Quando a Cuma la sibilla faceva gli oroscopi

– di Vittorio Paliotti

La descrizione di Virgilio e la ricerca dell’antro magico.
La prima scoperta di Amedeo Maiuri cancellata da una successiva localizzazione della grotta della profetessa.
La leggenda dei nove libri.
Nascita, affermazione e decadenza di una città i cui abitanti fondarono
Partenope dominando nel golfo e in tutto il territorio campano. La “costa smeralda” degli antichi romani, da Bacoli a Pozzuoli.

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200606-12-3mEra una vecchietta di poche parole, un po’ raggrinzita ma nient’affatto antipatica.
Reggeva sulle spalle un grosso fardello e si aggirava indecisa tra i decumani e i cardini di Roma. Alfine riuscì a farsi ricevere dal re: Tarquinio Prisco secondo lo storico Terenzio Varrone, Tarquinio il Superbo secondo Plinio. “Sono venuta ad offrirti questi nove libri” disse la vecchia disfacendo il fardello. E aggiunse: “Dammi trecento monete d’oro e saranno tuoi”.
Re Tarquinio (Prisco o Superbo che fosse) la fissò divertita: “Io comprare questa robaccia? Credi forse che sia pazzo?”. La vecchia non si scompose. Bruciò, lì per lì, tre di quei libri e disse: “Adesso sono sei, ma il prezzo non è cambiato. Trecento monete d’oro. Vuoi comprarli?”. Il re non le rispose nemmeno.
Quella, allora, diede alle fiamme altri tre libri. Poi urlò: “Trecento monete d’oro se ti decidi, il prezzo non è sceso”. Impressionato, il re versò la somma e si tenne i tre libri superstiti. Ma la vecchietta, intanto, era misteriosamente scomparsa.
Si appurò che era la Sibilla Cumana e quei tre libri, dunque, furono conservati con ogni cura nei sotterranei del Campidoglio. E fu nominato un collegio di sacerdoti che aveva il compito di leggerli e interpretarli ogni volta che il Senato lo richiedesse. Ogni volta, cioè, che bisognava deliberare su una guerra, o su una legge, o su un’altra grave incombenza di Stato.
Non si può fare a meno di pensare a questa vicenda, solo leggendaria nella prima parte, autentica nella seconda, visitando oggi il boschetto, coltivato a lecci, ad alloro e a cipressi, che circonda, su quella che fu l’acropoli di Cuma, il cosiddetto Antro della Sibilla.
L’ambiente è a dir poco magico, e non tanto per merito dell’antro, nient’altro che una breve galleria di forma trapezoidale scavata nel tufo e che chiunque in meno di due minuti può percorrere, e neppure per la suggestione delle memorie, quanto per l’incanto del panorama fatto di mare, di isole, di insenature; di verde, di azzurro, di lilla e di rosa.
Strano destino, quello di Cuma. Nacque da essa tutta una civiltà, ed essa oggi come realtà amministrativa non esiste. Non è altro la Cuma di oggi che una frazione del Comune di Pozzuoli; e sugli annuari turistici non viene registrato nemmeno il numero dei suoi abitanti. La città, insomma, i cui abitanti fondarono Partenope, cioè Napoli, e Zancle, cioè Messina; la città che inizialmente comprese anche le attuali Pozzuoli, Baia, Miseno e Bacoli e che più tardi estese il suo potere sull’intera Campania, oggi è semplicemente un “parco archeologico”.
Strano destino perché Cuma non fu soltanto il regno della più celebre fra le sibille del mondo antico, ma fu anche il teatro delle principali leggende popolari del mondo pagano: l’approdo del greco Ulisse e del troiano Enea, le scorribande dei Ciclopi, l’ingresso al mondo degli Inferi tramite la palude Averno e la lotta fra Giove e i Giganti. Tutto quanto Roma ha ricevuto dal mondo greco venne filtrato da Cuma.
I greci che fondarono Cuma provenivano dall’Eubea, erano cioè calcidesi delle piccole città di Calcide e di Eretria. Si stabilirono in un primo momento a Ischia, questi naviganti greci, ma i terremoti e le eruzioni vulcaniche che si susseguivano nell’isola li convinsero a spostarsi sulla terraferma.
