Quando a Capri passeggiavano madame Cavolfiore e mister Ravanello

– di Giuseppe Aprea

Nell’isola i soprannomi erano più in uso dei nomi e così la pittrice Sophie Gengembre, con suo grande sdegno, si ebbe quella definizione che prendeva spunto dal suo monumentale toupè e il marito, piccoletto e rossiccio, fu chiamato “rafaniello”.
Lei dipingeva ritratti di fanciulle che spediva al suo mercante d’arte londinese, lui aveva minori qualità artistiche. Erano giunti a Capri perché l’incerta salute di Sophie ricavasse benefici dal sole mediterraneo.
La serata a Villa Castello in cui Ignazio Cerio rivelò alla coppia i nomignoli affibbiatigli dagli isolani e i significati.

200412-16-1m

200412-16-2m

200412-16-3m“Qualcuno doveva pur dirglielo…” continuava a ripetersi mentalmente don Ignazio mentre tornava a passo svelto verso casa, di ritorno dal consueto tè pomeridiano a casa degli Anderson, la villa Castello. “E chi, se non un amico, deve assumersi l’onere delle verità più scomode?” ragionava tra sé. All’altezza della chiesa del Salvatore gli ultimi dubbi erano già svaniti e anzi, ripensando alla scena appena vissuta, e alla trovata grazie a cui era riuscito a trasformare una situazione assai imbarazzante in una commedia a lieto fine, don Ignazio (il dottor Cerio) non poté evitare di sorridere. Per dirla in breve, le cose erano andate così.
Sophie Gengembre e Walter Anderson, lei pittrice assai nota oltremanica, lui pure pittore, ma di assai modeste capacità, erano arrivati a Capri nel 1871. Sophie (come suggerisce il nome) non era di nazionalità britannica, come il marito. Era nata in Francia, figlia adorata di padre parigino e architetto e di madre inglese. Aveva avuto come maestro d’arte il barone von Steuben, allora assai famoso, che ne aveva affinato il talento precoce e le aveva donato una tecnica sopraffina.
Sophie era quel che si dice “un pezzo di donna” e il suo carattere era cresciuto in proporzione all’altezza. In segno di contrappasso o forse, come aveva spiegato ai genitori presentandolo, per semplici affinità elettive, si era scelto un fidanzato “piccoletto”. Piccoletto ma pittore, appunto. Aveva conosciuto Walter in America, a Cincinnati, dove la famiglia Gengembre si era trasferita dopo che, nel ’48, l’aria di Parigi si era fatta improvvisamente troppo pesante per i borghesi con il portafogli rigonfio e il cuore monarchico.
Nel nuovo continente la giovane pittrice era già molto apprezzata per la sua abilità di ritrattista, e fu quindi con qualche perplessità che Sophie si piegò al desiderio di suo marito di tornare in Inghilterra. Era il 1854. La coppia aveva messo casa a Dalston, nel nord della grande isola. La giovane signora Anderson aveva proseguito la sua brillante carriera, invitata ad esporre l’anno seguente alla Royal Academy.
Mr. Anderson, dal canto suo, aveva contribuito in misura rilevante alla felicità della moglie (e forse anche alla sua) adattandosi in tempi rapidi ad un ruolo di secondo piano, cui in verità lo costringevano tanto il talento assai mediocre, tanto il fisico prorompente della sposina…
Tra un ritratto e l’altro (soprattutto giovani fanciulle), però, Sophie si era ammalata e, constatata dopo qualche tempo l’inefficacia della terapia proposta dal dottor Gull, il signor Anderson aveva deciso di trasferirsi in Italia alla ricerca di un po’ di sole. Considerato poi che il miglior sole d’Italia sorgeva allora a Capri, la coppia aveva scelto l’isola come sanatorio. Come del resto molti altri inglesi avevano già fatto, soprattutto dopo aver letto sul “Times” i suggestivi articoli che Henry Wreford inviava dalla sua dimora di villa Cesina.
Nel 1871, dunque, gli Anderson erano sbarcati a Marina Grande con grande seguito di bauli, cavalletti e cappelliere e, in groppa a due asini dalle gambe malferme per la fame e forse per questo insensibili a ogni forma d’arte, erano avventurosamente arrivati nella piazza del paese. Lì giunti il loro aplomb britannico era stato seriamente messo in pericolo dal frastuono e dalla enorme nuvola di polvere che provocavano un gruppo di operai intenti a demolire un vecchio fabbricato.
Che sollievo aveva provato la lady inglese quando l’ingegner Mayer, che dirigeva i lavori, le aveva spiegato in perfetto inglese che si stava abbattendo il vecchio carcere delle donne per far posto alla nuova via carrozzabile… Un carcere per le donne! Quale paese incivile era mai quello in cui erano capitati, si era lamentata col marito, (naturalmente) colpevole di avercela condotta…
Dopo qualche giorno trascorso nella camera più confortevole dell’Hotel Pagano, le traversie del viaggio e le perplessità all’arrivo erano bell’e dimenticate, e gli Anderson si erano messi in cerca di una dimora confortevole. La casa dotata dei giusti requisiti era stata presto individuata, grazie al consiglio di qualche connazionale nel frattempo conosciuto, in villa Castello, elegante e confortevole edificio appoggiato sulle mura poderose dell’antica cittadina di Capri.
Lì trovarono comoda sede il ricco guardaroba di donna Sophie e soprattutto i pennelli, i colori e le numerose tele che aveva avuto l’accortezza di portare con sé dall’Inghilterra. E sempre lì, nelle confortevoli cucine della villa e nel raffinato salotto in stile vittoriano che gli Anderson avevano immediatamente fatto arrivare dalla madrepatria, trovarono una dignitosa soluzione lavorativa un buon numero di isolani. Non proprio dei modelli in quanto a istruzione e portamento, ma svelti e volenterosi come la “padrona” inglese desiderava.
Il clima di Capri e le cure del medico condotto dell’isola, appunto il dottor Cerio, avevano poi fatto il miracolo e la signora Anderson era tornata a dedicarsi esclusivamente alle due cose che più amava nella vita: la pittura (naturalmente) e poi i ricevimenti, che organizzava con regolarità e soprattutto con molta attenzione alla lista degli invitati. Dovevano essere rigorosamente respectable, e non tutti gli inglesi presenti sull’isola lo erano a quel tempo (questo, of corse, a parer suo).
Ma ora è tempo di chiarire i particolari di quell’incedere inquieto del dottor Cerio di ritorno dal tè a villa Castello cui si accennava all’inizio. Ignazio Cerio era stata la prima persona che gli Anderson avessero conosciuto sull’isola. Era molto stimato a Capri per la competenza e l’intuito e amato anche per la grande nobiltà d’animo, che lo spingeva spesso e volentieri a concedere del tutto gratuitamente le sue prestazioni. Il suo disinteresse per il denaro era tale da costringere all’imbarazzo molti dei suoi pazienti, naturalmente tra quelli più facoltosi. Perché molti erano invece quelli che preferivano ricompensarlo delle lunghe scarpinate in groppa ad un asino con una bottiglia di vino (non sempre buona) o del pesce fresco.
Mr. Anderson faceva parte del gruppo dei primi, gli scontenti. Don Ignazio non solo aveva curato sua moglie Sophie molto meglio del famoso dottor Gull, ai tempi del soggiorno inglese, ma aveva chiesto come compenso della lunghissima terapia una parcella pari al prezzo di una sola visita del suo illustre collega d’oltremanica. E questo dopo ripetute insistenze! Il dottor Cerio era perciò diventato il grande amico caprese dei due pittori, e dopo un po’, anzi, ospite fisso a villa Castello. Nei pomeriggi, in qualità di promettente alunno, prendeva lezioni di pittura da Sophie; nelle lunghe serate estive, invece, vestiva i panni dell’ospite d’onore nel corso dei ricevimenti che, manco a dirlo, si svolgevano secondo un rituale fisso e con ritmo compassato e un po’ noioso.
I momenti chiave di questi eventi, quelli che potremmo definire i più goliardici e trasgressivi erano due: uno era costituito dalla interminabile partita a bocce nei bellissimi giardini della villa e l’altro la degustazione delle fragole della casa, guarnite di crema, della cui fama tra i residenti inglesi nell’isola gli Anderson andavano molto fieri.
