Quando il Giglio lanciò la sfida a Capri

– di Giuseppe Ulivi

L’idea di Guido Guarda di un Premio per la Tv per pubblicizzare l’isola toscana. L’adesione di giornalisti e critici tra i quali Carlo Bo, Enrico Emanuelli, Achille Campanile, Enzo Biagi, Luigi Chiarini. Così, nel 1959, nacque il Premio Guglielmo Marconi. L’evento valse l’attenzione dei “media” e il Giglio cominciò ad avere la sua notorietà.
Il racconto del sindaco del tempo.

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200508-13-3mCapri era il faro. Piccole lucciole le altre isole. Quasi ignote. La vita era dura, agra come avrebbe detto Luciano Bianciardi. Nella mia isola, il Giglio, appena accettabile perché una miniera portava nella metà delle case uno stipendio. E quando gli anziani disposero che io scendessi nell’agone come sindaco, perché ero giovane e avevo studiato, spendemmo energie a non finire per recuperare qualche dignità alla vita. Per assicurare l’acqua nelle case, ad esempio, e dalle case l’uscita di depositi indiscreti.
Alla radio e alla TV non si parlava che di Capri, delle congiure sentimentali che lì si tramavano, di ricchezze smarrite, di fatuità ingenerose, di mode irridenti i severi costumi degli isolani.
La mazzata finale al Giglio giunse nella seconda metà degli anni ’50 con la dismissione della miniera. Fu la diaspora. Se ne andarono chi in Lombardia, chi nelle Marche o in Piemonte. Magari – come se non ne avessero a sufficienza – in altre miniere della Maremma. E i vigneti, che prima coprivano l’isola di verde, non c’erano più. La macchia si era allargata e appariva più scura a fronte delle larghe chiazze gialle di inutili stoppie.
A Roma, sulle pendici di Montemario, nel salotto buono di una giornalista tedesca, Blida Heinold von Graefe, saltò fuori l’idea di contrapporsi a Capri. Assurdo. Inimmaginabile. Chiacchierando con un critico ed esperto di TV delle mie angosce e delle mie difficoltà a trovare una via d’uscita per rilanciare l’isola, egli mi prese di petto: “Ma perché non istituite un premio?”
“Un premio? Per chi, per che cosa?”
“Un premio per la TV”, disse.
“Ma se l’Italia è piena di premi per la TV, cosa mai possiamo inventare al Giglio? E poi il premio magico è quello di Capri: il Premio Italia. E noi poi non abbiamo né strumenti né soldi per farlo.”
“Sì” disse il mio interlocutore “è vero, ma il glorioso Premio Italia è autoreferenziale.”
Non mi disse proprio questa parola, ché non era in voga a quei tempi: voleva dirmi che era nato e gestito dalla Rai, sin dal 1948, come premio internazionale radiofonico per premiare anche le proprie opere.
“Al Giglio – continuò – potrebbe nascere un premio alternativo, come dire, non conformista, proposto e deliberato da una giuria indipendente, senza condizionamenti.”
“Proviamoci”, dissi.
Guido Guarda, il mio interlocutore, ed io, ognuno per la propria parte, ci mettemmo a lavorare. Da alcuni critici televisivi, primo firmatario, insieme a Guarda, che lo aveva ideato, Enzo Biagi, allora ad “Epoca”, fu sottoscritto “un manifesto” per promuovere la nascita di un Premio riservato rigorosamente ad un genere di produzione rispondente al più autentico linguaggio dello spettacolo televisivo.
Fu chiesto alla marchesa Cristina ed alla figlia Elettra il permesso, accordato, di intitolare il premio a Guglielmo Marconi, tanto più che correva in quell’anno il 50° anniversario della concessione del Nobel allo scienziato italiano.
Il Consiglio comunale approvò l’iniziativa. I finanziamenti furono generosamente disposti dall’Ept e dalla Provincia di Grosseto.
