Quando a Capri anche gli scugnizzi parlavano russo

– di Giuseppe Aprea

Un’isola cosmopolita, ma dopo l’arrivo di Gorki più russa che altro.
Lo sbarco dello scrittore e dell’attrice Maria Andreeva, sua amante.
La carrozzella di Pasquale col vecchio ronzino chiamato Cardinale. Un soggiorno di sette anni.
Le tre case della celebre coppia dove accorrevano ospiti numerosi e affamati.
Per tutti lei era”la signora Gorki”.
Il tramonto
della passione
e l’apparizione
di Ekaterina Pavlovna, la moglie
dello scrittore.
La rivalità fra le due donne, le partenze, i sotterfugi.
Le partite a scacchi di Lenin.
L’addio all’isola.
Gli ex amanti si incontrano ancora, a Mosca. Ma Gorki ha già un’altra donna, una baronessa.
Con lei torna in Italia. La polizia gli proibisce Capri e i due si stabiliscono a Sorrento.

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200505-15-3m“Secondo me l’uomo deve avere fede, o deve cercarsene una, altrimenti la sua vita è vuota…”. Forse perché era stata la prima battuta che aveva ascoltato – quella sera era arrivato a teatro a spettacolo iniziato -, forse semplicemente perché gli aveva colpito il cuore, Maksim Gorki non riusciva a togliersela dalla mente. E, senza che lui stesso lo volesse realmente, rivedeva come in sogno – ora che il pubblico entusiasta applaudiva gli attori – l’espressione intensa e luminosa di Maria Andreeva nell’attimo stesso in cui l’aveva pronunciata, al termine del secondo atto delle “Tre sorelle” di Cechov, con la regia del grande Stanislavskij e l’originalissimo allestimento scenico di Nemirovic-Dancenko.
Questo accadeva al giovane Teatro dell’Arte di Mosca, in una bianca notte del dicembre 1901.
Confuso nella lunga fila degli ammiratori, Aleksei Maximovich Peshkov – il suo pseudonimo era Gorki, l’amaro – riuscì non senza fatica a farsi largo, col suo mazzo di rose rosse e il cappello nell’altra mano, verso il camerino dell’attrice. Anche per Maria Andreeva – Marussia per gli amici – quella non era stata una sera come tutte le altre. Il personaggio di Mascia, giovanissima sposa infelice del professor Kuligin, uomo gretto e meschino, che cerca invano il vero amore tra le braccia di Versin, comandante di una guarnigione di stanza a Mosca, le era entrato dentro. Fin dai primi giorni delle prove. Anzi, fin dal giorno stesso in cui Cechov stesso, l’autore, aveva letto in presenza di tutta la compagnia il copione delle “Tre sorelle”, dando vita a quella straordinaria rivoluzione che il “metodo Stanislavskij” aveva apportato al lavoro d’attore.
Marussia aveva amato subito il ruolo che le era stato affidato, perché le frustrazioni di Mascia, in fondo, erano le sue. Sua l’inquietudine dei sogni perduti, sua l’angoscia del tempo che scorre monotono. E soffoca la vita.
Maria Fedorovna-Yurkovskaja era il suo cognome da nubile, aveva sposato giovanissima Andrei Geljabuzskij, maturo funzionario delle Ferrovie Russe. Il matrimonio l’aveva bruscamente proiettata lontano, molto lontano dall’atmosfera colta e raffinata della casa paterna, dove i genitori, entrambi attori, le avevano trasmesso l’amore per il teatro e per la bellezza. Dopo più di venti anni di convivenza, solo due figli la univano al marito che pure aveva disciplinatamente seguito in tutti i suoi trasferimenti di lavoro, rinunziando ad anni importanti per la carriera artistica che aveva iniziato, naturalmente a prezzo di aspri litigi, con il nome d’arte di Maria Andreeva.
L’incontro con Stanislavskij e Dancenko, che avevano fondato il Teatro d’Arte nel 1898 e l’ingresso nel gruppo di attori della Società d’Arte e di Letteratura, insieme ad Olga Knipper – la moglie di Anton Cechov -, ed alla famosa Lilina – la compagna di Stanislavski -, avevano cambiato per sempre la sua esistenza. Aveva ricominciato a vivere per il teatro, e di teatro, passando con eleganza da “Lo zar Fedor Ioannovic” di Tolstoj a “Zio Vanja” di Cechov, da “La fanciulla di neve” di Ostrovskij a “Bassifondi”, la commedia a sfondo politico sociale scritta da Maksim Gorki.
Ed era stato proprio nel corso delle lunghe sessioni di prova di quell’opera, che si erano tenute nei teatri di Yalta e di Sebastopoli, che aveva incontrato gli occhi azzurri di lui, dell'”Amaro”. Così, lentamente, una fitta siepe di rose rosse si era frapposta tra lei ed il monotono Andrei: Aleksei Maximovich era diventato il suo orizzonte. Con lui tutto era come più intenso, ogni attimo stesso prendeva un senso: ora c’era una fede in cui credere e in nome della quale battersi. Come la Mascia di Anton Cechov.
