Quando a Capri arrivò la “Naiade”

– di Antonio Cianniello

Fu la prima grande nave della Caremar che soppiantò i romantici vaporetti e riversò sull’isola una marea di gente. Così cominciò il turismo di massa. E subito dopo apparvero i catamarani da 250 posti. Nostalgia delle traversate sui piccoli traghetti. Tutti sul ponte, all’aria aperta, a respirare l’aria di mare. Il viaggio durava due ore e anche più nella giornate di libeccio forte con la rotta che deviava verso Sorrento perché a bordo si “ballasse” di meno.

Sono stato nipote di un nobile professore di economia di nome Giuseppe, che frequentava Capri negli anni Venti. Sono stato figlio di una bellissima coppia di sposi che a Capri e Anacapri tutti ricordano sempre con la gioia negli occhi, raccontando ogni volta una loro storia, un episodio e un fatto del passato, di quello loro, di quello mio e di mia sorella Maria.
I miei genitori erano parte di un ristretto gruppo di amici veri che negli anni Sessanta fecero di Capri e Anacapri la loro meta di vacanze, di mare pulito, di gozzetti in legno, di vendemmie e incontri sinceri e semplici, stringendo solidi rapporti con gli isolani. Gli isolani di un tempo che con la loro classe unica e irripetibile erano così ben predisposti ad accogliere i viaggiatori forestieri, classe nell’ospitalità nata nel passato e in parte oggi persa nel turbinio dell’euro facile e del mordi e fuggi, tanto poi arriva il prossimo passeggero di turno da scorticare.

Come altri in quegli anni, i miei genitori presero dimora ad Anacapri, su un terreno lungo la via che porta alla Grotta Azzurra. La loro casa sembrava tanto lontana dal centro abitato, da piazza Caprile e dalle Boffe. In quel tempo, la strada asfaltata finiva poco più giù, all’altezza dell’attuale eliporto.
Da allora sono passati ben più di quarant’anni. In quarant’anni tutto cambia e si trasforma ed anche la mia bella isola è cambiata e non la riconosco più. Sono distratto, superficiale e cerco di essere poco sentimentale. Cerco di dimenticare perché i ricordi belli di un tempo fanno vivere male i tempi di oggi.
E allora basta! Niente rimorsi. Ma questa volta vorrei tornare un attimo indietro e raccontare sensazioni, sentimenti e immagini di un piccolo angolo di storia caprese.
Credo fossero i primi anni Ottanta o forse la fine degli anni Settanta quando tutti sorpresi, ma senza ancora capirne gli effetti, assistemmo increduli alla introduzione in esercizio della mega nave della Caremar (la prima fu battezzata “Naiade” e faceva spola tra Napoli e Capri) e poi dei catamarani da 250 posti che sostituirono quei piccoli e sicuri aliscafi di forma tubolare di appena ottanta posti. Credo proprio che in quegli anni, e in quelli subito dopo, Capri subì una metamorfosi partita senza freno proprio dalla introduzione della “Naiade”. Fino a prima dell’avvento della “Naiade”, Capri era collegata con due, tre corse di piccoli traghetti, denominati in gergo comune “vaporetti”, sui quali si respirava l’aria di mare. La salsedine si attaccava addosso al primo soffio di libeccio sul ponte che era rivestito in solido teak e i tientibene erano in legno lucidato a vernice. Si poteva vedere e sentire la sala macchine e le panchine erano costruite a listelli di legno, sistemate rigorosamente all’aria aperta sotto tende blu o bianche che coprivano dal sole ed a mala pena dalla pioggia.

