Quando i ragazzi di Ischia andavano a caccia col tiramolla

– di Ciro Cenatiempo

I racconti di Ferdinando Amato, un lupo di mare oggi in pensione.
Le esche di una volta. Negli orci di terracotta smaltata, gli uccelli venivano conservati sotto sale, preziose riserve di proteine per i mesi di carenza.
La nonna che spellava gli uccelletti seduta sul seggiolone di vimini. Oggi un transito considerevole e un bracconaggio malinteso.
Un popolo di cacciatori che non sa rispettare le regole che si è date.
La strage del coniglio selvatico.

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200507-11-2mD’inverno, a Ischia, mi lascio trasportare dai racconti di Ferdinando Amato, un lupo di mare alto e atletico, oggi in pensione e dalle infinite vocazioni terricole. Con bella scrittura li ha anche fissati sulle pagine del quotidiano insulare “Il Golfo”.
“Da ragazzi – racconta Ferdinando – ci dedicavamo alla ricerca e alla conservazione delle esche necessarie per la cattura degli uccelli con le ‘trappulelle’. C’erano i ‘caruli’, piccoli animaletti simili ai lombrichi, che vivono nella cenere di legno e paglia, abituali ospiti delle nostre fornaci di terrecotte sulla Pagoda, che è il versante orientale del porto d’Ischia. Cercavamo le coppie adulte per metterle a proliferare al coperto, nei vasi chiamati ‘cufenature’ colmi di crusca e cenere di legno. Oppure andavamo alla ricerca di larve di maggiolino, zappando sulla sabbia del promontorio di Punta Molino. O nei grassi terreni pianeggianti concimati con letame naturale, tolto dalle lettiere di cavalli e altri animali, nutrimento molto gradito dai maggiolini e dai grillotalpa. Ogni appassionato di caccia se ne procurava a migliaia, alimentandoli adeguatamente, gelosamente custoditi in larghi tini di legno fino al momento del loro uso”.
Pratiche come giaculatorie. I concimi chimici hanno fatto sparire gli insetti che vivevano sopra e sotto il terreno. “E non ci vengano a dire che sono i cacciatori la causa della distruzione delle rondini” protestano in molti.
“Nei giorni di transito favorevole – continua a raccontare Ferdinando – la casa di mia nonna diventava una vera azienda conserviera di pregiata cacciagione. La ricordo seduta sul suo seggiolone di vimini col buco al centro intenta a spennare e a sviscerare gli uccelli per intere giornate. Le sue dita si ustionavano per l’eccessivo strofinio su penne e pelli d’uccelli. I suoi numerosi figli, maschi e femmine, riuscivano a catturarne oltre duecento nei giorni di transito buono e, dopo averli puliti e sistemati con manciate di sale tra una fila e l’altra negli appositi orci di terracotta smaltata, diventavano preziose riserve di proteine per i mesi di carenza, assieme ai funghi secchi e sott’olio, ai fichi secchi e alle varie marmellate. Ricordo ancora quando mia madre scartocciava l’involtino ricevuto dalla nonna, la sera precedente, contenente una ventina di quegli uccelletti sotto sale che dovevano servire alla preparazione del sugo per i maccheroni di mezzogiorno oppure per la frittata d’uova che veniva imbottita con gli uccelletti spezzettati, cime di asparagi selvatici raccolti nei boschi e profumata con erbe aromatiche coltivate nell’orto”.
Ferdinando Amato è un narratore affascinante e il bicchiere di vino che beviamo insieme crea una gioiosa intimità. Ha tanto da raccontare, Ferdinando, di quand’era ragazzo e con la banda dei suoi coetanei andava a fare scorribande nelle selve, tutti armati di fionde ad elastico, il “tiramolla”.
“Era composto da una forcina a forma di V, di legno liscio ricavato dai rami di oleandro, di due elastici larghi due centimetri e lunghi trenta che intagliavamo da un tubolare in disuso, e poi da una pezzuola di cuoio a forma ovoidale prelevata da una vecchia tomaia di scarpe e che faceva da contenitore dei pallini di piombo o dei piccoli sassi di ghiaia marina che usavamo come proiettili”.
Questo era il “tiramolla” nel racconto di Ferdinando Amato. Ed era un'”arma” che i ragazzi portavano sempre con loro, persino a scuola. “Durante l’ora di ricreazione inseguivamo uccelletti tra gli alberi della pineta, cercando di eludere la sorveglianza dell’insegnante che spesso faceva finta di non vederci, ma, una volta tornati in classe, ci perquisiva e ci sequestrava armi e prede”.
L’amarcord di Ferdinando ha qualcosa di sentimentale, di rusticità buonista. Il “tiramolla” era un’arma sentimentale, ma c’erano anche i fucili e, in primavera, i ragazzi si dedicavano, oltre che alla preparazione degli attrezzi per la caccia e la pesca, alla ricarica delle cartucce da sparo.
Oggi Ischia ha ceduto il passo alle aberrazioni di un bracconaggio malinteso come “full immersion” nella natura boscosa, proiezione diretta di una silvanità secolare senza leggi scritte. Un fenomeno indotto dall’abbondanza in volo di passeri, fringuelli, storni, merli, pettirossi, rondoni, succiacapre, upupe, ghiandaie marine, cuculi e barbagianni, nibbi e falchi, gheppi, tortore, colombacci, beccacce e quaglie, aironi cinerini, cicogne e tarabusi. E, terra terra, conigli.
Spari e spari, prima dell’alba e non solo, tra appostamenti in zone assolutamente impervie, in barca, nella macchia, senza tempo e con tutti i tempi. Riti consolidati, una cultura radicata, combattuta tra l’estetica del gran colpo e della grande caccia, tuttora certificata dall’imbalsamazione dei trofei, e l’esagerazione tecnologica dei richiami elettronici, delle reti, delle pratiche più cruente. E’ come se i seguaci di Diana avessero smarrito di colpo l’etica nascosta (c’era?) del loro innato naturalismo.
Ma qui si sconfina nell’evoluzione rapidissima, negli effetti della velocità travolgente nel passaggio da un’economia di sussistenza ad una diffusa microimprenditorialità turistica che continua ad ignorare i valori aggiunti del territorio. Il folto popolo dei cacciatori, organizzato in associazioni influenti, ha inciso anche sulla vita amministrativa dell’isola, ma non sempre ha saputo governare le regole che pure ha tentato di darsi, spesso scartando un necessario impegno per la tutela ambientale. Consapevolezza che solo oggi comincia a farsi notare pur con non poche contraddizioni, quali il decisivo rifiuto all’istituzione dell’area protetta del Monte Epomeo.
C’è un esempio paradossale.
Riguarda le alterne vicende del coniglio selvatico. Falcidiato dalle epidemie, fu reintrodotto a scopo venatorio nel 1954 per iniziativa della sezione ischitana della Federcaccia provinciale, per poi essere cacciato intensamente con i fucili, le tagliole, i furetti, senza soluzione di continuità. Abitudini tuttora immutate, anche se molto meno diffuse.

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Un commento su “Quando i ragazzi di Ischia andavano a caccia col tiramolla

  1. Oggi ai ragazzini imsegnano a diventare vegani gli si insegnano i videogiochi e gli si insegna a come diventare grandissimi frocioni!

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