Nel 1904 Marussia ed Aleksei vanno a vivere insieme: lei ha trentasette anni ed è all’apice della sua bellezza e della carriera. Gorki è già un autore molto amato in Russia: Cechov stesso lo ha presentato a Stanislavskij e le sue commedie, rappresentate al Teatro d’Arte, hanno riscosso un enorme consenso. Il pubblico si riconosce nei suoi personaggi – gli umili, i diseredati – che l’ottuso potere zarista schiaccia senza pietà. Del resto Gorki stesso è stato parte di quella moltitudine infelice: orfano di padre a tre anni, ha perso anche la madre a dieci. E’ sopravvissuto facendo ogni sorta di mestiere, prima a Nijni-Novgorod, dov’è nato, poi a Kazan. A 19 anni, nel 1887, ha tentato di farla finita. Poi, miracolosamente salvo, ha preso a vagabondare attraverso la Russia, lavorando da operaio delle ferrovie. Per qualche anno si è fermato a Tiblisi, finché una novella pubblicata sul giornale locale, dal titolo Makar Tchoudra, gli ha dato una prima notorietà. Le commedie “I piccoli borghesi” e “I bassifondi” lo hanno infine reso celebre presso il grande pubblico, anche in Europa.
Ma è un uomo malaticcio, inquieto, debole, insicuro. Il matrimonio con Ekaterina Pavlovna, da cui ha avuto due figli, appartiene ormai al passato: la lascia definitivamente nel 1903. Ma con lei non c’è asprezza, nè rancore. E’ Maria Andreeva, ora, la donna della sua vita. Per Aleksei e per la causa rivoluzionaria Marussia dirada gli impegni teatrali. Lo segue ovunque: nelle estenuanti riunioni di partito con Lenin, Bogdanov e gli altri; alla redazione dell’Iskra – la scintilla – il giornale che infiamma i cuori del popolo antizarista. Per il suo impegno instancabile a favore della causa, e in segno di ammirazione per la sua forte personalità, Lenin stesso conia per lei il nomignolo di “Donna Fenomeno”.
Quando Gorki fonda, insieme all’amico Pjatniskj, la casa editrice Znanie, la Andreeva gli è accanto, preziosa. E’ con lui anche ad Arzamas, nell’anno di esilio cui lo zar lo condanna, nel 1902.
Ma il 1905 è per gli amanti un anno terribile. Per una banale caduta sulla scena, Marussia perde il figlio che attende da lui: è un dolore atroce, profondo. Rompe con Stanislavskij e con i suoi ritmi crudeli e fonda con l’aiuto di Gorki e con i soldi di Morozov, un ricco industriale, un nuovo teatro a San Pietroburgo. Ma non c’è tempo, la storia incalza e tutto travolge.
Nel turbine della rivoluzione, lo scrittore viene arrestato e rinchiuso nella fortezza di S. Pietro e Paolo. Lei è disperata, convince Morozov – che ne è innamorato – a pagarne la cauzione e la libertà. Braccati, Marussia ed Aleksei si nascondono. Raggiungono Lenin in Finlandia e lui stesso li prega di raggiungere gli Stati Uniti per raccogliere fondi per la rivoluzione – con loro ci sarà anche Burenin, autorevole membro del comitato centrale del partito bolscevico -. La missione fallisce perché l’ America puritana respinge gli amanti “illegittimi”. Persino Mark Twain rifiuta l’invito di partecipare ad un banchetto in loro onore. Una violenta campagna di stampa li costringe a ripartire. Nell’autunno dell’anno successivo, Gorki e la Andreeva sono in Europa. Ovunque vada lo scrittore è coperto di affetto e la sua causa sostenuta con calore. Al Politeama di Napoli, al termine dell’Aida, tutto il pubblico, in piedi, lo acclama e l’orchestra, in suo onore, suona la Marsigliese. Comizi, premiazioni, incontri ufficiali: Aleksei non è mai solo, Marussia è provata e delusa dalle sue assenze e dai suoi lunghi, freddi silenzi. Scrive alla sorella: “Non puoi immaginare la mia stanchezza, la mia nostalgia per te e i miei figli. Vorrei tornare a casa. Ma sarebbe meglio morire che lasciare Aleksei Maximovich…”.
Il 4 novembre del 1906 la coppia giunge a Capri e fitta una carrozzella a Marina Grande. “Siete russo, nun è vero signurì – chiede Pasquale, il vetturino, a Gorki che gli offre una sigaretta. – Soltanto i russi fumano sigarette così care. E solo un russo offre una sigaretta intera a un pover’uomo…”. E così dicendo accarezza con la frusta il vecchio ronzino, che di nome fa Cardinale. E’ il primo giorno nell’isola in cui trascorreranno sette lunghi, formidabili anni.
