Ponza in terra d’Africa

– di Giuseppe Tricoli

È la galite davanti alla costa tunisina tra biserta e annaba.
Gli antichi viaggi a vela dei pontini
Sino alle rive africane.
La scoperta dell’isola che sentirono propria sino a sistemarcisi e a darle i nomi dei propri luoghi di origine.
Una chiesetta dedicata a San Silverio.
L’idea di un gemellaggio.

La nave con le sue 105.000 tonnellate si lascia alle spalle il porto di Tunisi, rotta per Palma di Majorca, previsto arrivo nella tarda mattinata del giorno dopo. Nostro figlio Alfredo sin dalla partenza si è assunto il compito di leggere il “Today” e informarci sul programma. Questo pomeriggio l’evento clou è l’incontro con il comandante della nave con la segreta speranza di “rimediare” una fugace visita alla plancia. Sino alle 18 posso tranquillamente starmene sul terrazzino della “8253” sperando di fotografare qualche interessante nave in transito in questo tratto di mare trafficatissimo tra Gibilterra e Suez.
Ad un tratto Alfredo mi ripete, leggendolo lentamente, “alle 19 sulla sinistra vedremo l’isola de La Galite” e mi chiede spiegazioni.
Guardo il monitor che ci presenta la rotta seguita e non ho più dubbi: stiamo costeggiando la costa tunisina, verso Biserta, e quella che avvisteremo intorno alle 19 è proprio “un pezzo di Ponza in terra d’Africa” come dice il sottotitolo di una mostra fotografica dell’aprile 1985 che campeggia nel manifesto incorniciato nel mio studio di casa.
Non voglio mancare di rispetto al Comandante della nave, ci mancherebbe, ma anche la remota possibilità di visitare la plancia perde di importanza di fronte all’occasione, per me la prima in assoluto, di poter finalmente vedere nella sua reale collocazione quest’arcipelago le cui foto mi hanno affascinato da oltre vent’anni. E a Ponza non sono il solo.
Esco dalla cabina, mi sistemo sulla poltrona in veranda, inizio a fissare il Mediterraneo che mi scorre davanti a 20 nodi e comincio a mettere a fuoco cosa rappresenti per me, ponzese, quest’isola che sto per scoprire, ma che mi sembra di conoscere da sempre.
Torno indietro ai miei primi approcci con questa terra, spesso indicata con il nome dialettale di “Gialita”, ai racconti dei vecchi pescatori che purtroppo non ci sono più (uno per tutti, Ferdinando Scarpati), quelli che in gioventù, a vela e a remi, da ultimo con un piccolo “Bolinder” di emergenza, avevano fatto rotta dalla nostra Ponza, passando per l’Elba e la Sardegna, verso quest’altro lembo di
terra. Vi si erano stabiliti a poco a poco, l’avevano “sentito” talmente proprio da dare ai luoghi gli stessi
nomi a noi tanto familiari, “La Guardia” (Mont de la Garde) e “Punta della Madonna” (Le Cap de la
Madone), edificare una chiesetta ed avere anche lì, come in ogni luogo in cui il ponzese arrivava, la presenza di San Silverio.
L’incontro nel 1984 con il fotoreporter Giuseppe Farace, reduce da un reportage in queste acque sulla pesca del corallo, l’idea di mettere insieme ed esporre il materiale da lui raccolto nella mostra “La Galite dei Ponzesi”, la ricerca dei nostri pescatori che avevano avuto questa esperienza africana, la sciagurata dispersione di tutto il materiale raccolto che sicuramente ora farebbe bella mostra di sé nel nostro Museo comunale, il chiedere sempre notizie e foto a chiunque tornasse da queste terre, fino alla lettera, scritta a più mani, inviata all’ambasciatore tunisino a Roma per sensibilizzarlo ad un gemellaggio tra le nostre isole: tutto questo mi torna in mente mentre mi convinco che questa di La Galite sarà sicuramente una delle più piacevoli sorprese di questa crociera.
Come non comprendere e ammirare i nostri antenati che intorno al 1860, giunti sin qui, rimasero conquistati da questo paesaggio. La somiglianza con Palmarola è semplicemente eccezionale. Ho l’impressione di essere di fronte agli scogli “Le Galere”, e tagliando la foto con attenzione potrei pensare di aver fotografato la “Piana ‘u viaggio”.
Continuo a fotografare e provo ad immaginare i Mazzella, i Vitiello, i D’Arco che pescano aragoste in queste acque, preparano il pane nel forno di quel gruppo di case che vedo sempre più lontano, cominciano a terrazzare questi terreni come avevano fatto a Ponza, a Palmarola e, prima ancora, ad Ischia. Provo ad individuare i resti di quel Cimitero di cui ho visto più di una foto. Non ho difficoltà ad avvistare la vecchia chiesetta ora Stazione radio della Marina tunisina.
Mi viene da pensare che, come Sandro Pertini dall’esilio di Ponza giunse al Quirinale, Habib Bourguiba, confinato quaggiù e amico dei pescatori ponzesi, arrivò al vertice della Repubblica tunisina, dimostrando l’ennesima similitudine tra le nostre due isole.
Le prime ombre mi velano a poco a poco il panorama nella foschia di questa serata settembrina e, ormai, è tempo di riordinare i miei appunti, lasciare il “Ponte Napoli” e rientrare nella cabina di questa nave che lunedì era nelle acque di Ponza, oggi è quaggiù e ci sta facendo viaggiare con ogni comfort dei nostri tempi. Non posso fare a meno di ripensare, con orgoglio, ai nostri mari nai/pescatori/armatori che nel secolo scorso, con degli autentici “gusci di noce”, solcavano il Mediterraneo da Ponza a Biserta, da Tunisi a Marsiglia, si stabilivano in Sardegna e poi all’Elba, si facevano onore ed erano ben voluti. Mi raccontano che uno di loro, a Marsiglia, divenne presidente della locale Camera di commercio.
Altri tempi, altra tempra, altra Ponza, altri ponzesi…
Di una cosa sono sicuro: tornerò in queste acque, certamente con altri amici, per sbarcare finalmente a terra, la prossima volta non sarà per caso.

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