Quando a Capri le americane sposavano i baristi dell’isola

– di Vittorio Paliotti

I favolosi anni Cinquanta ricchi di avventure e di sorprese.
La storia di Harriet Leighton, inviata speciale di un giornale di Chicago, e di Costanzo Esposito.
Il primo omaggio di lui fu un cartoccio di pesce fritto.
Un corteggiamento molto singolare.
La dichiarazione d’amore nella Grotta Azzurra e un matrimonio che mobilitò la stampa internazionale.

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200412-12-2mDal libro “Capri, amori e sospiri”, di Vittorio Paliotti, che propone una suggestiva passerella dei personaggi più noti e meno noti dell’isola negli anni Cinquanta, proponiamo uno dei capitoli. Il volume è stato pubblicato da Vele Bianche editori, 169 pagine, 15 euro.

Il matrimonio di Costanzo Esposito e Harriet Leighton ha richiamato a Capri, in questo aprile del 1953, non soltanto stuoli di cronisti, ma perfino gli operatori dei documentari cinematografici. Il motivo è semplicissimo: Harriet è lei stessa una “inviata speciale”, una giornalista americana la quale, venuta nell’isola per scrivere articoli, ha invece preferito trattenervisi per sposare Costanzo che è un barista. Un onest’uomo che avrà magari servito re in esilio e divi dello schermo, ma che è pur sempre un barista. E adesso, nella piazzetta dell’isola non si parla d’altro, mentre i camerieri porgendo caffè e bibite alle clienti, assumono un atteggiamento che è fra il volutamente disinvolto e il distintamente confidenziale.
Il romanzo d’amore scritto a quattro mani da Herriet e Costanzo non poteva avere, come scenario, che Capri; almeno così sostengono tutti. Non di meno anche per Capri esso costituisce un fatto da annoverarsi fra quelli straordinari, soprattutto perché mancano precedenti analoghi. Inoltre quello di Harriet e Costanzo può essere definito un “matrimonio contrastato”. Dalla burocrazia internazionale e dalla burocrazia ecclesiastica che hanno minacciato di farlo andare per le lunghe; ma contrastato anche dal direttore di un giornale di Chicago il quale, all’oscuro di ogni cosa, premeva perché la sua redattrice rientrasse al più presto in sede. Finalmente, le nozze sono state celebrate. Alla presenza dei parenti dello sposo e di una connazionale della sposa, ma in forma strettamente intima per evitare un soverchio afflusso di curiosi che già avevano predisposto un capillare servizio di informazioni.
Harriet Leighton, una donna di circa quarant’anni, coetanea o quasi di Costanzo è redattrice del giornale di Chicago “Southown Economist” fin dal 1938, è laureata presso la “Northwestern University” e svolge, nelle ore libere, attività di consulenza pubblicitaria per grandi aziende. E’, insomma, una professionista che ha raggiunto una degna posizione, ma che ha molto lottato; una che, per dirla in gergo, è venuta “dalla gavetta”, come ogni buon giornalista.
Già in giovanissima età, Harriet si impegnava seriamente: mandava articoletti a giornali di provincia che talvolta li ospitavano, ma che più frequentemente li destinavano al cestino. Era l’inizio, faticoso come tutti gli inizi, ma Harriet non si scoraggiava e col tempo la sua collaborazione divenne sempre più assidua e apprezzata. Purtroppo, quando aveva appena diciassette anni, Harriet rimase orfana e si trovò, da un giorno all’altro, nella non agevole condizione di dover provvedere al proprio mantenimento e a quello di un fratellino.
Facendosi animo, si presentò con un grosso fascicolo di articoli al direttore di un quotidiano. Questi, evidentemente, dovette vedere in lei del talento, dato che l’assunse subito come reporter di cronaca nera, come “newshen”. Poi vennero le promozioni: “copyrighter” e infine inviata speciale. Nello stesso tempo, Harriet si interessò attivamente alla pubblicità e badò a portare a termine i suoi studi.
La vita trascorreva tranquilla. “Senza alti né bassi”, mi dice. “Non pensavo all’amore, mi sembrava che fosse qualcosa riservata agli altri e da cui io, chissà perché, ero esclusa”.
Nell’ottobre del 1952 Harriet si imbarcò sul piroscafo “Liberté” diretto a Le Havre. Contava di seguire un corso di perfezionamento della lingua francese all’università di Parigi e di compiere un giro attraverso la Francia e l’Italia per scrivere una serie di articoli per il suo giornale di Chicago. A Parigi si trattenne tre mesi. Proseguì quindi per Nizza e poi per Genova. Doveva ripartire per New York da Napoli il 30 marzo 1953 e pensò che sarebbe stato bello e logico fare una puntatina a Capri: non più di due giorni, quanto cioè le bastava per prendersi una piccola sbornia di sole e d’azzurro e raccogliere impressioni e informazioni per un paio di articoli.
