Quando Nisida era un’isola

– di Atanasio Mozzillo

La visita di Benedetto Croce nel 1894. Le rare case bianche e il castello.
Il mito offeso dall’industria metallurgica.
Il rimpianto di Amedeo Maiuri per le sorti del “più bello e classico lido d’Italia”.
L’idea di Lauro di farne una piccola Las Vegas.
Lo sgraziato nastro d’asfalto che le ha tolto l’insularità.
Dal carcere borbonico al riformatorio.
Un libro di Vito Cardone.

200603-12-1m

200603-12-2m

200603-12-3mQuesto articolo è tratto dal volume “Archivi del Sud”, pubblicato da Franco Di Mauro Editore, scritto dal professore Atanasio Mozzillo, docente di Storia Contemporanea e Storia del Mezzogiorno.

Il tragitto è breve. Dalla spiaggia di Coroglio all’imbarcadero per l’ergastolo neanche mezzo miglio, ma da percorrersi in barca. Perché Nisida è ancora un’isola. Corre l’anno 1894 e Benedetto Croce, insieme a un non identificato ma certo autorevole amico, si accinge a visitare quello scoglio “il cui nome suona dolce come un bel nome di donna”. Rupi scogliere approdi oliveti, terrazze a vigneto e vecchie fabbriche: ogni cosa concorre a restituire spessore a uomini e accadimenti che cominciano a datarsi dalla congiura di Bruto e Catilina contro Cesare per poi svolgersi su un telaio che, in nuce, ripropone i momenti e gli aspetti più emblematici della drammatica vicenda meridionale.
Le sette, otto pagine che lo storico dedica a “questo pezzetto di terra non più ampio di tre chilometri nel suo intero circuito”, questo scritto che stempera la pur massiccia erudizione in una rara capacità di comunicare emozioni e immagini, è anche l’epicedio per la “verde isoletta piccola e snella, cosparsa di rare case bianche, recante come ghirlanda sul capo il rotondo suo castello, nell’abbagliante azzurro del cielo e del mare”.
Trascorre un decennio e tra Coroglio e Bagnoli il mito delle sorti progressive legittima la cancellazione sacrificale di un habitat irripetibile nel suo retaggio di leggende e di storia, di incanti e di armonia. E così anche a occidente la Sirena si vede bandita e respinta, dopo che nei suoi giardini e lungo il mare alle falde del Vesuvio la stessa insania da progresso aveva aperto la ferita della strada ferrata.
“Tramonta il mito che voleva Napoli, e l’aveva avuto, tra gli ambienti più splendidi del Mediterraneo”: così Vito Cardone a chiudere le pagine del suo “Nisida, storia di un mito dei Campi Flegrei”, pubblicato dalla Electa Napoli con la consueta ricchezza iconografica, qui ancora più preziosa per l’apporto di materiale inedito selezionato dall’autore in raccolte private e negli archivi di Simancas. Vito Cardone può vantare una non marginale e tantomeno estemporanea vocazione agli studi di ispanistica.
Ma non solo dal muoversi a suo agio tra le “due culture”, da questo saper leggere il documento cartaceo e decriptare le cifre di una fabbrica, scaturiscono i motivi più coinvolgenti della sua ricerca, bensì, ancora, da una sorta di connivenza-convivenza con l’isola, dato di un suo più intimo percorso biografico, di un “dialogo quotidiano” avviato fin dall’adolescenza con questa “isola della memoria, scheggia del passato” e metafora di un’alterità aggredita e violentata nella logica di una omologazione le cui radici continuano a buttar fuori avvelenati polloni. Lo hanno fatto anni or sono, quando – è un esempio – ci mancò poco che Achille Lauro non facesse di Nisida una replica di Las Vegas, tavoli verdi e tutto il resto neon marmo e cemento. E neanche sarebbe stato l’affronto più grave, se visto in un processo di continua aggressione che, iniziato nei primi decenni del Seicento con l’insediamento del “Lazzaretto sporco” sullo scoglio del Chiappino, si chiude, si fa per dire, nel 1933, quando Nisida perde il suo statuto di Isola e il “Bagno Penale”, cioè l’ergastolo, viene trasformato in riformatorio giudiziario.
Le “rare casette” viste da Croce, la torre angioina, le severe architetture carcerarie di impianto borbonico vengono rapidamente spicconate. Le sostituiscono a schiera le “palazzine” della giustizia littoria. Scompare la selva millenaria che fa da corona alla rupe, e demolito il Lazzaretto, tagliato il promontorio tufaceo su cui sorgeva, nel gennaio del 1936 nell’ultima curva della discesa di Coroglio si inaugura il nastro d’asfalto che toglie a Nisida non soltanto la sua insularità, ma più ancora il suo porsi come luogo privilegiato e solo superstite nella non più privilegiata, ma certo ancora plausibile mitopoietica del territorio flegreo.
Quando, a quarant’anni dalla visita di Croce, Amedeo Maiuri tenta di rievocare “quella dolcezza di nome e di forma”, deve riconoscere che “l’assedio delle officine metallurgiche sorte malauguratamente sul più bello e classico lido d’Italia”, ha ormai prostrato la vittima inerme ed esposta.
Una diga “sgraziata, bendata da alti parapetti e da lunghi caseggiati” sembra ripetere lo scempio di Venezia assalita dalla strada ferrata. Eppure nonostante questa ferocia, nonostante le ferite di ieri e di oggi, “questo scoglio – riflette l’archeologo – vi strapperà sempre un grido di meraviglia”. La cui eco, può aggiungersi, si allarga pur sempre sulla scena di una natura che potrebbe ancora resuscitare le seduzioni del mito, restituire il fascino perduto di una immagine carica un tempo di suggestione e di empiti.
E si pensi se non proprio ai Campi Flegrei nella loro ormai irrecuperabile globalità, almeno (e dici niente!) allo spazio che va dalla Gajola ai primi insediamenti di via Napoli, quindi Bagnoli, l’Italsider, la Cementir. E qui siamo nel futuro, ma un futuro che fonda nel presente progetti e soluzioni, proposte e provocazioni, magari anche utopie, quando generosità e insofferenza di astuzie travalicano il possibile di oggi e lo rifiutano guardando al possibile di domani in una società riscattata e promossa a una dimensione di valori e di responsabilità.
Non ha torto Vito Cardone, Nisida è davvero una metafora. Nel bene e nel male, Nisida che è un carcere e un lazzaretto, luoghi di segregazione e di emarginazione per eccellenza, Nisida che ha dato asilo alla corte del magnifico Giovanni Piccolomini e Nisida che si fa asilo di baroni e ricettatori in combutta con i predoni tunisini, Nisida aggredita dal cemento è la stessa Nisida che nonostante tutto muove a commozione. Come dire che nella casa ci sono ancora camere con vista, mentre molte di quelle adesso inabitabili possono bene recuperarsi.
Ma intanto memorie: un mattino di luglio dei primi anni Sessanta, Porto Paone, Capo della Senga, gamberi e guarracini, conchiglie sprofondate nel cristallo…
Pare che nel Tamigi, sotto la torre di Londra, siano ritornati i salmoni. Già, a Londra.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *