Quando andavamo a Capri a fare il giro dei locali

– di Salvatore Argenziano

Una notte nell’isola alla scoperta del “by night”. I divi salivano in portantina per raggiungere il “Pipistrello”. Una puntata al “Tabù”. Erano gli anni di Rossellini e della Bergman, di Rita
Hayworth e Ali Khan, di Greta Garbo che prendeva in affitto una casa ad Anacapri. Dal “Cagliostro” al “Gatto Bianco”, ma l’obiettivo
era il “Number Two”. Roberto Murolo cantava al “Tragara Club”.
Un po’ di riposo sul fondo di una barca sulla spiaggia di Marina Piccola prima del ritorno.

L’appuntamento era alla fermata del 55 a Capotorre, dopo pranzo. Prendevamo il tram di fronte al Caffè Palumbo per la nostra spedizione a Capri. Giggino ci andava quasi ogni sabato pomeriggio per sentire la musica al “Number Two” e negli altri locali di Capri; lui era suonatore di batteria, la musica e la pallacanestro erano gli unici suoi interessi, finito il lavoro di orefice.
Fu la prima volta che restai a Capri di notte e l’idea di fare l’alba girando per locali notturni e dormire in una barca sulla spiaggia mi affascinava. Avevo l’abbigliamento adatto alla circostanza: pantaloni di jeans, mocassini leggeri, di quelli senza la suola, camicia azzurra di popeline, con le maniche lunghe rimboccate, e un pullover pesante di lambswool per la notte all’aperto. Era già quasi estate e il maglione serviva, tenuto sulle spalle a sera, come usavano quelli che l’hanno di cachemire.

A Napoli prendemmo il traghetto e dopo circa due ore di traversata fummo a Marina Grande. Era ancora presto e decidemmo di salire alla Piazzetta a piedi, invece che con la funicolare, per non assottigliare subito le nostre magre finanze. Mangiammo la pizza in un posto dove Giggino era di casa e poi incominciammo il nostro tour caprese. Dalla Piazzetta a Punta Tragara e al Castello in attesa che i primi suoni venissero fuori dai locali della Capribainait. Era l’ora di cena e nei ristoranti non mancava la pusteggia caprese, un cantante chitarrista che allietava i clienti.
Quella della pusteggia a Capri era una delle tante diversità di stile musicale tra l’isola e Napoli. Non il solito “complessino”, chitarra, violino, mandolino e cantante, che girava tra i tavoli, con una certa invadenza, esibendo alla fine il piattino per le offerte. A Capri era musica di sottofondo. A volte il solista cantante chitarrista sedeva all’ingresso, quasi simbolo della discrezione del locale. A Capri anche la pusteggia era by night. Per il turista novello, un accordo di chitarra, una melodia napoletana proveniente da una stradina laterale servivano da richiamo, come la frasca che le cantine ponevano all’ingresso.

In una stradina laterale facemmo capannello intorno ad un chitarrista che stava cantando la lunga battaglia sottomarina del Guarracino.
Ma eravamo a Capri per un’altra musica.
Iniziammo con una visita al “Pipistrello”, il locale per divi sulla salita del Castello. Provenienti dalla Piazzetta i vip si lasciavano trasportare lassù, comodamente seduti in una portantina barocca. Provvedevano al trasporto quattro robusti giovanotti, opportunamente abbigliati con costumi marinareschi locali per la gioia delle signore che si sentivano matrone romane, nel guazzabuglio scenografico etnico-barocco. E andare su con personaggi della stazza di re Faruk o di Orson Welles non era fatica da poco.
E poi di nuovo scendemmo per una puntata al “Tabù”, il night all’interno dell’hotel Gaudeamus in via Le Botteghe. I tavolini del Gran Caffè Vuotto sulla Piazzetta erano tutti occupati. Le stradine rigurgitavano di turisti e molti erano gli stranieri. Quasi scomparsi quei militari di tutte le razze che nell’immediato dopoguerra avevano fatto di Capri la meta per la baldoria nel week-end. Dopo meno di sette anni dallo sbarco degli Alleati, settembre 1943, l’invasione di una “dolce vita” ante litteram era già in atto. Non più artisti e regnanti, esuli politici e ricchi industriali europei, ballerini e scrittori, quelli che nell’Ottocento e all’inizio del Novecento scoprirono Capri e ne fecero un’isola di riservatezza privata.

