Quando Amalfi diventa la capitale dei pigmei

– di Vito Pinto

La principessa Blanche e il duello tra Okhuata e Belebili nel chiostro medioevale. Comincia così un viaggio tra i Cento Libri di autori stranieri che il Centro di cultura e storia amalfitana offre alla curiosità di quanti vogliono ripercorrere mille anni di letteratura europea su Amalfi e la sua costa.
Resoconti e romanzi su leggende, amori, fantasmi e sortilegi.
Le suggestioni poetiche da Longfellow a Quasimodo.
La processione di Sant’Andrea descritta da Louis Golding nel 1924.
Il “day after” del 2093 immaginato da Marek Baterowicz con lo sbarco dei piccoli uomini.

«Lunedì, giorno di S. Emiliano 1090. E’ una gran fortuna, Adalberto, che a dispetto dell’usanza, mio padre ci abbia fatto imparare a leggere e scrivere. L’epoca in cui si raduneranno i grandi del paese e delle contrade vicine, in cui disporrò della mia mano e dei miei stati in favore di uno di loro, si avvicina a grandi passi. Evitai a lungo di pensarci; ma il tempo nella sua corsa crudelmente rapida vola e mi lascia già distinguere l’istante del sacrificio… è su di voi che ho diretto il mio sguardo… Il lutto per mio padre sta per finire; è quello per la mia libertà che sto per prendere».
A scrivere queste cose è Blanche, “La princesse d’Amalfi”, nell’omonimo romanzo del 1821 di Fedor Golowkin.
Inizia, così, un viaggio tra i “Cento libri” di autori stranieri che il Centro di cultura e storia amalfitana ha tolto dai suoi scaffali per mostrarli a quanti vogliono percorrere questo “labirintico giardino letterario” che si mostra in tutta la sua bellezza di autentico giacimento dell’im-maginario.
Un viaggio fantasioso che si conclude, dopo il day after, con il duello nell’antico chiostro medioevale, nel quale Okhuata e Belebili si affrontano al cospetto del Gran consiglio delle Sette Tribù Riunite, battendosi all’ultima lancia per la successione a Re Sekhu in modo da governare la Repubblica dei Pigmei, di cui Amalfi diventa la capitale.

Marek Baterowicz, nel romanzo “Il Manoscritto di Amalfi”, Cracovia 1977, immagina il mondo del 2093 il giorno dopo una guerra nucleare. Tra i sopravvissuti vi è il popolo dei pigmei che giungono ad Amalfi su una flotta di navi a vela: «I pigmei si sistemarono ad Amalfi e nei dintorni. Occuparono anche altre piccole baie e porti tra Positano, a nord, e Salerno, a sud. Amalfi divenne la capitane della “Repubblica Pigmea”, e della sua federazione di sette tribù: Akoa, Bagielli, Bewhi, Ndzem, Aka, Efe e Bashua. La tribù Akoa, guidata dal Re Sekhu, governava Amalfi. Anche il Consiglio delle sette tribù alleate si insediò ad Amalfi nella Cattedrale e precisamente nel giardino del suo cortile che era delimitato da sottili colonne bianche di stile moresco. Essi erano molto cordiali con noi, desiderando persino di farci integrare nella loro cultura, offrendoci mogli e gruppi di scimmie. Forse era proprio un segno di tolleranza una volta che ebbero capito che le conseguenze dell’olocausto nucleare erano state provocate dalla presuntuosa razza bianca.» Il viaggio letterario amalfitano di mille anni prende l’avvio nel 1093 attraverso romanzi, racconti, inevitabili amori, fantasmi e sortilegi, la religiosità popolare, le suggestioni della storia, il filtro della memoria.
«Sebbene il ‘100’ sia il numero della completezza – ricorda Dieter Richter in una nota in catalogo -la collezione non è affatto completa.
Dovrebbe cominciare con il Decamerone di Boccaccio, che con la sua novella di Landolfo Rufolo ha introdotto nella letteratura l’elogio di questa “costa sopra ‘lmare riguardante, la quale gli abitanti chiamano la Costa
d’Amalfi”».

