meno, quasi coetanei di Mimmo, al quale prima di partire, al tramonto del Ferragosto dell’anno prima, avevano dato appuntamento ancora lì, a San Vito, per raccontarsi altri trecentosessantacinque giorni e aggiornare il repertorio delle leggende.
Quando il bambino Modugno dovette lasciare la natia Polignano per seguire la famiglia a San Pietro Vernotico, provincia di Brindisi, dove il padre aveva trovato un lavoro meglio remunerato, non fece in tempo ad avvertire i nipoti di zia Concetta. Non conosceva nemmeno i loro cognomi, men che mai il loro indirizzo. E così quelli non lo trovarono davanti il santuario, di San Vito, naturalmente, quando arrivarono sul solito carro tirato a lucido e sempre carico di profumi e fu un Ferragosto triste, che dubbio c’è. Probabilmente, già Mimmo nazionale, l’artista pensò anche a quei suoi quasi coetanei del Casale San Michele quando scrisse “Se Dio vorrà, ritornerò, ritornerò laggiù, al mio paese…”. Certamente pensò al villaggio di San Vito, nato nella notte dei tempi, dove fu il sito dell’antica Apaneste, città greca diventata in seguito accampamento romano, probabilmente la “turris Cctesuris” di cui parlavano antichi documenti, poi fiorente centro di attività commerciali grazie al suo porto.
Era, ed è ancora, l’abbazia, abitata nei secoli da monaci di diversi ordini fino ad arrivare ai francescani, la mèta dei pellegrinaggi dei contadini e dei pescatori dell’intera provincia barese, centro nevralgico di un complesso di masserie circostanti con uliveti, vigneti, seminativo a pascolo dei quali si è perduta traccia.
Sloggiati anche i francescani, dopo la soppressione delle corporazioni religiose (1866), l’antico monastero fu inglobato nel palazzo marchesale dei Tavassi-La Greca. Sulla porta in legno della chiesa ci sono ancora i buchi prodotti dal piombo dei turchi, i predatori del Mediterraneo, sempre pronti, appena al largo, a tentare la conquista del territorio.
Mimmo e gli altri bambini avevano appreso anche le leggende legate ai cannoneggiamenti dei turchi da un pescatore novantenne che diceva di averle apprese, a sua volta, dal nonno morto ultracentenario. Insieme alle leggende dei turchi altre storie raccontava il vecchio, riparando coffe in riva al mare prospiciente la “spiaggia dei poveri”, un’enorme pozzanghera nella quale i pellegrini come zia Concetta e Michele portavano i cavalli a bagnarsi le zampe.
Erano, per lo più, storie di miracoli compiuti dalla reliquia di un ginocchio di San Vito, dal quale ogni tanto fuoriusciva una sorta di manna; o storie di indemoniati e tarantate che i monaci esorcisti riuscivano a salvare dal demonio recitando incomprensibili giaculatorie.
E poi le vedevi e le ammiravi, le ex tarantate, che risplendevano di bellezza e di vigore, alla “spiaggia dei poveri”, mentre si bagnavano fingendo pudicizia e bisbigliando desideri inconfessabili, tra di loro, il capo abbassato.
Mimmo e i nipoti di zia Concetta non mancavano mai a quello spettacolo di lussuria abbozzata, sempre giù, a San Vito, alla spiaggia dei poveri. A poche centinaia di metri da San Giovanni, la spiaggia dei ricchi: nobili, borghesi pasciuti, padroni di terre, professionisti affermati. Ai quali, magari, anche arrivava il profumo delle buone cose che le donne dei paesi preparavano sul momento, sulle braci accese davanti ai loro carri, mentre gli uomini si concedevano ancora qualche minuto di refrigerio a mare.
Polignano a mare queste magie non le ha perdute del tutto. Indigeni illuminati raccontano, infatti, che proprio l’anno scorso, ad agosto, quando la cittadina intera ha partecipato alla festa del ricordo, a dieci anni dalla morte di “Mimmo-Mister Volare”, a San Vito si sono rivisti, in massa, anche quelli del Casale San Michele, che si sono un po’ vergognati di non essere venuti con gli ormai scomparsi “traìne”, tanto da parcheggiare, lontano dall’abbazia dei miracoli e degli esorcismi, le loro auto. Poi, a sera, con le caratteristiche vie del centro storico illuminate a giorno, quelli del Casale che furono compagni di giochi di Mimmo, ancora lo cercavano, il loro perduto amico, nella scia delle sue canzoni, tappeto musicale della festa.
Nonostante la forte vocazione turistica che ha visto crescere abitazioni di lusso, alberghi, ristoranti, Polignano è speciale perché sa coniugare armonicamente la sua storia fatta in prevalenza di agricoltura. Il prodotto di punta, qui, è sempre la patata, famosa in campo internazionale e amata dai migliori chef: “Spunta”, “Siglinda”, “Nicola” si chiamano così le varietà da consumo fresco, introvabili altrove e oggetto di molte iniziative per salvaguardarne l’originalità.
Patata regina anche nei sontuosi ristoranti ricavati da grotte enormi, come Grotta Palazzese, anche piccolo albergo a quattro stelle. Qui si pranza e si cena dove una volta il marchese-padrone, feudatario del luogo, dava feste memorabili, il mare lo vedi e lo senti, venti metri sotto. Da non perdere anche Castellinaria, ambiente romantico, su una spiaggia da sogno.
I polignanesi in cucina privilegiano il pescato del giorno, quanto basta per antipasti alla marinara, zuppe, spaghetti alle cozze, alicette crude, triglie al cartoccio, saraghi, polpi, calamaretti, da gustare crudi. E dalla terra portano in tavola fave e cicorie, fagioli, ceci, olio e vini eccellenti, verdure che meriterebbero il d.o.c.
Un giro attraverso il centro storico, punto di riferimento la Chiesa Madre (1295) che conserva opere di Stefano da Putignano e di Bartolomeo Vivarini, è l’occasione per rendersi conto di come sia sempre vivo il culto per Mimmo Modugno, che in queste linde stradine giocava con i suoi compagni d’asilo finché non vedeva arrivare il padre capoguardia a cavallo di una bicicletta nera. Era il segnale che bisognava rincasare. Un ultimo sguardo al mare. Domani è un altro giorno.

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