Quando Tiberio, mezzo secolo fa, riapparve a Capri

– di Vittorio Paliotti

La straordinaria notte del 1° luglio 1954 raccontata da uno straordinario cronista.
La sorpresa di due ragazze inglesi e l’idea del conte Pietro Capuano, il gioielliere noto come Chantecler, irresistibile personaggio dell’isola che visse fra donne e stravaganze.
L’amicizia con Edda Ciano, la casa di Tragara, la decisiva osservazione di Curzio Malaparte che gli sottolineò la somiglianza con l’imperatore romano.
Il travestimento, i grandi preparativi e gli arrivi degli ospiti da tutto il mondo, più di cinquecento, vestiti da antichi romani.
Un’abbuffata generale e una pizza all’alba da “Verginello”.

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200807-15-2mC’era una grande frenesia in giro. Ogni poco si riunivano esperti.
Si tinteggiavano muri, si riparavano strade, si innalzavano festoni nella Piazzetta. Esattamente il 1° luglio 1954, Capri, sia pure per una sola notte e sia pure simbolicamente, si apprestò a tornare la capitale dell’impero romano, così come lo fu, ma realmente, ai tempi di Tiberio, dal 27 al 37 dopo Cristo. Oltre che a Capri, si stavano svolgendo preparativi in varie città d’Europa e d’America. Erano attesi, infatti, ospiti da tutte le parti del mondo. E tutti per rendere omaggio al nuovo imperatore, il conte Pietro Captano meglio conosciuto come Chantecler.

Perfino nelle stalle degli studi di Hollywood, in vista dell’evento caprese, c’era gente che si agitava. A Francis, detto il mulo parlante, protagonista di un film di successo, stavano usando un trattamento di riguardo: questo perché, di lì a poco, il quadrupede si sarebbe dovuto imbarcare per Capri dove avrebbe dovuto sostenere il ruolo di Incitato, il cavallo che fu nominato senatore dallo stravagante imperatore Caligola, nipote e successore di Tiberio. Quanto avesse pagato il conte Pietro Capuano per accaparrarsi la preziosa bestia non ci fu dato sapere. Ma è certo che il conte non badò a spese; importante, per lui, era che quello che doveva essere “il banchetto del secolo” riuscisse a puntino. festeggiare degnamente le mie nozze d’argento con Capri” mi disse Chantecler. “Ho dunque deciso di far rivivere a Capri, per una notte, i fasti della corte di Tiberio che tanto ebbe cara quest’isola.

Il 1° luglio 1929 sbarcai a Capri e il 1° luglio 1954 sarò l’imperatore di Capri, Totò permettendo”. L’idea di romanizzare Capri fu suggerita a Chantecler da due ragazze inglesi, Elizabeth Winrohe e Sheila Gaventa, le quali, per vincere una scommessa di cento sterline con la loro amica Columbia Blank, per una intera settimana erano andate in giro per Capri vestite da antiche romane, l’una da matrona l’altra da schiava.
Riscossero un successo immenso, fecero acchiappanze a non finire, e il conte Capuano decise di mettere a frutto quella trovata. Pietro Capuano era uno dei più tipici personaggi di Capri. Di professione era gioielliere con elegante negozio in via Camerelle, ma prima ancora che al commercio teneva ai suoi quarti di nobiltà e poi, almeno così affermava, teneva alla poesia.

Suo padre, il conte Nicola, era un esponente dell’alta società napoletana, citato e lodato nelle cronache mondane di Matilde Serao. Stanco di trascorrere le sue giornate alle corse dei cavalli, nei tabarin e nei circoli, a un certo punto il conte Nicola decise di fare il gioielliere ed ebbe fortuna.
Ma il figlio Pietro di smeraldi e di diamanti, di bilancelle e di carati, non voleva sentir parlare. Era nato poeta, lui. E su certi giornali letterari pubblicava, con lo pseudonimo di Chantecler, arditissimi madrigali che gli fruttavano ammirazione e risonanza, sua pure fra una non vasta cerchia di lettori. Il conte Nicola, sulle prime lasciò correre, ma quando il figlio compì sedici anni fece un bel falò dei quaderni costellati di sonetti, odi e strambotti e, agguantato il ragazzo per un orecchio, se lo portò nel negozio di preziosi. Pietro, messo alle strette, dovette occuparsi di oreficeria e finì per appassionarvisi. Girò mezza Europa per visitare i depositi dei più famosi gioiellieri, seguì un corso di specializzazione in Olanda e divenne un autentico competente della materia.