L’anno dello sbarco venne fissato nel 1050 avanti Cristo da Strabone e altri storici romani. Ma anche se la più recente critica storica ha avvicinato a noi di un paio di secoli l’epoca di quello sbarco, sembra accertato che si trattò del primo insediamento greco nell’Italia meridionale e in Sicilia.
Diventati cumani di fatto e di diritto, questi oriundi greci organizzarono un forte presidio militare a Dicearchia, l’attuale Pozzuoli. E fu dal porto di Pozzuoli, nonché da quelli di Baia e di Miseno, che mossero alla conquista dell’intero golfo di Napoli, detto allora “cratere cumano”. Diedero vita, nel 680 avanti Cristo, a Neapolis, l’attuale Napoli (ove già da qualche tempo si erano insediati navigatori rodii) e, a poco a poco, si impadronirono di gran parte del territorio che oggi corrisponde alla regione Campania.
Cuma , o meglio lo Stato cumano, raggiunse il massimo dello splendore fra il 750 e il 500 avanti Cristo travolgendo, nella sua ascesa, anche gli etruschi. In quest’ultimo periodo si segnalò, come grande condottiero militare, il dittatore Aristodemo che, nel 524 avanti Cristo, sconfisse un’armata di etruschi che, alleatisi con dauni, musoni e sanniti, volevano invadere Cuma. Dopo un’ulteriore sconfitta degli etruschi, la potenza di Cuma crebbe a tal punto che tutti i nemici del mondo ellenico si coalizzarono per combatterla.
Furono i sanniti, questa volta, a guidare la guerra totale contro Cuma. Che, infatti, nel 420 avanti Cristo, dopo tre anni di guerra, fu costretta a capitolare. La capitale che, per tre secoli, aveva dominato l’intera regione, divenne una città campana di seconda importanza. Ma il destino dei luoghi, come quello degli uomini, ha strani risvolti.
Nella metà del quarto secolo avanti Cristo, Roma annienta i sanniti e occupa Cuma. E Cuma diventa sì vassalla di Roma, ma è proprio con Roma che rifiorisce; e con Cuma rifioriscono le splendide località che la circondano.
Si trattò di un vero e proprio risorgimento. Basato, però, sulla bellezza. Dagli splendori di Cuma e dei suoi dintorni, Miseno, Baia, Bacoli, dei suoi panorami e delle sue terme s’innamorarono i romani “che contavano”: i letterati, cioè, i cortigiani e gli imperatori. Si registra, in questi dintorni di Cuma, quello che oggi definiremmo un “boom edilizio”. C’è gente che si è arricchita col commercio delle derrate, del tufo, della pozzolana, dei mattoni e del marmo; questa stessa gente ora vuole maggiormente arricchirsi costruendo ville. I clienti? Cicerone, Lucullo, Pompeo Magno, Mario, Antonio, Varrone, Silla, e perfino Giulio Cesare.
Giulio Cesare, anzi, aveva una splendida villa su quell’altura ove oggi è il castello di Baia. Arrivano poi gli imperatori a farsi qui una casa per le vacanze; una casa con porticato, terrazza e terme.
Diventato imperatore Ottaviano Augusto, è a Miseno che si insedia la flotta militare del Tirreno. A Baia, “rione” di Cuma, ogni imperatore si farà una villa. Pure Nerone che convocherà qui sua madre, Agrippina, per assassinarla. Nel periodo dell’Impero, insomma, la costa cumana è, per i ricchi, l’equivalente di quello che oggi, per molti, è la Costa Smeralda. Con un valore aggiunto, però: quello conferitole dalla presenza della Sibilla.
Il mondo classico, bisogna precisare, riconosceva una decina di sibille, vergini cioè dotate di virtù profetiche, ma la più nota e la più accreditata di esse era, appunto, quella cumana. Si chiamava Deifobe o Demofila, ed era una sacerdotessa di Apollo. Secondo la leggenda, Apollo si era innamorato di lei, e, per ingraziarsela, si era offerto di rendere tangibile qualsiasi desiderio lei avesse esternato. “Voglio vivere tanti anni quanti granellini di sabbia può contenere il mio pugno” aveva risposto la sibilla. Si era dimenticata però di chiedere anche l’eterna giovinezza, e perciò s’era ridotta stravecchia e raggrinzita. Talmente decrepita, era, che non si faceva vedere, per pudore, e bisognava accontentarsi di ascoltarne la voce.
