Quando l’isola diventa una spugna

– di Gaetano Vespoli

Il luogo ideale per staccare il piede dall’acceleratore ottimizzando il perseguimento degli obiettivi.
Brevi riflessioni di un uomo economico.
La teoria dello “slack”.
L’entropia metropolitana e il rumore delle onde.
Il ricongiungimento con la natura.

200503-13-1mNel corso dei miei studi economici ho avuto la fortuna di imbattermi nel pensiero di un economista che mi ha fortemente sorpreso e probabilmente anche formato, determinando in buona misura il mio approccio alla disciplina. Mi riferisco al pensiero di Albert O. Hirschman con i suoi concetti chiave come le asimmetrie commerciali, le connessioni, il possibilismo, la mano che nasconde, la voce e l’uscita, le passioni e gli interessi, i mutevoli coinvolgimenti, le retoriche dell’intransigenza, “concetti” che hanno avuto grande eco in economia come nelle altre scienze sociali.
Già perché l’economia ha il privilegio e la responsabilità di essere strettamente interrelata ad altre discipline, in primis all’etica, alla politica, alla sociologia e, quindi, alla psicologia. A tale proposito, Hirschman pur riconoscendo l’importanza dell’inconscio e il talento di Freud nello spingere l’umanità a tenerne conto, non vede la ratio di avventurarsi nel groviglio che lo compone e si impegna nel ricondurre alla ragione – per quanto possibile – i moti e le tensioni individuali e collettive, in modo da poterne utilizzare la spinta costruttiva. Questo è un tratto tipico del suo lavoro da ricondurre alla sua capacità inusuale di trarre qualcosa dal nulla (make something out of nothing) o più precisamente da ciò che inizialmente così appare.
In una delle sue principali opere, The Strategy of Economic Development (1958), Hirschman sostiene che lo sviluppo non dipende tanto dal trovare combinazioni ottime di risorse e di fattori produttivi dati, quanto dal richiamare e dall’arruolare per lo sviluppo risorse e capacità nascoste, disperse o male utilizzate. Nella società, nell’economia sono presenti in misura più o meno elevata risorse rilassate, demotivate che non partecipano adeguatamente alla crescita.
In seguito, negli anni Settanta, Hirschman riprende la teoria dello “slack” ampliandola in un altro libro di notevole successo, intitolato Exit, Voice, and Loyalty (1970), sostenendo che lo “slack” è una caratteristica tipica delle società umane produttrici di un surplus al di sopra della sussistenza e che il deterioramento delle risorse umane rientra nell’ordine delle cose.
Questa premessa per evidenziare che in economia sono necessari dei meccanismi di recupero che l’uomo deve attivare per poter ottimizzare il perseguimento degli obiettivi. Il mio parere è che l’isola costituisce il luogo ideale per il recupero delle energie, per togliere il piede dall’acceleratore, adeguandosi anche se per brevi periodi ad un modus vivendi scandito da ritmi più naturali, sincronizzati ad esigenze umane più miti e misurate. Proprio perché circondata dal mare, dalla barriera naturale più potente e significativa, l’isola riesce ad indurre un distacco fisico e psicologico effettivo dai ritmi urbani.
Da oltre un decennio i mercati sono diretti a stimolare la competizione ad ogni livello, tra aree geografiche, tra paesi, tra imprese e tra lavoratori all’interno delle stesse imprese con il probabile fine di utilizzare al meglio tutti i fattori produttivi dati, compreso quello umano. In questo scenario, l’isola diventa una spugna capace di assorbire l’entropia metropolitana; un luogo dove sicuramente porteremo il nostro telefono cellulare, ma dove è più probabile che potremmo spegnerlo per ascoltare il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli o la quiete di una splendida mattinata, quando solo i gabbiani sono svegli ed intorno tutto sembra cullato in un’atmosfera surreale.
L’isola è il luogo in cui le vicende umane sembrano maggiormente sotto controllo e dove la vita sembra chiudere i suoi cerchi in modo ordinato, con minori dispersioni.
Quando sbarco su un’isola ho la sensazione che gli sguardi che incontro siano carichi di aspettative semplici, di entusiasmi genuini ed orientano corpi umani più energici, più vitali. Ho la sensazione che le donne e gli uomini che incontro, isolani e metropolitani, siano più determinati nel riscuotere il loro “credito esistenziale”, ciò che ad ognuno spetta nella vita, una porzione soddisfacente di suggestioni ed emozioni positive …
Sulle isole viene stimolata la socializzazione, gli incontri sono facilitati, il dialogo viene indotto dalla geografia dei luoghi, delle strade, delle piccole piazze, dei bar con i loro tavolini all’aperto affollati da belle donne ammirate da sguardi mediterranei.
Ciascuno di noi ha scelto la propria isola, il luogo del recupero in cui dialoga con se stesso in profondità e migliora la sua interazione con l’altro, per tornare poi al perseguimento degli obiettivi e delle aspettative in modo più lucido ed equilibrato. In molti animi l’atmosfera isolana può stimolare anche il recupero di un’indole avventurosa, o semplicemente del desiderio di scoperta e di farsi sorprendere da elementi sconosciuti, ma considero “sfortunati” quei naviganti che non hanno scelto la loro Itaca.
Tuttavia se gli obiettivi e le aspettative delle donne e degli uomini nel tempo cambiano e si avvicendano secondo una ineluttabile cadenza naturale, le isole nella loro essenza rimangono le stesse o meglio dovrebbero rimanere tali, ferme lì ad accogliere gli spiriti e i corpi metropolitani per ricongiungerli con la natura e con loro “umanitas”; è importante allora che le nostre splendide isole siano valorizzate, preservate e mantenute integre così come sono, con il loro patrimonio culturale, sociale, paesaggistico ed economico, perché, quasi dimenticavo, economia ha anche la stessa radice etimologica greca (òikos-ambiente) di ecologia.

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