Quando il mare bagnava Portici

– di Pietro Gargano

Il cristallo blu delle acque si è trasformato in un liquido oleoso
Gli stabilimenti balneari dell’epoca bella e un fiume segreto.
Il pesce ricchione.
L’Epitaffio ammonitore.
Un tempo era regno mirabile di polpi leggendari.
Le apparizioni di Ninì Moroni, crocerossina di guerra e sirena attempata.
L’aquila reale che, nel 1952, venne a conoscere l’omonimo simbolo della città.
Il fantasma del cacciatore alla Torre della Bagnara. La prima ferrovia d’Italia e le vasche della Reggia dove i Borbone si inventavano pescatori.

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200407-10-3mIl mare non bagna più Portici. Non lo bagna più da quando il cemento ha sbarrato le traiettorie del sole, da quando gli scarichi dei condomini hanno trasformato il cristallo blu in liquido oleoso.
Un attentato alla natura e alla bellezza, perché il mare di Portici fu celebre in tutta Europa per la sua trasparenza pescosa. Cefali, triglie, polpi leggendari. Si pescavano sulle secche del Granatello dette “bocche grassolle” che i baroni avevano riservate a se stessi con un’esclusiva pomposamente chiamata jus prohibendi. Lo stesso nome della zona del porto era un guizzo di poesia: Granatello, dalle perdute distese di melograni: ‘e granate.
La stagione dei bagni cominciava a marzo, per noi ragazzi appassionati di strummoli, di mazze e piveze, di figurelle e di altri passatempi semplici. A svegliarci, lungo le vie di Bellavista, provvedeva Carmeniello, un tipo stralunato, alto e magro, vestito di stracci e però di incedere elegante.
Urlava: “‘A morte trica e pure vene, fetié: magnateve ‘e miliune”. Un contestatore fuori tempo, nemico della molto presunta ricchezza degli abitanti di quella zona, quartiere alto solo perché in salita. Carmeniello fece una brutta fine, schiacciato da un camion contro un muro all’uscita dell’ autostrada.
Il costume sotto il pantalone, l’asciugamano sotto il braccio e si andava all’Aurora, al Lido Dorato, al Select, al Rex, al Bagno Arturo assai vicino alle cave spicconate un tempo dagli ergastolani del Borbone. Un cagnolino che si dissetava beato in una pozza sulla spiaggia di Arturo ci fece scoprire che sotto la sabbia, nella pancia di Portici, scorreva l’ultimo rivolo di un fiume spuntato dalle parti del vulcano. Lo chiamavano Drago.
Le discese a mare erano punteggiate di giardini odorosi, in alcuni spiccavano fiere code di pavoni. A marzo le cabine erano solo scheletri di legno.
Il primo bagno di prima primavera per molti era una specie di lavaggio, giacché non tutte le case avevano la vasca e la doccia era attrezzo sconosciuto. Correvamo alla spiaggia nera di lava, ancora una volta con la speranza di essere i primi della stagione. E invece lei era lì, la macchia bianca della cuffia in mezzo alle piccole onde, dove si aprivano i bracci della scogliera: lei, Ninì Moroni, fascistona, ex crocerossina di guerra fatta in prima linea sotto il fuoco.
Ci tuffavamo nell’acqua gelida da spaccarti il fiato nuotando da forsennati nell’illusione di riscaldarci. Ogni tanto alzavamo lo sguardo, invano confidando nell’abbandono di Ninì. Invece era sempre l’ultima a risalire la riva, sgocciolante, le gambe segnate dalle schegge delle cannonate. Non si asciugava neppure, neppure se soffiava la tramontana.
Avvolti negli asciugamani, a denti battenti, narravamo, rimbalzandoceli, i racconti dei nonni nelle sere d’inverno attorno al braciere odoroso di scorze d’arancio gettate nella brace. Erano storie antiche di mare, mare porticese, quello che, se magari c’è ancora, non lo respiri comunque più.
Maremoti alla vigilia dell’anno Mille, quando il mondo doveva finire in vortici d’acqua e lampi di fuoco, e invece decise di uccidersi al rallentatore. Balene venute a morire sul nostro bagnasciuga. Mostri marini lucidi e neri apparsi dopo l’eruzione terribile del 1631, una decina; fecero ribollire le acque già ribollenti finché non si arenarono.
Il Vesuvio lo trattavamo con rispetto e confidenza e infatti “Mannaggia ‘a montagna” – mai chiamarlo direttamente per nome – era bestemmia innocente e diffusa. Quanti di noi sapevano un filo di latino, traducevano ai compagni meno acculturati la lapide detta Epitaffio in corso Garibaldi, messa lì dal viceré proprio dopo le sette colate del 1631, a monito eterno.
E’ il primo manifesto di protezione civile del mondo e dice più o meno: se il vulcano s’infuria, non perdere tempo a salvare i tuoi beni e scappa quanto più lontano puoi.
Sotto l’epitaffio stazionavano le carrozzelle che portavano le famiglie alla spiaggia, una volta venuta davvero la bella stagione. Il cocchiere della mia famiglia si chiamava Baldassarre; mi consentiva di sedere a cassetta, m’insegnò a stimolare lo stanco cavallo con uno schiocco di lingua.
Mia madre era docente all’Agraria e di scienze esatte si intendeva. Ma non lei, bensì un suo collega disinibito mi confidò la storia del pesce ermafrodita qui studiato nel 1725 dal francese Pejssonel. Scienticamente era “serranus cabrilla”, lo chiamarono “sciarrano porticese”. Lo svelai ai compagni di lido e ogni volta che un pesciolino guizzava tra le loro gambe saliva il grido: “Guagliù, ccà sta ‘o pesce ricchione”.