E resistono ancora i resoconti di tutti quei viaggiatori stranieri che dal Cinquecento menzionarono Amalfi e la merlettata costiera, tenendo viva la memoria di una Repubblica marinara raccolta in un’ansa del golfo salernitano, la quale nel Medioevo, quando i grandi sovrani d’Europa siglavano i trattati con sigilli impressi dall’elsa della spada, seppe dare al mondo leggi certe per la navigazione e per i contratti di mare.
Così Amalfi vive nella memoria dei popoli d’Europa grazie alla letteratura. «La gente nativa di Ravello – ricorda Gore Vidal – rimane meravigliata quando io le dico quanto questa città sia famosa per la storia del mondo, particolarmente nella letteratura». E ancora resta viva forse grazie a tre grandi miti, come viene più volte ricordato: il miracolo di S. Andrea, il “Divo che di manna Amalfi instilla” (Torquato Tasso), l’appartenenza, più o meno leggendaria, di Flavio Gioia e la storia di Giovanna d’Aragona che fu rinchiusa nella Torre dello Ziro sovrastante i tetti di questa città di mare. A tutto questo, a partire dal ‘600, si aggiunse anche il mito del pescatore Tommaso Aniello, detto Mas’aniello, che con la sua rivolta napoletana fece tremare non solo la Corte partenopea, ma anche tutte le Corti d’Europa. E notevole fu anche la presenza dei grandi viaggiatori del Grand Tour, anche se Amalfi e la sua Costa non avevano quei richiami della classicità che tanto interessavano i figli colti della borghesia mitteleuropea. Inoltre vi è tutta quella letteratura poetica da Longfellow a Quasimodo che, di volta in volta, ha definito questa città “costa frastagliata con i suoi mille scogli” o la “casa nel giardino dei limoni”.

Di sicuro «in tutto il paesaggio -scriveva John Addington-Symonds in “Reisesskizzen aus Italien” nel 1883 – non c’è un solo punto che non sia degno di un quadro.» Qui di notte «La luna cammina tra le nuvole, traspare – riprende in “Mondnacht in Amalfi” Hermann Bessemer nel 1909. – Un dipinto! Da dipingere a puntini, un’opera fiabesca di notte e di luce».
Cento libri e mille suggestioni raccontano di personaggi storici e letterari “tra quelle case bianche, quelle torri, quei castelli, quei palazzi, quei campanili stagliantisi su quei pendii scoscesi” sì da sembrare “tante scale lanciate verso il Paradiso” (R. Peyrefitte – Du Vésuve a l’Etna).
Rimanda la memoria alla processione di S. Andrea. «Verso le sei della sera un fruscio esce dal campanile, una specie di adagio tremulo che i campanari destano nelle campane». Poi colpi sempre più forti sino a far tremare le ansole dei battagli così «la vibrazione del bronzo si estende agli altri campanili. L’aria è piena di trionfo e di allegria. Il Sant’Andrea d’argento appare sotto il portico della chiesa. La grande figura si dondola in mezzo ai ceri» (A. T’serstevens – La fête a Amalfi .-1933).

Vivono oggi, come nei secoli passati, i riti penitenziali del venerdì santo. «Apriva la processione un gruppo di incappucciati – scrive Louis Golding nel 1924. – Dietro i preti che salmodiavano. Poi, trasportato dai notabili di Amalfi vestiti con i loro migliori abiti, il catafalco dorato. Seguiva una Madonna piangente vestita di nero e oro. Ma io non potevo crederci! Non in quest’aria di primavera, con questo mare calmo che non conosceva neanche la breve morte delle maree, in questa palpitante immortalità di boschi e di giardini, con questo sole che tramontando sembrava non volesse andarsene dall’atmosfera per entrare in un filo d’erba, in un granello di sabbia, in ogni goccia del mare. Il sole non stava tramontando, se era mai sorto. Se Cristo era nato, non era mai morto. Non esisteva la morte». “Alle balaustre del lento occàso” si affacciano gli dei a rimirare notti di romantico amore o di tetri fantasmi, tra vicoli e supportici ancora vagano invisibili sortilegi e malie; antichi misteri si annidano entro mura di conventi e nobili palazzi gelosi custodi di passioni, intrighi e, a volte, morte. Ecco la conoscenza dell’immaginario amalfitano riportata su taccuini di viaggio, tele, albums, diari dei visitatori-scrittori stranieri, personaggi un po’ eccentrici, misteriosi, taciturni, appartati, ma di grande sensibilità che seppero capire e appropriarsi di quelle dimensioni di luce e di quei cangiamenti di colori che sollecitano intime emozioni e immaginifici paesaggi dell’anima tra cattedrali di roccia precipite verso il mare.

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