Quando il sindaco di Capri era Edwin Cerio

– di Gino Verbena

Era nato nell’isola e si laureò in Germania lavorando nei cantieri Krupp. Narratore, umorista, naturalista, conoscitore di sei lingue. Varò il primo regolamento edilizio nel rispetto del paesaggio caprese.
Abitava a Caprile dove aveva realizzato una villa graziosa e confortevole, “Il Rosaio”, che ospitò scrittori, poeti e musicisti. Realizzò un laboratorio di tessitura per una produzione originale isolana. La notevole produzione letteraria e il successo di “Aria di Capri”. Intestata alla sua memoria la nuova piazza di Anacapri.

In occasione del Cinquantenario della morte di Edwin Cerio (24 gennaio 1960), il caprese più rappresentativo che l’isola abbia mai avuto, l’amministrazione comunale di Anacapri gli ha intestato la nuova piazza davanti all’ex Hotel Paradiso. Difficile dire quale sia l’aspetto predominante della personalità di Edwin Cerio, giacché fu narratore, umorista, naturalista, politico molto attento alle problematiche urbanistiche, conoscitore di ben sei lingue.
Nacque a Capri nel 1875. Suo padre, Ignazio, era ufficiale sanitario, notissimo per i suoi studi e le sue raccolte naturalistiche di reperti. Laureatosi in ingegneria navale si trasferì in Germania a lavorare nei Cantieri Krupp, come tecnico di fiducia del ricco industriale tedesco molto amico della sua famiglia, specializzandosi in progetti e costruzioni di navi da guerra e di sommergibili, brevettando speciali dispositivi per sottomarini, come il sistema di annebbiamento artificiale a scopo protettivo.
Agli inizi degli anni Venti, disponendo ormai di un discreto capitale (fino al crac della Banca Astarita dove lo aveva depositato) tornò a Capri e trovò l’humus più favorevole al suo modus vivendi e alle proprie esigenze spirituali. Vi si stabilì definitivamente dedicandosi alle attività letteraria, politica e professionale d’ingegnere edile “operando – come dice l’avvocato, poi commissario prefettizio dell’isola, Giuseppe Brindisi nell’opera Cerio, uomo di Capri – una scelta esistenziale la quale egli poi riporterà, sotto forma di racconto e in termini fantastici, anche nel romanzo L’Approdo”.

Il coraggio di cambiare rotta alla sua navicella fu evidenziato anche da Anna Arcucci quando, nel 1977, sostenne la tesi di laurea sulla narrativa ceriana focalizzandone le diverse tematiche. “Una vita sbagliata o non adatta a noi va abbandonata prima che questa scelta errata faccia di noi uomini insoddisfatti e che ogni nostro entusiasmo, ogni nostro slancio vitale si spenga così, in questo tedium vitae”.
Diventava, in breve arco di tempo, un punto di riferimento per quanti volevano entrare in osmosi con la cultura caprese e che, quindi, con lui si confrontavano cercandone l’amicizia e i preziosi suggerimenti.
Si rifugiò sulla verde e silenziosa collina di Anacapri, a Caprile, dove realizzò Il Rosaio. In questa villa graziosa e confortevole scrisse il già ricordato lavoro letterario L’Approdo, una delle prime testimonianze delle sue qualità di scrittore alla ricerca del limite tra la saggezza e la follia; e realizzò un laboratorio di tessitura a mano, La Tessitrice dell’isola, dove si doveva “creare e non copiare, inventare e non ripetere”. Nel rifugio di Caprile, che lui definì il Nuovo Parnaso, passarono, o l’abitarono, per lavorarvi, noti scrittori, poeti e musicisti. Tra i suoi numerosi lavori letterari si ricordano, nel filone della narrativa, Zucchero e Amore, Conserve e affini, Il miracolo del baccalà, Manicomio tascabile, Il caso della signorina Springfield.
Il meglio della sua produzione letteraria è Aria di Capri che ne consacrò le virtù umoristiche. La satira forbita, a volte grottesca, venata di reminiscenze classiche, è sempre elegante, mai volgare. I capitoli riguardano illustri stranieri di passaggio per Capri e isolani. L’isola è angusta, ma al centro del mondo; per cui ogni pietra che racconta la sua storia riceve immediato ascolto; e, parimenti, anche i suoi abitatori, occasionali o stabili, diventano tasselli indispensabili dell’umano mosaico: addirittura veri e propri miti. Così c’è Ciacione, piccolo nume dell’arte pirotecnica, proiezione, su piccolo schermo, di quel Vulcano che opera nell’Olimpo. La popolazione, in occasione delle feste patronali aspettava con ansia febbrile le sue esibizioni con la sparatoria finale.

