Quando Augusto Weber arrivò a remi da Napoli a Capri

– di Giuseppe Aprea

Il trucco con cui l’aspirante pittore tedesco sposò una ragazza isolana e la pazza idea di costruire una pensioncina in alto su Marina Piccola che allora si chiamava Marina di Mulo ed era un lembo di ciottoli e di sabbia bianca, meta di pittori, con il casotto del doganiere, ruderi di guerra, una piccola casa, le reti stese dai pescatori e quelle issate dai cacciatori per imprigionare le quaglie di passaggio. L’arrivo da Boston di Lucy Flannigan con tele e pennelli e di Mabel Hill dalla Nuova Zelanda carica di cavalletti che imparò l’italiano dalla maestra Miradois.

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200906-12-2mA Carole e Donald Mason.
Fu presto chiaro a tutti che la pensioncina che quel matto di Augusto Weber aveva costruito, due passi più in alto della spiaggia della piccola marina dell’isola, sarebbe stata qualcosa di molto simile alla balena di Pinocchio, che accoglieva materna uomini, cose e burattini disobbedienti. I pochi dubbi residui scomparvero di colpo, appena alla porta della pensione si affacciarono a chiedere asilo il cappello di paglia a falde larghe di Lucy Flannigan e la sua scatola di colori ad acquerello. Ma questo avvenne quando il secolo diciannovesimo se ne stava già andando per i fatti suoi, non riuscendo a capire che lingua parlasse il futuro. E invece la nostra storia comincia molto prima.

Diciamo allora prima di ogni altra cosa che nessun altro se non Weber avrebbe potuto costruirla, quella Strandpension (così la chiamava lui ch’era tedesco di Monaco), forse neppure concepirla. E questo non perché in quanto bavarese egli avesse doti particolari – che so, uno spiccato senso degli affari o uno speciale talento nell’arte muraria no, questo no. Semplicemente perché quella piccola marina di Capri, prima che lui vi posasse il piede, dopo un po’ vi trovasse l’amore della sua vita e in seguito vi tirasse su il primo nucleo di quella casetta bianca in riva al mare che sarebbe diventata appunto la Strandpension Weber, non c’era ancora. O meglio, per esistere esisteva: intorno al 1880, quando lui ci era arrivato con la barchetta a remi con cui era partito da Marechiaro (!), quella marina era un lembo di ciottoli e di sabbia bianca come i fiori di asfodelo che spuntavano qua e là, interrotta di tanto in tanto da qualche masso grande più o meno come quelli che Polifemo pazzo di dolore gettò ad Ulisse. In un certo punto della spiaggia, proprio accanto ad un arco di roccia, si vedeva una lingua di scoglio lunga lunga, correva sulle acque fin verso l’orizzonte. Quasi che la terra volesse indicare il suo prosieguo al di là del mare. Una lingua piatta e dura come il granito, che nessun’onda di mare, dai tempi dei tempi, era mai riuscita a spezzare, ma soltanto a scalfire: sopra di essa i pescatori stendevano ad asciugare le reti e i cacciatori tendevano invece in alto le loro per catturare le quaglie. Quando esse, con le ali stanche per il lungo volo, venivano ad animare a stormi i cieli dell’isola.

La piccola marina dell’isola era tutta lì. Se a quanto appena descritto aggiungiamo il casotto del doganiere, che come uno spaventapasseri in un campo di grano era lì a far paura (ma non troppa) ai contrabbandieri di sale; se, un po’ più in là sull’arenile, ci immaginiamo tirati in secco due vecchi gozzi e, ancor più su verso l’interno, una casuccia che ad imbiancarla tutta ci bastava un’ora sola del mattino, la marina era veramente tutta lì, credetemi. Racchiusa in un breve battito di palpebre. Ivi compresi, qua e là, i pochi e scalcinati ruderi di un passato d’armi e d’armati che mal s’addicevano al presente, ch’era tutto fatto di fatica silenziosa. Nel tempo di cui parliamo quel luogo, che tutti chiamavano la Marina di Mulo, era uno come tanti nell’isola: per quelli che ci abitavano, che erano pochissimi e vivevano di quel che capitava, non possedeva assolutamente nulla che potesse in qualche modo renderlo speciale. Tantomeno il nome – Mulo che con i muli non aveva nulla a che vedere, non essendocene, in paese, che pochi esemplari, e pure avanti di età. E malgrado in passato qualche viaggiatore, venuto in cerca delle ultime discendenti delle sirene, caudate seduttrici di Odisseo, avesse spiegato l’origine del nome con la presenza nel luogo dei resti di un porto romano – mulum, appunto agli isolani quel posto non interessava più di tanto, se non forse per la pesca, che invero vi era fruttuosa. E per le quaglie, s’intende, che due volte l’anno vi convenivano per riposare per un pò e invece vi si fermavano loro malgrado per il resto della vita, imprigionate nelle reti parate dai cacciatori. Che erano poi spesso donne e bambini.

C’è solo da aggiungere, per essere onesti fino in fondo, che quella stessa marina, con i due scoglioloni a punta di pennello a chiuderla a ponente, attirava da qualche decina d’anni in là un cospicuo numero di pittori, oltre che di quaglie. Ma mentre queste ultime erano assai saporite da sgranocchiare e altrettanto redditizie da vendere al mercato di Sorrento, i pittori, come si diceva in paese, erano scogli che non facevano patelle … A dirla veramente per intero, era stato proprio questo, in fondo, il motivo per cui il nostro Weber, che a Capri c’era venuto pure lui equipaggiato di tutto punto per imparare la professione di pittore, aveva impiegato degli anni per convincere Raffaele Desiderio e sua moglie Maria Catuogno, ch’erano appunto due dei pochi abitanti della contrada di Mulo, a dargli in moglie la figlia Raffaellina. E malgrado avesse tentato e ritentato, alla fine, nel 1893, la sua innamorata se l’era dovuta sposare di nascosto dai suoi ma, con un colpo di genio tutto italico, aveva fatto celebrare il matrimonio a don Vincenzino, il fratello sacerdote della sposina. Cosicché, dopo un po’, com’era facilmente prevedibile, la famiglia era tornata unita più di prima.
Insieme alla pace era tornata anche la voglia di credere ai sogni. Per avverarne almeno uno dei suoi, Augusto Weber aveva riposto i pennelli ed i pochi quadri eseguiti e aveva imbracciato badile e piccone, scommettendo con il mondo intero che quella piccola marina che a lui aveva preso il cuore, il cuore l’avrebbe portato via anche a tanti altri ancora.
Come? A sentir lui sarebbe bastato il canto della risacca di una sola notte di luna piena per far innamorar chiunque…

Fu questo il motivo per cui quando la Lucy Flannigan di cui parlavamo arrivò a Capri in cerca di una balena di buon cuore da cui farsi adottare, lui – quel matto di un tedesco – la sua pensioncina in riva al mare l’aveva bell’e finita di costruire e anzi filava ch’era un piacere, con la clientela che di anno in anno diventava sempre più affezionata e soprattutto internazionale.
Del resto nell’isola l’italiano ormai era la lingua meno parlata, perché un gran numero di viaggiatori colti e poliglotti, anche se per lo più tedeschi, affollavano i locali che andavano per la maggiore: il Caffè del Gatto Hiddigeigei, soprattutto, ma anche le cantine o le osterie come Settanni e Savoia, sparse su e giù per il paese. Al caffè di Carmela, in fondo alla via di Tragara, seduti alla meglio intorno a tavoli quadrati, si affidava la notte al buon vino di casa, e intanto ci si lasciava andare all’allegria di una bruschetta di grano profumata d’aglio, d’olio e d’alici del golfo. Di tanto in tanto, se si era fortunati, si poteva veder ballare il tarascone dall’altra Carmela, la Bella di Tiberio che faceva innamorare di sé i principi ed i re.

