Quando a Ravello arrivò Greta Garbo

– di Maria Rispoli

A Villa Cimbrone con Leopold Stokowsky che l’aveva invitata in Costiera amalfitana, innamorato dell’attrice più giovane di 24 anni.
Lei, contraria al matrimonio, aveva interrotto a Hollywood la relazione con l’attore John Gilbert.
Disse no anche al geniale compositore di origini polacche.
Per annunciare la sua decisione apparve in abito blu, sciarpa dello stesso colore, camicia gialla e guanti neri davanti ai giornalisti di tutto il mondo convenuti nella biblioteca della villa.

La strada è in salita. Mano a mano che si avanza il rumore della costa lascia spazio al silenzio. Dall’alto lo sguardo segue la mondanità che ormeggia nel porto, i tuffi adolescenziali ed il relax sdraiato al sole.
Tutto si fa più piccolo e si perde nello smeraldo. Pian piano i tornanti salutano il mare conducendo il viaggiatore lungo un percorso fatto di rocce e di verde.
La nostalgia che accompagna l’allontanarsi dalla vanitosa Amalfi è presto cancellata dalla bellezza del paesaggio. Intorno monti, alberi, quiete coccolano lo sguardo. Accolgono ed offrono riparo dalla frenesia quotidiana. Castagni, viti, querce sono pennellate di colore che la natura ha dipinto sulle curve montuose. Intorno al VI secolo la fecondità di questa terra, ricca di acqua e di vegetazione, portò l’aristocrazia romana a rifugiarsi nei Monti Lattari per sfuggire alla furia barbarica. Nacque così Ravello. Con il passare dei secoli il destino della città si intrecciò inevitabilmente con quello della vicina Repubblica Marinara. La prosperità del Ducato approdava con navi cariche di conquiste, profumi e tentazioni orientali.
Ravello, dopo aver accolto un gruppo di nobili amalfitani ribellatisi all’autorità del doge, accrebbe la propria fortuna grazie all’abile arte di filare la lana.
Nell’avvicinarsi all’antico borgo il viaggiatore ha la storia a fargli da guida. I resti delle mura che lo circondano, le antiche dimore, il magnifico Duomo raccontano un passato fatto di voglia di indipendenza ed affermazione.

Sostenuta dai sovrani normanni, da quelli svevi ed angioini, nel 1086 la città divenne sede vescovile alle dirette dipendenze del Papa. I secoli sono cristallizzati in ogni angolo, in ogni scorcio, in ogni singolo gradino che conduce lungo le suggestive stradine. Giardini, botteghe, palazzi, case coloniche e terreni coltivati. L’atmosfera profuma di un passato fatto di aristocratici vezzi ed economiche concretezze. Ravello, adagiata sul piccolo promontorio del Cimbronium, è una donna elegante ed altera che con raffinata discrezione si affaccia dalla sua terrazza a guardare il blu del mare e del cielo. Al centro del paese la preghiera si eleva tra l’austera maestosità della basilica e lo sguardo protettivo di San Pantaleone. Il silenzio è il compagno di sempre eppure è proprio la musica a guidare. Conduce a Villa Rufolo, a pochi passi dal Duomo. La sinfonia è quella dei colori del suo splendido giardino, delle decorazioni minuziose del chiostro, del candore marmoreo delle colonne. L’emozione irrompe da ogni linea. È nota, melodia, suggestione. È l’ispirazione che anima gli spartiti di Richard Wagner. È brezza pungente che racconta viaggi di artisti, musicisti, pittori, attori ed intellettuali. Ravello si lascia guardare, si lascia scoprire. Viuzze profumate di glicini, bouganville e gelsomini, scalini, scorci che sembrano uscire fuori da una tela. E, poi, Villa Cimbrone: il sogno tra gli occhi abbagliati di sole e di pace. La dimora patrizia, appartenuta alla nobile famiglia degli Acconciajoco e, successivamente, al casato Fusco, venne realizzata sui resti di un insediamento romano spaziando lungo oltre sei ettari di giardini. La villa fu acquistata nel ‘900 da Lord Grinthorpe Ernest William Beckett. Il gentiluomo inglese, esperto viaggiatore e fine cultore dell’arte antica e moderna, affidò i lavori di ristrutturazione a Nicola Mansi, sarto ravellese trasferitosi oltremanica, dallo spiccato senso architettonico. Il desiderio era quello di rendere la villa “il luogo più bello del mondo”.