Come a New York, o come nel lungo viaggio in Europa, a Capri Marussia si occupa di ogni cosa. Innanzitutto della scelta della casa – prima villa Blaesus, affacciata su via Krupp, poi villa Spinola, da cui è appena partito lo scienziato tedesco Behring, infine Villa Serafina, lungo la strada di Mulo – compresi naturalmente i relativi arredi, il personale di servizio, la cucina. Cura, da buona padrona di casa, l’accoglienza degli ospiti – sempre numerosi, spesso affamati, quasi sempre squattrinati. Riceve gli amici, gli uomini di teatro, gli artisti che chiedono quasi quotidianamente di incontrare lo scrittore. Gli fa spesso persino da interprete – Aleksej Maximovich non conosce che poche parole di italiano – nelle interviste.
Lui è fragile, malinconico; trascorre lunghe giornate al lavoro alla sua scrivania.
Lei lo assiste paziente, lo incoraggia, lo protegge. Lo accompagna nelle lunghe passeggiate lungo i sentieri dell’isola e nelle gite nel mare della Marina Piccola, sul bianco gozzo da pesca.
E’ con lui dovunque, in una Capri cosmopolita – ma più russa che altro – dove anche gli scugnizzi parlano la lingua dei cosacchi del Don: “Podi siudà! (vieni qua!)” si sente urlare nelle strade; e “da, da”, “niet-niet”. Persino i barcaioli della Marina hanno imparato che in russo “si sta bene a fare il bagno” si traduce “Choroso kupatsja!”… E la bella signora russa dai capelli rossicci – “la signora Gorki” – qualche soldino non lo nega a nessuno…
Ma qualcosa cambia, un po’ per volta, tra loro. E Marussia si accorge che Aleksej si allontana da lei. Ogni giorno di più. Le lezioni agli studenti della Scuola di partito e le lunghe discussioni con Lenin – che viene nell’isola – lo impegnano allo spasimo. Ma è l’arrivo a Capri – improvviso, fatale, devastante – di Ekaterina Pavlovna, la moglie di Gorki, a gettarla nello sconforto.
Per qualche tempo Marussia e Ekaterina si alternano accanto ad Aleksej Maximovich. Quando l’una parte, l’altra – opportunamente avvertita da Maria Riola, la governante di casa Gorki – si precipita a Villa Spinola, mentre Cataldo, il cuoco, si preoccupa di far sparire dai mobili le foto della rivale…
La Andreeva parte, una prima volta, per la Finlandia. Il desiderio di rivedere i figli si è fatto irresistibile. Porta con sé Maria che racconta, al ritorno, la meraviglia di una terra dove il sole non tramonta e di una casa in campagna, vicino a Viborg, che è del tutto simile alla villetta di via Sopramonte! Ma la separazione non riaccende il fuoco ormai spento.
Marussia ricorre all’antico talento e, come sul palcoscenico, finge di svenire, più volte, in presenza di lui. Disperato, patetico, inutile espediente: Aleksej Maximovich è sfuggente, freddo, sempre più indifferente alla sua bellezza.
Jurij, il figlio avuto da Marussia con Andrei Geljabuzskij, il primo marito, viene a trovarla a Capri. E’ proprio lui a scattare la famosa foto della sfida a scacchi di Lenin con Bogdanov, sotto lo sguardo attento degli amici e di Zinovij, il giovane cui Gorki si era legato nel carcere di San Pietroburgo e aveva poi adottato.
Così come Bogdanov, anche Marussia perde la sua partita e quando, nel 1913, lo zar concede l’amnistia, lascia Aleksej e l’isola. Per sempre. E’ già tornata in patria da tempo, quando anche lo scrittore decide di partire, nel dicembre di quello stesso anno. Ha trascorso gli ultimi mesi a Capri in grande sofferenza, perché le sue condizioni di salute sono peggiorate. Ekaterina Pavlovna gli è stata prodiga di affetto. Maxim Gorki e Maria Andreeva si incontreranno ancora, in Russia. Ma lui ha un’altra donna, ora, la baronessa Maria Budberg (Mara), che è riuscito, grazie alla sua grande amicizia con Lenin, a salvare dalle grinfie di Zinovjev e dall’accusa di essere una spia della controrivoluzione. E’ lei a fargli da segretaria e amante nel suo secondo viaggio in Italia, nel ’24, quando non potendo – per il divieto postogli dalla polizia – raggiungere Capri, Gorki si stabilisce a Sorrento.
Con la Andreeva, che nel frattempo è stata nominata Commissario del Popolo per il Teatro e per gli Affari Esteri, intrattiene una amichevole corrispondenza. “Non mi sono sentito più infelice neppure dopo la morte di Tolstoj – le scrive poche settimane dopo la scomparsa di Lenin – mentre ti scrivo, le mie mani tremano…”.
Scorrono, inesorabili per tutti, lunghi anni di disillusione e di violenza. Maxim Gorki muore nel giugno del ’36. Qualche tempo dopo, ad un giornalista russo che le chiede un ricordo dell’uomo che aveva amato, Marussia Andreeva confida il suo grande rimpianto di donna: “Ho sbagliato. Non avrei mai dovuto lasciare Aleksej. Non era un uomo come gli altri. Era Gorki…”.

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