Prese alloggio in un albergo di via Camerelle e trascorse la prima giornata della sua permanenza caprese recandosi in gita alla Marina Piccola. Aveva portato con sé una piccola macchina fotografica e, ogni tanto, si fermava dinanzi a questo o quello scorcio di panorama e pregava qualche passante di farle uno scatto. A sera inoltrata mentre si ritirava, si accorse che un giovane alto e bruno la seguiva. Harriet non volle mostrare la sua irritazione e accelerò l’andatura limitandosi a fare considerazioni in cuor suo sulla pertinacia degli europei tanto diversi dagli americani nell’esprimere la loro ammirazione per una donna. Sul punto di entrare in albergo, vide che il giovane le si accostava rivolgendole complimenti. Non gli rispose e si allontanò in fretta.
Il giorno seguente, quando aveva già dimenticato l’episodio, vide ricomparire l’uomo. Queta volta, il “pappagallo” aveva in mano un cartoccio di pesce fritto. Eppure non esitò a fermarla. “Mi chiamo Costanzo Esposito”, disse semplicemente, “e lei mi è molto simpatica”. Harriet rimase interdetta: non aveva alcuna idea di corteggiatori che fermano le donne in modo tanto strano. Costanzo, intanto, aveva avuto il destro per continuare. “Vuol venire a casa mia?” propose. “Mia madre sta preparando gli spaghetti con le vongole. Sono molto buoni. Li ha mai provati?”
Dice oggi Harriet che il modo di esprimersi di Costanzo invece di farla scoppiare a ridere la commosse. Si aspettava, (e cosa poteva aspettarsi da un “pappagallo”?) un invito a bere qualcosa al night e quello invece le offriva gli spaghetti con le vongole cucinati da mammà. “Fui colpita da tanta naturalezza”, racconta, “e mi sentii immediatamente indotta a far paragoni con gli altri uomini che avevano tentato di darmi noia. Rifiutai logicamente l’invito a pranzo, ma non presi il battello per Napoli. Sapevo benissimo che avrei perduto anche il piroscafo per New York. Spedii perciò un telegramma a Chicago, al mio direttore, inventandomi una scusa per il ritardo con cui sarei arrivata”.
Da parte sua Costanzo Esposito l’indomani anziché recarsi al lavoro, andò a piantonare l’albergo di Harriet. Fu, quella, la sua prima “assenza ingiustificata” perché mai aveva disertato il posto di lavoro. Anche lui è un uomo che ha duramente faticato per farsi strada. Proveniente da una famiglia di contadini, a soli nove anni Costanzo s’impiegò come garzone di parrucchiere per poi entrare, a quindici anni, nel settore alberghiero. Una carriera che iniziò come sguattero e che lo portò a diventare cameriere di sala e finalmente barista.
Quella mattina Costanzo non reggeva un cartoccio di pesce fritto ma un piccolo fascio di fiori che Harriet non ebbe difficoltà ad accettare. Andarono a fare una passeggiata a Villa San Michele. Ormai l’idillio era nato e il quarto giorno, con lo stesso candore con cui l’aveva precedentemente invitata a mangiare gli spaghetti con le vongole, Costanzo domandò ad Harriet: “Un’inviata speciale potrebbe mai sposare un barista?”. “Oh, Costanzo”, rispose lei, “io mi stavo proprio chiedendo se un barista accetterebbe mai di prendere in moglie un’ex inviata speciale”. Così, almeno, raccontano a me di avere dialogato quel giorno Harriet e Costanzo. Nella Grotta Azzurra, naturalmente.
Addio ritorno in America. Harriet e Costanzo impiegarono quattro mesi per ottenere i documenti per il matrimonio, necessari a causa della diversa nazionalità e per la differenza di fede religiosa. Quattro mesi di sospiri, e infine le nozze che hanno messo sottosopra Capri e che hanno mobilitato la stampa internazionale.
Adesso Harriet e Costanzo abitano in una piccola casa che però ha un enorme terrazzo e che sta dalle parti del Monte Tiberio. Sprizzano, è il caso di dire, felicità da tutti i porri. Lei spedisce amene corrispondenze capresi al “Southown Economist” di Chicago, lui continua a mescolare liquori dietro l’alto banco di quercia del bar.
Non desiderano niente. Tranne due bambini (non di più) che prima o poi, essi dicono, verranno.

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