E venne settembre: 12, 13 settembre 1959. Il 12 sera, in anteprima conviviale, c’eravamo un po’ tutti. C’era la giuria: il presidente Achille Campanile, Carlo Bo, Enzo Biagi, Luigi Chiarini e Guido Guarda in veste di commissario e segretario generale del Premio. Erano giunti al Giglio con la piccola motonave “Aegilium”. Aspettavamo Enrico Emanuelli, il grande giornalista, ma non c’erano altre corse della nave.
Ci servirono la cena. Poi arrivò anche Emanuelli, spiaggiato da una barca proprio di fronte all’albergo. Durante la cena, io timidissimo di fronte a loro, parlammo soprattutto del Giglio, della sua gente, gente di mare e di terra, rudi tutti, rudi e generosi.
In altri tavoli, giornalisti e critici televisivi. Tinin Mantegazza aveva allestito una “microtelemostra” con tante sue vignette. Me ne regalò una: un bambino seduto sul vasetto intento a guardare la cascata di “Intervallo”, lo stacco tra due programmi TV.
La giuria si ritirò per esaminare ancora le precedenti considerazioni. E continuò il giorno dopo a Giglio Porto, mentre le strade brulicavano di ospiti, giornalisti, gente di TV, attori e registi. Gente mai vista così da vicino. Ornella Vanoni non si vide fino a sera: s’era fatta portare direttamente all’Hermitage, un albergo nato da poco sugli scogli a poca distanza da Giglio Porto. Vi si accedeva con la barca.
Nel pomeriggio, tra la curiosità e lo stupore della gente, un elicottero atterrò sul molo. La prima parte del programma prevedeva il sorteggio di un “Cinghiale d’oro”, fra i Centri TV. Nell’urna erano racchiusi trenta foglietti. Caterina, la moglie del sindaco, un po’ emozionata, venne invitata ad estrarne uno. Scattarono i flash, ronzarono le camere di ripresa dei cinegiornali e del telegiornale. Sul foglietto estratto spiccava l’antico stemma del Comune del Giglio e la scritta “Monte Serra”, il Centro trasmettitore TV in provincia di Pisa a quota 917. All’attrice José Greci venne consegnato il “Cinghiale d’oro”: un po’ commossa, un po’ spaurita salì sull’elicottero che si librò nell’aria, sostò un po’ in segno di saluto e si diresse a Monte Serra per portare l’omaggio a quegli eremiti in camice bianco.
L’attesa del verdetto, intanto, incuriosiva i giornalisti consapevoli di una sorpresa che forse avrebbe suscitato polemiche. Un premio impopolare. Un premio senza divi. Si fece sera. Tra una sfilata di alta moda e le canzoni di Ornella Vanoni, bella e aggressiva, vestita di nero, Achille Campanile lesse il verbale della giuria. Si capì subito: “…….in base alla esplicita formulazione del regolamento etc. etc…. la giuria si è trovata di fronte ad un limitato gruppo di
trasmissioni….”.
Altre considerazioni, poi il verdetto: “…fra queste trasmissioni – lesse il presidente Achille Campanile – è sembrato alla giuria che una si distinguesse per l’intelligenza e la sensibilità con cui viene trattata una materia che sembrerebbe a tutta prima offrire scarse possibilità al mezzo televisivo. Questa trasmissione si è affermata attraverso una esperienza di cinque anni presso un pubblico vastissimo, proprio per l’eccellente uso delle qualità espressive della TV. Pertanto la giuria ha deciso di assegnare il Premio nazionale Guglielmo Marconi della Televisione, edizione del 1959, dotato di un milione di lire e di un “Cinghiale d’oro”, alla signorina Jole Giannini, autrice e interprete della rubrica di lezioni di lingua inglese “Passaporto”.
Ci furono polemiche e consensi, naturalmente. Un premio impopolare e senza divi. L’Eco della Stampa di Umberto e Ignazio Frugiuele ci trasmise una valanga di articoli su giornali italiani, tutte le testate comprese quelle politiche, ma anche stranieri, tedeschi in particolare. Niente male.
Un grande successo. Ora parleranno tutti del Giglio e la gente verrà a vederla o a villeggiare, dicemmo. Ora Giglio ha il suo premio. Come Capri, il faro delle isole.

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