Milady alleggeriva le lunghe e faticose ore trascorse a dipingere le sue rosee e leggiadre bambinette, in perfetto stile early Victorian con tranquille passeggiate nei luoghi più panoramici dell’isola. Spediva con regolarità le sue tele da Capri ad Arthur Booth, il grande mercante d’arte, che si incaricava della vendita delle opere, assai richieste in Inghilterra e nel resto d’Europa. E intanto girava per l’isola, avvolta in abiti di seta del Lancashire che a fatica ne contenevano la mole imponente, coi capelli bianchi raccolti in un torreggiante toupè coperto a metà da un cappello, ogni volta diverso. Gli isolani le riservavano grandi inchini e anche quando da un gruppo di guaglioni partiva qualche irrispettosa risatina (qualche volta anche un pernacchio, ma in doverosa sordina), la nobildonna faceva finta di non accorgersene. E tirava avanti, fermandosi qua e là nelle viuzze ad osservare i pittori che dipingevano scorci di quel pittoresco paesaggio, un pergolato d’uva nera, un gruppo di donne intente a filare la lana, un pescatore col volto bruciato dal sole e gli occhi color del mare.
Ma persino lo humour inglese ha un limite e quel pomeriggio in cui Cerio le aveva rivelato il ridicolo soprannome che quei selvaggi isolani le avevano appioppato, ebbene la signora Anderson aveva rischiato seriamente di valicarlo, quel limite. Fortuna che don Ignazio, da par suo, aveva trovato il modo per farla sorridere, dopo. E tutto era finito a tarallucci e vino. Pardon, a tè (indiano) e pasticcini… Ecco, appunto, i pasticcini. Tutto era cominciato proprio nel momento in cui Annuccia, la cameriera caprese di lady Sophie, aveva posato sul tavolo il vassoio con i biscotti cotti nel forno speciale di villa Castello e i pasticcini (che gli Anderson ricevevano con regolarità da Londra).
Era stato allora che madame Darasse, la moglie di George, il pittore parigino che abitava alla via Nuova, si era rivolta alla padrona di casa con una strana espressione sul volto. “Lady Sophie – le aveva chiesto – avete mai assaggiato la pasta e cavolfiori che si cucina a Capri? E’ una vera prelibatezza. Comment ça ce dit en anglais “cavolfiore”? Da noi si dice chou… ” A quel punto Annuccia che, servito anche il tè, si era discretamente appartata in un angolo del salone, si era precipitosamente affrettata verso le cucine, accompagnata da uno sguardo di disappunto del signor Anderson. E proprio in quel momento, a tutti i presenti, compresi i Coleman, era parso di sentire il suono come di una risata soffocata.
“Caulif…”. La versione inglese del cavolfiore caprese restò strozzata per metà nella potente gola di lady Anderson. E per lo stupore e per l’indignazione le gote le si colorarono di un rosso vivace. Il silenzio che seguì sembrò a tutti lunghissimo. E le parole di don Ignazio, che lo ruppero, furono come un argine che crolla e causa un’onda di piena. Una cascata di risate, dapprima trattenute, poi libere e scroscianti, ne fu la conseguenza. “Sophie – disse il dottore – non amareggiatevi troppo, e non prendetevela con Annuccia, che non ha colpa. I capresi vi amano, ed è solo per questo che vi hanno affibbiato un piccolo, affettuoso soprannome. Tutti ne hanno uno qui in paese. I cognomi sono così difficili da ricordare e spesso anche da pronunciare… Anche i preti li riconoscono così, qui a Capri. E senza che il fatto costituisca peccato. Il canonico Ruocco per tutti è “pan’e cipolle” e don Costanzo Serena è conosciuto come “sciabbulone”, per via del naso che sembra la sciabola del corsaro Dragut. Ce n’è un altro poi, che di cognome fa Federico come altri cento sull’isola, ebbene lo chiamano cicirinnèlla… E lui non se la prende affatto.
A voi, donna Sofia, per via di quel tuppo bianco che portate sulla testa vi chiamano la signora Cavolisciore!…”
Le gote aristocratiche di Mrs. Anderson, da rosse che erano, divennero paonazze. Era proprio lei, dunque, l’oggetto degli sghignazzi di Annuccia! L’esplosiva miscela di sangue francese ed inglese che le scorreva nelle vene entrò in ebollizione e il processo sembrò sul punto di sfociare in un maremoto di parole non proprio res-pectable.
“Che umiliazione! My God…” Ma con un ultimo, sintetico, provvidenziale e infine geniale intervento don Ignazio diradò le nere nuvole che aleggiavano sui pasticcini, illuminò la scena con un sorriso smagliante e le disse: “Prendetela con spirito, Sophie, come un segno di affetto. Figuratevi che Walter, vostro marito, per via della statura non eccezionale e di quel colorito un po’ rossiccio, la gente dell’isola lo chiama rafaniello…”

200412-16-4m

200412-16-5m

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *