Quando i casali punteggiavano la piana di Sorrento

– di Riccardo Iaccarino

Il censimento in epoca vicereale ne segnalava ventidue ed erano settanta in tutta la penisola. Fusi con l’abitato di Piano hanno perso la loro identità. La documentazione più antica risale ai secoli X e XII. Le zone collinari, caratterizzate da boschi e cespugli della flora mediterranea, venivano messe a coltura grazie alla presenza di acque sorgive. Un mondo scomparso per la profonda trasformazione del territorio.

La piana situata ad occidente della città di Sorrento, racchiusa da un semicerchio collinare affacciato sul mare, presenta nel suo aspetto attuale una densità abitativa tale da rendere difficoltoso ad un primo sguardo la restituzione dei primitivi nuclei insediativi.
L’ingente attività edilizia degli ultimi quarant’anni del secolo scorso, unitamente ad una profonda trasformazione della rete viaria, ha stravolto quasi completamente il tradizionale ed antico modello tipico del territorio: il casale. In questa zona peninsulare la morfologia ha permesso una maggiore concentrazione di questi piccoli agglomerati di abitazioni rispetto al resto della penisola sorrentina; già in epoca vicereale ne erano censiti 22 rispetto ai complessivi 70 ed erano distribuiti su una superficie corrispondente ad un quinto dell’intero territorio.

Tale dislocazione ha provocato, nell’ambito delle recente dinamica evolutiva del territorio, la perdita del concetto di questo modello che ha caratterizzato profondamente l’animo della popolazione per molti secoli. Oggi infatti i casali del Piano risultano fusi nell’abitato di Piano di Sorrento che è gergalmente identificato come Carotto e solo in quello della marina di Cassano è ancora avvertibile una sua antica e propria identità.
Questi piccoli agglomerati, sparsi sulle alture circostanti la zona pianeggiante, pur mantenendo una struttura formale abbastanza aderente a quello che era il loro aspetto originario fra il XVIII e il XIX secolo, hanno ormai perduto le loro caratteristiche e solo sporadicamente mantengono le attività produttive (colture fruttifere, allevamento, produzione casearia, ecc.) che un tempo li caratterizzavano. La documentazione più antica risale a pochi documenti privati dei secoli X e XII, ma ricostruire il loro sviluppo è reso arduo dal fatto che, anche fin dall’epoca normanna, l’area della “planities” era accorpata a quella di Massa Lubrense costituendo un’unica entità sottoposta all’autorità di Sorrento.

In un documento dell’epoca è riportato che nell’anno 938 un certo Gregorio, figlio del fu milite Giovanni, dona all’abate del monastero di Sant’Angelo le case, le terre e gli orti di sua proprietà posti all’interno e all’esterno dei casali di Massa e, per la prima volta, viene adoperato il nome di casale riferendosi ad un agglomerato di case strettamente connesso alle terre coltivate che le circondano. Tutta la zona è infatti descritta nel documento con campis, silvis, montis collis, pascuis, cesenis, castenis, quercetis, cultum vel incultum cum arvoribus fructiferis et infructiferis. Questo ci permette anche di avere un’idea di come dovesse apparire il paesaggio in quell’epoca: le zone collinari erano caratterizzate da boschi e cespugli tipici della flora mediterranea, ma alcune di esse venivano messe a coltura grazie alla presenza di acque sorgive (colli di Fontanelle) e collegate al Piano mediante piccole strade disseminate di pietre calcaree a cui rimandano toponimi come Petrulo.

Per i successivi due secoli si registra una totale assenza di fonti documentarie mentre quelle del XIII riflettono una situazione che non sembra presentare una definizione certa di nuclei abitati. Viene spesso usata, per i contratti di permuta di appezzamenti messi a coltura, la definizione generica di “locus” dove probabilmente esistevano degli agglomerati di case come quello di loco Iummella (Iommella) e loco Pontemaiore (Ponte Maggiore) dell’anno 1218.
Notizie molto frammentarie attestano l’esistenza nella seconda metà del XIII secolo dei casali di Carotto, SS. Giovanni e Paolo, Cassano e, nell’area collinare a partire dal secolo successivo, quelli di Mortola (Mortora), Pontemaggiore e Cermenna, oltre ai piccoli nuclei abitativi che erano presenti a S. Agostino (presso il ponte Trarivi) ed a S. Ligorio (S. Liborio).

La necessità di garantire agli abitanti dei casali la partecipazione alla liturgia e di disporre di un centro di aggregazione e di mutuo soccorso diede vita negli insediamenti più antichi all’istituzione di spaurite (confraternite) col consenso del nobile che deteneva la proprietà delle terre. La prima documentata è quella di S. Maria del Lauro (Sancta Maria de Auro) consacrata dall’arcivescovo sorrentino Alferio nell’anno 1206, a cui successivamente si affiancarono quelle dei SS. Prisco ed Agnello e di S. Maria di Galatea, che divennero ben presto parrocchie per consentire la celebrazione eucaristica e la liturgia dei defunti.
Gli abitanti dei casali erano costituiti da un numero ristretto di nuclei familiari (ancora nel XVII secolo i registri parrocchiali ne segnalano in media quattro o cinque per ciascuno di essi), ma naturalmente si trattava di famiglie molto numerose tanto che frequentemente una coppia aveva nipoti mentre allevava e metteva al mondo gli ultimi figli.