Nella realtà dei fatti, la sibilla cumana, che effettivamente abitava un antro presso il tempio di Apollo, non era un’unica persona, bensì la sintesi segreta di un ordine sacerdotale, una successione insomma di varie sacerdotesse appartenenti a generazioni diverse, le quali nel tempo subentravano l’una all’altra, ma che la fantasia popolare aveva concentrato in una sola figura.
Proveranno più tardi, artisti vari, ad attribuirle un volto: Michelangelo, nella Cappella Sistina, la raffigurò come una vecchia ascetica; il Domenichino, nella Galleria Borghese, ci ha lasciato un’immagine della sibilla evocante quella di un’odalisca; riposante e latineggiante è invece il volto che mostra la sibilla cumana in un mosaico del duomo di Siena.
Il culto della sibilla cumana incontrò immenso favore presso i romani. E del prestigio riconosciuto alla sibilla cumana si avvalse Virgilio, nel sesto libro dell'”Eneide”, per far introdurre da lei Enea nell’Averno, cioè il regno dei morti. Fu proprio Virgilio a descrivere la dimora della sibilla cumana. “Un antro immenso che nel monte penetra. Avvi dintorno cento vie, centoporte; e cento voci n’escon insieme allor che la sibilla le sue risposte intuona”, tradusse Annibal Caro.
Diavolo di un Virgilio. Decadde, nel primo secolo dell’impero, il culto della sibilla cumana. Decadde, nel tempo, Cuma stessa che, nel 1200 era luogo abitato da ladroni, corsari e grassatori e che, nel 1207, fu totalmente distrutta dai napoletani. Ma quei versi di Virgilio, i versi del sesto libro dell'”Eneide”, continuarono a solleticare la curiosità di studiosi e di archelogi. Dov’era quella grotta delle cento porte in cui la profetessa declamava frasi ambigue?
Per lunghi secoli si cercò di individuare, a Cuma, l’antro sulla scorta dei versi di Virgilio. Nel medioevo venne scoperta una grotta presso il lago di Averno, e si gridò vittoria. Anche Petrarca e Boccaccio cedettero che fosse quella la dimora della sibilla. Ma troppi particolari erano in contrasto con la descrizione di Virgilio. Un’altra grotta, presa per buona nel Seicento da Giulio Cesare Capaccio, risultò poi essere una galleria militare che univa l’Averno a Lucrino.
Ma ecco che, a metà degli anni Venti, arriva a Cuma Amedeo Maiuri, uno dei maggiori archeologi dei nostri tempi. Sta per cadere il bimillenario virgiliano e Maiuri vuole fare il gran colpo. Abbattendo e sfabbricando, scopre anche lui una grotta, a Cuma, e dà l’annuncio all’Italia intera. “Ho scoperto il vero antro della Sibilla”. Proseguendo i lavori, Maiuri si accorge però che quella grotta non può identificarsi con il mitico antro. Ma tutto è pronto per i festeggiamenti, e non si può fare macchina indietro. Solo nel 1954, Amedeo Maiuri scoprirà quello che venne indicato come il vero antro della Sibilla. Proprio “vero”? Alcune fenditure nelle pareti fanno pensare alle “cento porte” citate da Virgilio. Ed è quanto basta per nuovi, anche se estemporanei, festeggiamenti. E per apporre targhe di marmo alle pareti.
Al di là della leggenda e al di là anche della letteratura e delle possibili “bufale”, il luogo è senza dubbio suggestivo. Alberi, arbusti, pietre; e un panorama che ha del divino. Piccole nubi di saporoso profumo percorrono l’antro e il boschetto. Dunque la Sibilla comunica col fumo, oggi? No, per fortuna. Il fumo proviene dalla casa di un contadino che, come avverte un vistoso cartello, produce “bottiglie di pomodoro”. Costui, sua moglie, figli e nipoti, sono gli unici abitanti dell’odierna Cuma. Eredi, a modo loro, della mitica Sibilla.

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