In egual misura, il pescatore Spadaio è sbattuto in cartolina (unitamente alla sua inseparabile pipa e al caratteristico costume) come i Faraglioni e la Grotta Azzurra. Per non parlare degli artisti stranieri deragliati da remoti lidi sullo scoglio tirrenico per non partirsene più. La loro folta barba, l’espressione mistica, i lunghi e fluttuanti vestimenti li rendono Cristi novelli venuti a dirozzare gli indigeni e redimere, con la propria saggezza, i peccatori. “Spesso non si riesce a dire se fa sul serio o se scherza, se è un cinico o un sentimentale, se è un umorista o un cogitabondo dei più tristi problemi”, diceva il suo amico Brindisi. Nel 1934, Edwin Cerio pubblica Capri nel Seicento. Illustrando una ricca messe di documenti d’archivio, fa toccar con mano le vicende dei governatori, della variopinta popolazione d’allora, dei vescovi, la caccia delle quaglie e via dicendo.
Nel 1949 fondò il Centro Caprense di Vita e Studi Ignazio Cerio, con il concorso di Mabel Norman Cerio, la moglie del fratello Giorgio. Giungeva, indi, il momento di un’altra sua importante opera, L’ora di Capri, del 1950, di ben 460 pagine, rassegna di numerosi stranieri passati per Capri, quasi maschere di un teatro solo in apparenza grottesco, descritti con una prosa briosa che appassiona e non stanca. Inizia da Tiberio per finire agli anni Cinquanta del secolo scorso. Pertanto troviamo personaggi della penetrazione francese, quelli seriosi e riservati della colonia inglese, quelli più chiassosi ed esibizionisti della Tedescheria mediterranea. Tanti di loro, come Oscar Wilde, Norman Douglas, il barone Jacques Adelswaerd de Fersen, i pittori Charlie Coleman, Elihu Vedder, Augusto Weber poi albergatore e poeta ambulante, Axel Munthe medico di corte in Svezia e poi, ad Anacapri, la regina Vittoria – tanto per citare qualcuno del vasto campionario umano – sono stati fissati, come su tele d’autore, dall’abile mano di chi usava colori vivaci e tratti incisivi.