La principale occupazione degli abitanti della “planities” era la coltivazione della terra e l’allevamento, attività favorite dall’abbondanza di acqua che caratterizza il territorio.
Già in epoca romana infatti l’approvvigionamento idrico di Sorrento era affidato quasi interamente all’acquedotto che attingeva alle sorgenti presenti nella zona collinare a sud-est della Piana.
La struttura abitativa in forma sparsa favoriva la suddivisione in piccoli appezzamenti di terreno e le aree coltivate erano recintate e suddivise tra vari proprietari. La maggior parte di essi aveva una forma regolare e i confini erano segnati da pietre definite “termini finales” che poggiavano su altre situate sotto terra chiamate “figliole” e la cui estirpazione era punita con un’ammenda di dodici tarì con l’obbligo di ripristinarle.

La medesima funzione poteva anche essere svolta da alberi (spesso castagni detti “profilia” per i quali era previsto l’obbligo di tagliare i rami e distribuirli ai vicini come legna da ardere) e quando il confine si trovava in prossimità della casa doveva essere contrassegnato da una siepe alta non più di tre palmi e mezzo. Anche le vie private all’interno delle proprietà erano oggetto di regole: dovevano infatti essere larghe quattro o sei palmi in relazione alla loro ubicazione. Nelle zone pedemontane è registrata la presenza di castagneti e del bosco a selva, alternati a terreni non sempre lavorati definiti “campesa et nemorata”. Con tutta probabilità una certa porzione di territorio era lasciata incolta per essere destinata alla caccia soprattutto nelle aree collinari, ed alcuni toponimi come “cuonti” (l’cuont’ = Colli di Fontanelle e Colli di San Pietro) derivano da particolari trappole che servivano per catturare le quaglie e altri uccelli di passo.
I rapporti fra vicini, nonostante le misure adottate, non dovevano essere facili: più di una rubrica delle consuetudini sorrentine, emanate nel 1306 da Carlo II d’Angiò, riguardano infatti la regolamentazione dei rapporti fra affittuari di terreni limitrofi.

Dal punto di vista tipologico la coltura più frequente era la vite arbustata a cui spesso si aggiungevano piante da frutto, secondo una disposizione ancora oggi in uso: in alto le viti, disposte a festone e rette da pali di castagno o appoggiate e sostegni vivi, e più in basso gli alberi da frutta sotto i quali venivano frequentemente seminate leguminose (come fave, ceci e lupini) e le piante a fogli a come i cavoli la cui raccolta era sempre consentita.
I rapporti fra proprietari e contadini erano stabiliti da contratti di fitto della durata di alcuni anni o da altri che potevano variare fra i tre e i cinque, il cui usufrutto era costituito da un pagamento in natura: tre quinti del vino prodotto, metà della frutta e degli altri prodotti coltivati. Un’altra tipologia di contratto prevedeva la possibilità per l’affittuario di ricavare un reddito dalla produzione per propria utilità e qualche volta il proprietario partecipava alle spese di coltivazione prestando del denaro che il contadino doveva restituire. Gli abitanti dei casali spesso si dedicavano all’allevamento ed alcune clausole che erano riferite a vacche, asini e maiali prevedevano la consegna al proprietario di un nuovo nato all’anno.

Dal 1384 era praticata la lavorazione della seta e per questo motivo non mancavano le botteghe dei sarti. La documentata presenza di fabbri lascia intuire che esistessero costruzioni non imponenti ma che richiedevano comunque una certa competenza come anche quella di persone che investivano nel commercio via mare.
Sostanzialmente alla fine del Medioevo la società del Piano risulta essere articolata in diverse classi: gli agricoltori cui si aggiungono quella degli artigiani e quella dei commercianti.
Dal punto di vista urbanistico, in questo periodo e nel secolo successivo, i casali aumentano di numero in tutta la penisola mantenendo comunque una distribuzione sparsa senza alcun processo di accentramento. Vengono edificati anche nuovi edifici di culto di una certa rilevanza come la chiesa della SS. Trinità poco a monte del casale S.Agostino.

A cavallo fra il XVI e il XVII secolo sorgono nell’area di Carotto due monasteri: il conservatorio di S. Maria della Misericordia, adiacente alla chiesa di S. Michele, fondato nel 1592 e quello dei Carmelitani, lungo la strada per Mortora, con l’annessa chiesa intitolata ai SS. Giuseppe e Teresa (1633).
La tipologia edilizia delle unità abitative continua ad essere a corte: l’accesso dalla strada è spesso costituito da un portale a pieno centro che immette in uno spazio aperto collegato ai terreni coltivati e attorno al quale si distribuiscono gli spazi abitativi e produttivi. Solitamente questi ultimi sono a piano terra e comprendono sia locali per il deposito dei materiali agricoli ed il fieno che la cucina; da tale piano terra, mediante scale scoperte, si accede ai ballatoi che immettono nelle stanze utilizzate per dormire.
Nel 1656 la peste si diffuse a Napoli e provincia falcidiandone la popolazione, e anche in Penisola le vittime furono circa il 5% della popolazione, mentre a Sorrento la percentuale fu doppia.
Con l’istituzione del regno francese sotto Giuseppe Bonaparte il territorio della “planities” vide riconosciuta la sua indipendenza e l’8 gennaio 1808 veniva creato il municipio di Piano di Sorrento, diviso in cinque terzieri: Meta, Carotto, S. Agostino, Angora e Maiano.

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