Ora c’era tanta vistosa mondanità e stravaganti Foffi, Bubi e Mary. I divi internazionali si concedevano sempre una vacanza a Capri. Erano gli anni di Rossellini e la Bergman, di Rita Hayworth e Ali Khan, di Maria Montez in luna di miele, di Faruk e Narriman, di Greta Garbo in affitto ad Anacapri, di Jean Paul Sartre che preferiva l’uomo di Capri a quello di Saint Germain des Prés, dell’eccentrica Novella Parigini che faceva scandalo e del Congresso internazionale di scapoli e zitelle. Erano anche gli anni di Curzio Malaparte, Amedeo Maiuri, Pablo Neruda e Norman Douglas. Ma questi costituivano l’aspetto intellettuale di Capri e non appartenevano alla fauna turistica.
Finalmente si fece notte e la musica proruppe dai locali per le strade, avvolte nel silenzio e prive di traffico, lentamente percorse nella nostra peregrinazione. Entrammo alla spicciolata qua e là facendo il giro dei locali, muro muro, evitando i camerieri che ci avrebbero sollecitati a consumare. Tavoli liberi non ce ne erano e in qualche locale si poteva restare anche per una buona mezz’ora, come clienti in attesa del posto. Riprendemmo il giro verso il “Cagliostro” e il “Gatto Bianco” in via Vittorio Emanuele; all’hotel “La Palma” cantava Ettore Lombardi D’Aquino. Scendemmo al “Quisisana” dove potemmo restare un po’ più a lungo perché l’ampia sala era sempre affollata e, girando da una colonna all’altra, non c’era il rischio di essere notati.

Ma la musica per la quale eravamo venuti era quella del “Number Two”, di fronte al “Quisisana”. Il locale era piccolissimo, fumoso e affollatissimo. Una vera “cave” parigina. Si scendeva giù da una scaletta gremita. Facemmo fatica ad entrare ma si restava nascosti tra tanta gente. Quella sera c’era anche un cantante francesetunisino dalla voce roca. Aveva suonato con Edith Piaf al “Moulin Rouge” e vestiva con stravaganza femminea di artista. Parigi era sbarcata a Capri e l’esistenzialismo, da corrente di pensiero, diventava a Capri “modus vivendi” e moda. Pantaloni attillati su tacchi a spillo e capelli corti alla garçon per le donne. Gli uomini d’affari si svestivano di giacca e cravatta, codice dello status sociale, e indossavano camicie multicolori e bianchi pantaloni per mimetizzarsi nella fauna vacanziera locale.
Uscimmo a prendere aria per non essere troppo visibili all’interno. Una scarpinata fino al “Tragara Club” ad ascoltare Roberto Murolo. Erano gli anni di Nun me scetà, Scalinatella e ‘O Ciucciariello, ma anche le barcarole di Murolo non erano le musiche per le quali eravamo a Capri. Restammo solo per poco e poi di nuovo una calata al “Number Two”.

Era già quasi l’alba quando la gente si diradava e non era più facile confondersi con la folla. Smettemmo di girare e ci avviammo verso Marina Piccola alla ricerca di una barca in secca sulla spiaggia nella quale dormire o di una sdraio alla “Canzone del Mare”.
La nostra notte brava era finita. Dopo qualche ora di sonno umido, con le ossa rotte, prendemmo la strada per la Certosa, silenziosa e solitaria a quell’ora mattutina, per una rinfrescata alla fontanella nel chiostro. Avremmo potuto restare a Capri per un bagno, ma optammo per i nostri scogli della Scarpetta a Torre del Greco. Prendemmo il caffè e la brioche nella Piazzetta e giù di corsa verso Marina Grande per l’imbarco.
Dai vaporetti sbarcavano folle di turisti domenicali.

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