Si poteva viaggiare anche in un piccolo locale al chiuso con poltroncine in “stile fascista” rivestite di similpelle color tabacco o verde acqua. In quei locali i viaggiatori “secchi” di stomaco potevano rifugiarsi dal vento, dalla pioggia e dal mare. Lì dentro l’aria era ferma e umida, le finestre chiuse e piene di sale e le poltroncine scivolavano sul pavimento come saponette quando il mare era appena formato. E allora per tutti era obbligatorio viaggiare all’esterno. Appena finiva l’estate via con cerata, berretto di lana e stivali di gomma per affrontare la traversata.
La tratta Napoli-Capri veniva appellata “traversata”, quasi come quella della Manica, perché era sempre una avventura ma davvero una avventura. Per affrontare la traversata ci si organizzava a tale scopo. Ci si informava sul meteo ma senza smartphone. Si seguiva la rotta ma senza autopilota. Si fissavano i carichi con cime usurate e dure e c’era anche pericolo che qualcosa o qualcuno finisse fuori bordo.
La traversata durava sempre più di due ore e i tempi si allungavano quando il libeccio soffiava forte. Prima verso Sorrento per ridossarsi dal mare preso al mascone e poi dritti verso Capri.
Niente bar. Ci si doveva attrezzare prima della partenza anche con un po’ di cambusa.

Fu proprio con la “Naiade” che i viaggiatori-marinai si mescolarono ai nuovi passeggeri, quelli equipaggiati obbligatoriamente di rumorosi trolley, Fay, Hogan ai piedi e Iphone all’orecchio, e poi, tutti in corsa, compartecipi attivi e passivi di una metamorfosi dell’isola fin anche nella sua conformazione geologica.
In pochi anni ebbe inizio a Marina Grande, avamporto di accoglienza dei nuovi passeggeri, una trasformazione dei moli, della spiaggia delle Ondine, della piazzetta della Banchinella, trasformazione che poi è avanzata ancora con la costruzione della nuova strada provinciale di Marina Grande che serviva proprio da polmone per il deflusso del traffico in ingresso e in uscita dal porto.
Erano luoghi troppo piccoli e intimi per “raccogliere” migliaia di persone che ogni giorno arrivavano sull’isola traghettati e dirottati da tour operator che sotto braccio a operatori locali hanno creato anche nella minuta Capri, e in men che non si dica, il cosiddetto turismo di massa. Ma come “di massa”? Una massa di passeggeri che mai e poi mai avrebbe potuto affrontare la traversata con i piccoli “vaporetti” prima dell’avvento della “Naiade”. Allora è stata tutta colpa sua, della grande nave, o forse merito suo!

La “Naiade” e gli altri potenti mezzi veloci hanno ravvicinato le distanze, hanno dato il via alla trasformazione del turismo, hanno reso possibile far viaggiare i passeggeri insieme ai viaggiatori locali, hanno offerto loro aria condizionata d’estate, riscaldamento e stabilizzatori d’inverno, poltrone tipo Boeing 747 tutte in fila, e caffè, cornetti e tramezzini imbustati per tutti. Per tutti quelli che transitano a Capri come pendolari, turisti di solo due ore, autotrasportatori, lavoratori, spedizionieri, imprenditori, insegnanti e professori, avvocati e commercialisti, tedeschi e cinesi, pensionati, studenti e casalinghe, americani e nolani, giapponesi e torresi, torinesi e afragolesi, ricchi e poveri, belli e brutti, molti pacchiani e pochi signori, giovani mamme e vecchie contadine. Una miscellanea del genere umano che si ammassa sul porto sotto il sole o sotto la pioggia con impazienza di voler andare, guardare e farsi guardare, scattare, incontrare, arrivare e ripartire, ma senza sapere spesso perché.
Osservo, soffro e cerco di dimenticare. Ma i miei ricordi tornano alle “traversate” con mia mamma, imbarcando la Fiat Bianchina. Si viaggiava anche nei giorni di cattivo tempo, quando le onde attraversavano il ponte del vaporetto e cadevano sul vetro del parabrezza. Sembrava di essere ad un autolavaggio. Che divertimento! E con una fessura di finestrino rigorosamente aperta per non perdere l’aria di mare e lo iodio anche in inverno.

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2 commenti su “Quando a Capri arrivò la “Naiade”

  1. Condivido ogni riga di questo articolo , grandi verita’ riportate con una sensibile reala’ ed una sentita nostalgia.
    Vivo le stesse sensazioni. COMPLIMENTI !

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