Mare magico, quello che non c’è più. Nel 1708 una tromba d’aria se n’invaghì al punto da succhiargli l’anima di pesci e sassi; li risputò sul centro abitato e questa pioggia di cefali e sbaraglioni impressionò la gente più di un diluvio. Mare magico. Davanti al Bagno della Regina – magnifico anfiteatro sotto Villa d’Elbeuf, oggi fatto di pietre marcite – nel 1769 spuntò un’enorme piovra, dai tentacoli lunghi oltre quattro metri. Dopo animosa lotta la arpionarono, giacché i pescatori porticesi conoscevano l’ardimento.
Villa d’Elbeuf. La storia dell’archeologia moderna nacque qui ai primi del Settecento, grazie all’omonimo principe di Lorena che la fondò. Scavando un pozzo, estrasse le prime meraviglie dell’antica Ercolano. I pezzi più rari li donò o li vendette ai sovrani europei: i marmi più pregiati li regalò alla chiesa del suo lontano paese natale.
Proprio qui, giacché gli animali sanno riconoscere lo splendore, l’8 novembre 1952 venne a posarsi un’aquila reale ferita. Facemmo in tempo a vederla da vicino, richiamati dai suoi incerti ma maestosi voli a spirale. Conosceva la storia? Il simbolo di Portici è infatti un’aquila, l’emblema di Quinto Ponzio Aquila potente romano venuto a svernare in questa landa un tempo felice, in una villa mai ritrovata, forse giacente sotto i palazzoni di via Libertà. E mai è stato ritrovato il mitico passaggio segreto sotto terra che univa Villa d’Elbeuf alla Reggia di Portici e si stendeva fino a quella di Napoli.
Il 13 giugno il bagno era più breve perché urgeva correre alla festa di Sant’Antonio in piazza San Pasquale al Granatello. Su un carrettino a rotelle, un carrocciuolo tirato per la funicella, avanzava ‘o ciuccio ‘e fuoco, un asino di cartapesta che dalle orecchie, dalla bocca e dalle narici sparava petardi, castagnole, bengala. La folla si apriva al suo passaggio, fingendosi spaventata. Il ciuccio l’inventò padre Salvatore Iovino, frate misericordioso e borbonico inguaribile. Era l’ideale prosecuzione della corsa dei cavalli berberi, quasi un palio di Siena, che si era tenuta a Portici, dalla Riccia alla Reggia, per decenni ed era stata abolita dai Savoia.
Uno sfilatino lo mangiavamo con mani salate nel bar all’ angolo della stazione della prima ferrovia d’Italia, dove nel 1839 arrivò il treno partito da Napoli in un tripudio di bandiere. Sotto la pensilina, altro primato porticese, si stabilì fin dall’inizio il primo fast food d’Italia: una cucina per rifocillare i passeggeri in sosta, aperta da Molisano, un reduce delle battaglie di Murat.
Alla Torre della Bagnara andavamo di sera, sperando di vedere il fantasma del cacciatore e del suo cane, forse l’anima vagante dell’ammiraglio Caracciolo impiccato da Nelson nel 1799, venuto qui a chiedere vanamente soccorso all’amica duchessa di Bagnara. O di vedere la barca nel mare nero con quattro ceri accesi a forma di croce. Non vedemmo mai niente. Né mai vedemmo il munaciello ospite fisso del palazzo di piazza San Ciro accanto alla Comuna Vecchia dove morì la porticese donn’Anna Carafa, viceregina e costruttrice della villa di Posillipo mai completata.
Macchie d’ombra, quando la calura infocava, andavamo a cercarle nel bosco di sotto, uno dei due parchi della Reggia fondata dal re Carlo. Nelle vasche in mezzo agli alberi, le peschiere, nell’acqua pompata direttamente dal mare, un tempo gettavano una miriade di pesci del Granatello affinché l’amo del sovrano non potesse proprio sbagliare la mira. Nel parco superiore, chiuso al pubblico, saltando un muro andavamo a giocare al pallone nel campo della pallacorda, dove il re lazzarone si concedeva scherzi grossolani. Nella casetta-spogliatoio si rifugiarono sotto un acquazzone Ferdinando e i cortigiani, sbarrando per gioco la porta all’abate Ferdinando Galiani. Quando tornò il sereno e il re uscì, il beffardo e bagnato Galiani lo accolse dicendo: “Nell’arca di Noé vennero ammesse solo le bestie”.
L’estate passava in un amen. Ma un filone per concedersi qualche altro bagno nel mare cristallino di Portici dovevi pur farlo. A ottobre inoltrato correvamo alla spiaggia nera di lava sperando di essere gli ultimi. E invece Ninì, inossidabile signorina di età, era lì in mezzo alle scogliere. Il movimento fluttuante della sua cuffia bianca sembrava uno sberleffo.

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2 commenti su “Quando il mare bagnava Portici

  1. Bellissima pagina di storia e di ricordi a cui vorrei aggiungere il mio ricordo di bambina, quando negli anni 50/60 ancora la mia famiglia frequentava Portici ed i suoi stabilimenti balneari. Il mio ricordo e’ legato all’ingresso ed alla discesa del lido Dorato. Nella mente e nel cuore ho il profumo della splendida vegetazione ai lati della discesa ed il mare luccicante che si intravedeva da lontano, il tipico rumoreggiare dei nostri zoccoli di legno,costruiti su misura dai calzolai rionali che ci permettevano di scegliere colore della fascia ed altezza dello zoccolo, il profumo del mare misto a quello dell’Ambra Solare, unica crema allora conosciuta e usata per abbronzarsi più rapidamente. Un tuffo nel passato fra i ricordi più nelli.

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