Lucy Agnes Flannigan, che sotto le falde del cappello di paglia nascondeva due occhi di un verde irlandese perduti in un mare di efelidi, veniva da Boston e a quel punto della sua vita aveva una sola certezza: che indietro non aveva alcuna intenzione di ritornare. Difatti, una volta varcato il portone della Pensione Weber, lei non chiese una camera, se la prese come se le spettasse da sempre e avesse attraversato l’Atlantico solo per riscuotere quanto le si doveva. Subito la riempì di tele e di colori, di libri e di pensieri che sol’essa conosceva e sol’essa conobbe nei trenta anni che seguirono quel giorno del ’94 in cui arrivò. Tutti quelli che vennero lei li visse lì nella sua Marina di Mulo, non allontanandosene che per brevi viaggi ma non concedendo mai soverchia confidenza ad alcuno. Unici amici fedeli le furono i suoi pennelli, con i quali acquerellò, accendendolo di porpora, di giallo e di cremisi il mare, i pergolati e gli scorci dell’isola che la ispirarono. A proposito: quei colori – tanto per dir qualcosa sui rapporti che miss Flannigan aveva instaurato con il suo “padrone di casa” don Augusto – ufficialmente lei li comprava da Trama, nella discesa che dalla piazza portava all’albergo Quisisana. Ma forse sarebbe più esatto dire che li “prendeva”, in quanto il più delle volte era proprio il buon Weber a comprarglieli ed a fargliene omaggio.

In cambio lei gli regalava qualche acquerello e, forse per non apparire troppo sfacciata soprattutto nei confronti di donna Raffaelina, che aveva i suoi tre pargoli da tirare su, di tanto in tanto gli passava il ricavato delle lezioni di pittura che impartiva a Carol Mother, una ragazza americana appassionata d’arte che viveva con la madre appunto al Quisisana. Un bel giorno – colpa del destino dispettoso o del solito mare di tramontana – nella bocca spalancata della balena bianca di Weber s’infilò un libro aperto un po’ oltre la metà e, saldamente attaccata ad esso mediante una mano, la sua legittima proprietaria nonché lettrice.
Quel giorno era il secondo del mese di agosto del 1931 e quel libro era l’Ulisse di Joyce. La mano che lo stringeva apparteneva invece ad una distinta signora di mezza età che veniva dalla città di Auckland, in Nuova Zelanda. Una terra allora così lontana e poco conosciuta, che nell’isola nemmeno il podestà Dusmet, che si diceva che Mussolini in persona avesse scelto per governare “l’isola che non si scorda mai”, avrebbe saputo dire con certezza dove si trovasse…

La donna che aveva scelto James Joyce come compagno di viaggio si chiamava Mabel Hill e, oltre che con il libro, a Capri era venuta con il più maneggevole dei suoi cavalletti. Perché lei era una pittrice e vedere da vicino le cose più belle dell’universo erano il suo più grande desiderio, da quando aveva perso il suo John. E quel che accadde in seguito, cioè che Mabel e Lucy diventassero amiche per la pelle, non può, a questo punto, stupire più di tanto nessuno. I lunghi mesi fino al marzo dell’anno successivo, fin quando cioè mrs Hill non decise di volarsene via di nuovo, furono mesi veramente pieni di poesia per tutte e due le nostre donne, perché l’acquerello sa riempire di una gioia primitiva e forte chi sa amarlo senza riserve. E l’isola, in quel tempo fortunato, ancora si dava con tutta la sua passione a chi appena le sussurrasse all’orecchio un verso d’amore.

