Quando Amalfi inventò il codice marittimo

– di Vito Pinto

Le Tavole amalfitane proposero le prime norme scritte sulla navigazione fissando tra l’altro il salario dei marinai.
I navigatori della Repubblica le portavano con sé in tutti i porti del Mediterraneo e, col tempo, furono la guida giuridica accettata da tutte le genti di mare. La città gloriosa definita da Domenico Rea “chiusa tra il segno preciso della roccia e quello duttile e mutevole dell’acqua”.
La sfida a colpi di remo della quattro Repubbliche marinare nata per iniziativa del sindaco amalfitano Francesco Amodio che trovò immediata adesione nel sindaco di Pisa Mirro Chiaverini.

Se può essere difficile parlare di Amalfi perché si è già scritto tanto, e forse tutto, può essere nel contempo facile se solo si osserva quanto, tra dedali di vicoli e avvolgenti scalinate, si conserva di mito, leggenda storia e storie di mare e di terra, amore e amori, intrighi politici, scaltrezza, sagacia, intelligenza di dominare con il commercio più che con le armi, di imporsi come faro tra le barbarie del medioevo. “Domina il mare e sarai ricca; serbati libera e diventerai grande” dice una leggenda riferita alla ninfa Amalfia.
Si guarda questa città così chiusa “tra il segno preciso della roccia e quello duttile e mutevole dell’acqua” come ebbe a scrivere Domenico Rea, e si scoprono agili campanili tra il verde dei macèri, case bianche ad archi, strette insieme come a volersi ancora difendere dagli attacchi di Saraceni, e antichi opifici dove si produce, ancora oggi, quella soffice carta a mano chiamata “bambagina”. E quando il sole scivola dietro Capo di Conca e i limoni su per i macèri e lo smeraldo luccichio del mare perdono la loro solarità, allora uno dei quattro armi delle Antiche Repubbliche Marinare, al limitar del porto e di fronte all’anfiteatro della città, alzerà al cielo i suoi otto remi in segno di vittoria, dopo l’affanno della regata che per la 53ª volta vede insieme Amalfi, Genova, Pisa e Venezia in una rievocazione di antichi fasti marinari.
Una edizione straordinaria che quest’anno ancor più ha il sapore della rievocazione, per la concomitanza dell’ottavo centenario della traslazione del corpo di S. Andrea Apostolo dalla chiesa di Costantinopoli in questa di Amalfi.

Era il 10 dicembre 1966 quando nella sala comunale “Domenico Morelli” di Palazzo San Benedetto della piccola città marinara del Sud, i quattro sindaci di allora siglavano l’atto costitutivo dell’Ente Regata delle quattro antiche Repubbliche Marinare. Il progetto era nato per volontà dell’allora sindaco di Amalfi, Francesco Amodio, che trovò immediata, entusiastica adesione in quello di Pisa, Mirro Chiaverini. L’anno successivo, il 9 giugno 1956, sulla “Riva dei Giardini reali” di Venezia, venivano varati i quattro galeoni sotto la benedizione dell’allora Patriarca Angelo Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII.
Una manifestazione nata non con l’intento di festeggiare vittorie sui saraceni o fondazioni di nuovi fondachi in oltremare, non per accogliere un console o un navarco vincitore, bensì solo per rievocare fasti e rinverdire la memoria storica di quattro città nel contempo alleate e nemiche.
Una cosa, però, distingue Amalfi dalle altre città e non certo per essere stata la prima a far solcare i mari dalle sue navi con il cavallo alato a polena e la bandiera con la croce “irsuta d’otto punte” (D’Annunzio), né per aver dato i natali a fra Gerardo Sasso, fondatore dell’Ordine ospedaliero dei Cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme, divenuto poi Sovrano Militare Ordine di Malta, né tantomeno per essere la patria di Flavio Gioia, inventore della bussola.
La gloria perenne di questa città di mare è nei Capitula et ordinationes Curiae maritimae nobilis civitatis Amalphae, meglio conosciuti come Tabula Amalphae, sospesa avanti al Palazzo di Governo, perché tutti ne potessero avere conoscenza.
Ma perché l’esigenza di quelle norme? Gli amalfitani erano viaggiatori, navigatori e incontravano in ogni dove uomini regolati da leggi non scritte della civiltà barbarica, dell’anarchia medioevale. Ovunque vi era l’accavallamento dei domini e delle invasioni, in Irpinia dominavano le ribollenti signorie longobarde, in Puglia vi erano le capitanie bizantine, e all’orizzonte già si profilavano gli ultimi domini normanni conquistati a taglio di spada.

“L’Europa era ancora tutta un grande accampamento di barbari” scriveva Giovanni Ansaldo ricordando la piccola Repubblica Marinara di Amalfi. I capi delle nuove nazioni erano appena discesi da cavallo e piantato la lancia lì dove i loro discendenti avrebbero costruito Versailles e Vienna. Nel nord Europa vigevano ancora leggi visigote e burgondiche, ogni ansa del Reno era presidiata dal castello del signorepredone dei passanti. Sui fiumi francesi le regole erano ancora quelle dei “Franchi capelluti”.
In tutto questo gli amalfitana navigatori capirono quanto fosse importante avere un codice certo. Così diedero incarico ai loro scriba di fissare con rigorosa cura, secondo logica e consuetudine i rapporti giuridici circa le navi che viaggiavano ad usum de Riviera civitatis. Lì dove l’albinaggio era una prerogativa regale, gli amalfitani stabilivano con cura il salario del marinaio; quando i grandi sovrani d’Europa siglavano i trattati di pace e tracciavano confini territoriali con grandi segni di croce, avendo difficoltà anche a scrivere i caratteri del loro nome, gli uomini di Amalfi si facevano contrassegnare dai loro balivi le copie autentiche delle loro Tabulae per portarle con le navi nei porti, nei fondaci del Mediterraneo. Seguirle da parte delle varie genti di mare fu una testimonianza di civiltà e di buon ordine.
Le Tabulae sono l’esempio del passaggio dall’ultimo latino al primo volgare, ma sono anche la nascita della società moderna con le sue esigenze di libertà individuali, la libera contrattazione, la tendenza all’espansione capitalistica, la concezione del diritto scritto, certo e preciso. Nel libro degli ospiti di quello che fu l’Hotel Cappuccini, l’industriale filantropo Andrew Carnegie nel scriveva nel 1894: “Vi è una sola ragione perché Amalfi non possa chiamarsi prima: essa sta da sé, sola, inarrivabile”.

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