Il principe Umberto, notoriamente, si avvaleva della sua consulenza e della sua discrezione quando doveva fare qualche presente. A Capri, Chantecler mise piede il 1° luglio 1929. Doveva trattare l’acquisto, presso un principe indiano spodestato dagli inglesi, di un grosso diamante che, anni prima, era stato incastonato in un occhio della statua di Kalì, dea dalle sette braccia. Dell’isola, Pietro Capuano s’innamorò subito. Comprò una villa a Tragara e la elesse a sua residenza sia estiva che invernale. Da allora, tranne brevi puntate all’estero per la scelta dei gioielli, non si mosse più da Capri. Il suo commercio internazionale lo dirigeva da Tragara, riverito da una corte di collaboratori e, perché no, di collaboratrici. A poco a poco, si lasciò letteralmente adottare da Capri; divenne caprese a tutti gli effetti, anzi divenne un connotato di Capri. Fu protagonista, inoltre, di avventure fra le più strane; e quasi sempre a causa della sua intraprendenza con le donne. Nel 1935 fu addirittura rapito da una milionaria svedese la quale, nottetempo, fattolo legare e imbavagliare, lo caricò sul suo yacht decisa a condurlo nel suo paese.

Ma Pietro, non volendo star lontano da Capri, dopo una drammatica lotta con l’equipaggio, si lanciò a nuoto e fece ritorno a Tragara. Passarono gli anni. Chantecler non rinunciò alle stravaganze neanche in tempo di guerra: nel 1942 fu visto infatti aggirarsi nella Piazzetta vestito con un’armatura da guerriero medioevale. Fermato dalla polizia, dichiarò che si stava recando al gruppo rionale fascista per donare ferro alla patria. Ormai Pietro Capuano era un personaggio indispensabile dell’isola. Si arriva così all’immediato dopoguerra quando Edda Ciano, versando in gravi difficoltà, con i beni confiscati, non sapeva dove rifugiarsi.

Suo fratello Vittorio era riparato in Sudamerica, sua madre Rachele si trovava, con i figli minori, al confino di polizia a Forio d’Ischia. Edda Ciano raffigurava in quel periodo, e indipendentemente da ogni interpretazione di parte, un’imma-gine femminile altamente drammatica. Figlia prediletta di Benito Mussolini, aveva sposato il conte Galeazzo Ciano (rampollo di un eroe dei Mas della grande guerra), diplomatico e poi ministro, considerati da tutti il “delfino” del Duce. Ma il conte Ciano, esponente della bella società romana, nella notte del 25 luglio, riunitosi il Gran Consiglio del fascismo, aveva votato, unitamente alla maggioranza dei gerarchi, contro il proprio suocero, provocandone la caduta. Sorse la Repubblica Sociale con Mussolini alla guida sicché Ciano ed altri componenti del Gran Consiglio furono giudicati da un tribunale speciale che li condannò a morte.

Invano Edda tentò di intercedere presso il padre: Galeazzo fu fucilato a Verona nel gennaio del 1944. Subito dopo Edda, insieme con i figli e accompagnata da un aristocratico fiorentino, il marchese Emilio Pucci, passò in Svizzera. Ritornata a fine guerra in Italia, trovò che perfino la sua casa romana, ai Parioli, era stata requisita. Cosa fare? Si ricordò che a Capri, di cui negli anni precedenti era stata assidua frequentatrice, aveva un amico fedele, Chantecler, appunto. Gli scrisse una lettera.
Fu in quelle circostanze che Pietro Capuano invitò la contessa Ciano a soggiornare, con i figli, nella sua lussuosa villa di Tragara.