Mabel dipingeva con fervore nella luce del mattino, arrampicata su di un sentiero o semplicemente affacciata al meraviglioso terrazzo della pensione e di sera annotava nel suo diario: “Surroundings like Heaven. Think I’m going to be very happy”. Nei pomeriggi studiava l’italiano con la maestra Miradois che arrivava, sempre trafelata e in ritardo, dalla sua casa dall’altra parte della baia, in un posto che si chiamava (e si chiama) Pizzolungo. Al tramonto, invece, leggeva un po’ del Vestal Fire di Compton Mackenzie o di qualcun altro dei libri presi in prestito da Giulia, la figlia del principe Caracciolo di Leporano, artista e giocatore senza più il becco di un quattrino, che viveva dei piccolissimi proventi della sua biblioteca circolante. La sera Mabel la trascorreva di solito con Lucy, nello studio privato che Weber le aveva messo su in una dépendance della pensione oppure, tutte le volte che arrivava, gradito, un invito per il dinner, nel giardino di Villa Quattro Venti, a La Torina. Quella era la bellissima casa di Anita, moglie del pittore americano Elihu Vedder, uno dei luoghi, insieme alla Villa Narcissus dell’altro pittore Coleman, in cui spesso la comunità di lingua inglese dell’isola usava riunirsi.

Dall’alto, la Marina di Mulo era ancora più minuscola di quel che era e quando il mare era in tempesta, e ruggiva furibondo dibattendosi prigioniero tra la punta di Mulo ed il Faraglione Scopolo, sembrava che potesse fare un sol boccone di quella marinella, solo che l’avesse voluto.
Per un po’ andò così. Da una parte c’era Lucy, che il giorno dopo che un masso franato le aveva fracassato il cavalletto, lungo via Krupp, era stata capace di ritornare sul posto a terminare il quadro con un cavalletto nuovo. E dall’altra Mabel, che una volta passeggiando con Raffaella Weber era riuscita ad imbattersi nel più stretto tra i vicoli di Capri in Maud Sherwood, amica acquerellista dei tempi della scuola a Wellington che non vedeva da trent’anni.
E subito dopo, in rapida successione, ad organizzare con lei una gita artistica ai Faraglioni e a distruggere seduta stante i disegni eseguiti sul posto. Perché? Semplicemente perché brutti assai …
Ecco, per un po’ andò così. Augusto Weber, nel frattempo, aveva chiuso la sua serena parentesi terrena, complimentandosi un’ultima volta con sé stesso per quell’ardore giovanile con cui aveva spinto sui remi della sua barchetta da Napoli a Capri, tanti anni prima. Poi aveva pensato alla sua successione, lasciando in eredità a tutti una serie di “weberpensieri” incisi su tavolette di cemento e murati qua e là per il paese. In una comunicava a tutti una sua scelta dal sapore lievemente autarchico: “Porto scarpe di cuoio finché muoio”. Per comporne un’altra inventò invece la cosiddetta rima “latente”: esempio, “Malvasia? Amen!”, nel senso che Amen si traduce “così sia”…

La mattina del 2 marzo 1932 Mabel Hill risalì sul vaporetto Principessa Mafalda portandosi dietro un esercito di pensieri dai colori sfumati come le nuvole di primavera.
Mescolati però con i mille riflessi dei suoi acquerelli capresi e nascosti tra le spine dei fichidindia, nelle sporte del fruttivendolo di via Tiberio, in mezzo alle barche della spiaggia delle Sirene ed alle mille infinitesimali particelle del sogno appena vissuto. Di cui Lucy Flannigan e la sua treccia rossiccia avrebbero fatto pienamente parte per l’eternità.
Miss Flannigan, dal canto suo, tenne la scena da sola ancora per un poco, allontanandosi dal palcoscenico a modo suo e a tempo debito, essendo lei l’unica regista di sé stessa. In un pomeriggio come tanti del ’34 ritornò a Capri da uno dei suoi rari viaggi. Solo che, chiusa com’era in una piccola urna funeraria stretta nelle mani di un pietoso amico, non poté godere della luce rosata di quel tramonto. Che lei, non foss’altro che per fare un dispetto al destino, avrebbe senz’altro dipinto di un viola ribelle, magari spruzzato di giallo…

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2 commenti su “Quando Augusto Weber arrivò a remi da Napoli a Capri

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