Attraversando gli immensi spazi ci si rende subito conto che il sogno di Lord Grinthorpe divenne realtà. La bellezza è ovunque. Negli archi, nei tempietti, nelle statue, nell’arcobaleno che bacia esotici petali, nella Rondinaia protesa sul mare. Lo stile mediterraneo sposa il mondo anglosassone in un’atmosfera quasi magica. Lungo i vialetti i pastelli di giovani viaggiatori tratteggiano emozioni. Il tempo è come se si fosse fermato. Punto di incontro tra gli inglesi trasferitisi in Costa d’Amalfi ed il famoso circolo londinese di Bloomsbury, Villa Cimbrone offre a chi la guarda lo stesso fascino di quell’epoca. Ed ecco allora che tra chi scrive note di viaggio sul suo taccuino pare scorgersi il profilo di DH Lawrence o quello di Forster, mentre seduti ad un tavolino i Duchi di Kent sorseggiano una tazza di thè. Più in là, dopo il viale dell’Immenso, due innamorati riempiono i loro occhi di azzurro affacciati alla terrazza dell’Infinito. Sono Greta Garbo e Leopold Stokowsky. Lo sguardo dell’attrice svedese aveva incrociato quello del geniale compositore a Hollywood, a casa della scrittrice Anita Loos. Lui l’aveva invitata a ballare. Di lì aveva avuto inizio la più bella storia d’amore vissuta dalla seducente Mata Hari. Si erano dati appuntamento, pochi mesi dopo il loro primo incontro, in Costiera Amalfitana. Giunti a Ravello, dopo una breve visita alla basilica, i due si erano addentrati tra le vie strette del paesino per raggiungere Villa Cimbrone. Lui aveva 56 anni, Greta 32. La sua infanzia senza bambole, senza giochi, la sua adolescenza da insaponatrice nei negozi di barbiere e, poi, da commessa ai grandi magazzini erano ormai un ricordo sbiadito. La scontrosa ed impacciata signorina Gustafsson aveva lasciato il posto a La Regina Cristina. Gli uomini impazzivano per lei.

Nell’immaginario di tutti era la sfinge, la grande ammaliatrice, la donna appassionata e fatale de La carne e il Diavolo. Nel tempo libero, però, era semplicemente Greta, una giovane donna dallo stile androgino ed essenziale, particolarmente schiva verso gli obiettivi. Niente drappeggi di seta, ricami o gioielli, ma giacche di taglio maschile, pantaloni, camice, cravatte. Era lo stile Garbo. La bella attrice svedese aveva ammaliato centinaia di uomini con il suo sguardo ma nessuno era riuscito a far breccia nel suo cuore e nella sua anima. Lo stesso rapporto con l’americano John Gilbert, stella del cinema muto, al quale la Garbo era sinceramente legata, si interruppe proprio nel momento in cui questi cercò di mettere la parola “per sempre” accanto alla loro liaison. La divina, infatti, era scappata dal municipio dove l’attore l’aveva condotta con uno stratagemma per sposarla. Nonostante la sua avversione per i legami duraturi, la Garbo visse una breve, ma intensissima love story con il celebre direttore d’orchestra. Durante quei giorni si fecero cullare dalle curve della costiera. Respirarono profumo di rose e di camelie. Scoprirono il fascino di Capri. Dimenticarono presto le diete hollywoodiane per assaporare i piatti preparati dalla cuoca Maria Raffaella Sorrentino, al loro servizio. Protetti dall’intimità e dal fascino della residenza di Lord Grinthorpe fecero lunghe passeggiate nei boschi. Sdraiati sui prati lessero libri con l’infinito a fare da spettatore. In quel periodo Stokowsky scrisse ad un amico di essersi innamorato “della donna che, con il suo fascino ed il suo mistero, ha soggiogato il mondo”. Si racconta che una di quelle sere il carismatico maestro porse alla divina un astuccio con un anello chiedendole la mano. Ma gli happy end spesso suonano banali, soprattutto quando a scrivere la sceneggiatura di una storia sentimentale è La tentatrice, colei che poco tempo prima aveva dichiarato:
“No, non mi sposerò mai. I film sono tutta la mia vita”.

Assaliti dalla stampa europea ed estera, fiondatasi nel tranquillo paese della Costiera appena trapelata la notizia della loro romantica fuga d’amore, Leopold e Greta indissero una conferenza stampa nella biblioteca della villa negando categoricamente qualsiasi progetto di matrimonio. Il musicista fu il primo a ricevere i giornalisti. Subito dopo, in abito blu, sciarpa dello stesso colore e camicia gialla fece il suo ingresso l’attrice. Stringendo nervosamente tra le mani i suoi guanti neri disse: ” I only want to be let alone”. L’azzurro del mare di Amalfi luccicava dalle finestre della stanza. Ci fu una pausa. Poi, aggiunse : “Il signor Stokowsky è un amico che mi ha offerto di fare un viaggio con lui per vedere alcuni dei luoghi più belli del mondo”. La coppia si dileguò. Trascorsero i giorni successivi in totale riservatezza, ma era chiaro che tra loro le cose non erano più come prima. Partirono per il Nordafrica e la Svezia, non prima di aver salutato malinconicamente Ravello. Quel paesino per quasi un mese era stato il loro rifugio, il loro amico, il complice silenzioso di un sogno di intima felicità.

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