Memorabili le stoccate inferte all’autore del Libro di San Michele, fortunato nell’avere avuti consensi internazionali per una storia romanzata e, nel contempo, grande esibizionista e raccoglitore di reperti spesso fasulli. Gaspare Casella, editore e amico di Edwin, così lo definisce: “Il Sire di Capri, il personaggio numero uno dell’Isola, l’uomo che faceva gli onori di Capri a tutti coloro che li meritavano”. Giovanni Ansaldo, alla morte di Cerio, avvenuta nel gennaio 1960, scriveva: “Infaticabile, smanioso di vivere, Cerio fu consapevole che ‘stare al mondo’ non è solo vivere, ma dare un senso alla propria vita, con il lavoro e con l’impegno”. Nel 1952 aveva sposato Claretta Wiedermann, giovane e bellissima, che gli rese felice l’ultima parte della sua esistenza allietata da una splendida bambina alla quale fu dato il nome di Silvia. Claretta ritiratasi ad Ambra, in Toscana, è autrice (buon sangue non mente) di squisiti racconti nei quali fissa i ricordi capresi e le belle giornate trascorse con il marito.
A Capri Cerio fu eletto sindaco il 28 ottobre 1920; e la sua amministrazione, attiva e feconda, durò fino al 1923, anno delle sue dimissioni. Era tornato nel luogo natio qualche anno prima, a 45 anni. Il primo conflitto mondiale era finito da poco lasciando l’Italia in rovine; e anche l’isola aveva bisogno di tante opere pubbliche e di iniziative tese a sollevare il popolo dalla miseria. Intanto, chi poteva, già cominciava a mettere mano alle prime speculazioni edilizie. Cerio, con la sua esperienza di uomo di mondo acquisita fuori Capri con tanti anni di lavoro qualificato e impegnativo, sembrò subito a tutti l’uomo adatto a prendere le redini dell’amministrazione locale. Ed egli non deluse, rilanciando artigianato e turismo, rinsanguando il deficitario bilancio comunale, avviando a soluzione le annose questioni dei collegamenti marittimi del Golfo e dell’approdo, pavimentando e illuminando strade in modo che gli ospiti trovassero degna accoglienza; inoltre incanalò l’edilizia nel giusto alveo lottando contro il cattivo gusto. Soprattutto varò il primo regolamento edilizio dell’isola.

La sua passione per l’architettura tipica caprese lo indusse a pubblicare alcune belle monografie, tra le quali spiccano quelle che illustrano la casa, il giardino e la pergola, nelle quali asseriva che Capri ha uno stile suo proprio: quello delle sue modeste casette di contadini e di pescatori, d’artigiani e di ‘signori’ che non è stile classico, non è romano, non gotico, non orientale; è un po’ tutti questi stili. Come intrinseco patrimonio di un popolo, è cosa sacra e va conservato religiosamente. Troppi attentati erano stati compiuti, da tecnici forestieri, contro il divino paesaggio che andava perdendo il suo carattere. Bisognava salvarne almeno i resti.
Ada Negri lo definiva “il sindaco della bellezza”.
Ada De Paolis ne ricordava la figura: “Interessantissimo come scrittore, come uomo di cultura e come uomo! Nei auoi grandi, magnifici occhi azzurri, quando si soffermava nella piazzetta, convergevano su di lui tutti gli sguardi”.
Le idee sull’architettura ideale le riprese e le impresse nella realizzazione di belle case come La Solitaria, La Casa Romita e il già menzionato Rosaio le quali dimostrano che una casa deve essere, per chi l’abita, un comodo vestito per il corpo e per lo spirito.
Nel 1922 promosse il Convegno del Paesaggio il cui presidente onorario fu il generale Armando Diaz, Duca della Vittoria. Esso ebbe vasta risonanza per la partecipazione del fior fiore della cultura italiana dell’epoca: tra gli altri il poeta Salvatore Di Giacomo e i futuristi “capitanati” da Marinetti; e sensibilizzò il Governo e, in particolare, Luigi Parpagliolo e Giovanni Rosadi artefici della Legge per la tutela del paesaggio.
Appassionato di botanica, come il padre, realizzò un accurato catalogo della flora locale e diede alle stampe Flora privata di Capri che lo consacrò, agli occhi di tutti, come conoscitore d’ogni specie vegetale vivente tra le rocce e nei campi capresi.
Si spense dolcemente nel sonno a 85 anni. In fatto di religione non era stato, un convinto “credente”; ma “se guardo un fiore – diceva -capisco che Dio c’è”.

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Un commento su “Quando il sindaco di Capri era Edwin Cerio

  1. Gabriella Callegari 29/08/2015 at 10:23 - Reply

    Bellissimo, appassionato articolo.
    Sto scrivendo di Pablo Neruda e questo “ritratto” di Edwin Cerio mi ha permesso di penetrare intensamente nell’isola di Capri, scoprendo un illustre personaggio che non conoscevo così profondamente.
    Grazie!

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