Un invito che, accolto, procurò un’enorme pubblicità al gioielliere, sovente fotografato accanto alla figlia del Duce. L’avvenimento segnò l’inizio del periodo d’oro per Chantecler. Il quale, noto ormai in tutto il mondo, vide la sua bottega di via Camerelle affollarsi di clienti facoltosi.
E quello che era stato un gesto di coraggiosa solidarietà provocò mille dicerie. Che non cessarono nemmeno dopo che Edda poté recuperare la casa ai Parioli. Ma non cessò nemmeno la fortuna di Chantecler, lanciato ormai nel jet-set internazionale pur senza avere più bisogno di muoversi da Capri. E, intanto, aveva così bene assimilato le atmosfere isolane che a poco a poco fu conquistato da quello che si potrebbe definire “il complesso di Tiberio”. Chantecler stesso mi raccontò che, all’origine di quella identificazione vi fu Curzio Malaparte, altro habitué di Capri, il quale un giorno, dopo averlo a lungo fissato, gli disse: “O Pietro, te tu lo sai che ci hai proprio il profilo di Tiberio?”.
Per i capresi Tiberio è una specie di mitica divinità del male.

L’imperatore si trasferì nell’isola all’età di 68 anni e ne combinò, a dire di Svetonio e Tacito, proprio di tutti i colori. Già accompagnato da pessima fama per avere fatto uccidere i suoi familiari e indotto al suicidio la moglie, Tiberio condusse a Capri una vita quanto mai smodata. Precisa Svetonio che, dopo essersi orgiasticamente intrattenuto con ragazzi e ragazze, Tiberio raggiungeva nella sua villa, attraverso un passaggio segreto, una curiosa spelonca (identificata poi con la Grotta Azzurra) dove sgozzava le giovani persone da cui precedentemente aveva tratto piacere.
Altri storici hanno diversamente parlato della permanenza di Tiberio a Capri presentando l’imperatore come un semieremita. Filone ha addirittura garantito che i costumi di Tiberio a Capri furono talmente irreprensibili che, quando il nipote Caligola andava nell’isola con l’intenzione di spassarsela, doveva camuffarsi con una parrucca affinché lui non lo mandasse via. I capresi sono tutti per Svetonio e Tacito. Lo stesso Chantecler era del loro avviso. “Tiberio è o non è” affermava. “E io voglio interpretare Tiberio come realmente fu, non un Tiberio edulcorato” . Quattrocentosettantacinque invitati, scelti fra gli esponenti della nobiltà, della cultura e del cinema, sostennero il ruolo di illustri contemporanei dell’imperatore. Tanti personaggi, vestiti da antichi romani, sbarcarono a Capri da navi costruite su modelli storici. A Baia, nei cantieri “Nettuno”, di cui erano proprietari Salvatore Lubrano e Giacobbe Scotto di Carlo, decine e decine di tecnici lavorarono alacremente.

Specializzati nell’allestimento, per conto di case cinematografiche, di imbarcazioni di ogni epoca, realizzate ricoprendo le reali strutture con elementi di legno e masonite, i cantieri “Nettuno” realizzarono due galee. Il giorno della festa, fecero la spola tra Napoli e Capri, portando nell’isola, agli ordini del conte Pietro Capuano, i più importanti fra gli invitati.
E arrivò la notte del 1° luglio. Insieme con una decina di altri giornalisti, fotografi e cineoperatori, mi intrattenni fuori dalla villa di Chantecler. Vedemmo entrare, mascherati da antichi romani, centinaia di strani personaggi la cui identità era difficilmente riscontrabile. Faceva un po’ fresco, ma c’era una bella luna e i suoni che pervenivano dalla villa rendevano meno noiosa l’attesa. Che cosa aspettavamo? Che si facesse mezzanotte. Il conte Capuano ci aveva giurato che allo scoccare della mezzanotte avrebbe aperto la villa a tutti. Arrivò l’ora. Fedele alla promessa, arrivò Chantecler naturalmente vestito da Tiberio.
“Volete entrare? E va bene, entrate. Ma che cosa vedrete? Gente che mangia. Hanno fatto piazza pulita del buffet. E io sono rimasto digiuno. Non è meglio se andiamo tutti al ‘Verginello’ a farci una pizza?”. Andammo con Chantecler al “Verginello” trattenendoci fino alle quattro del mattino. “Mannaggia, non ho portato con me neanche un sesterzio” disse Chantecler quando arrivò il conto.
Offrimmo noi, logicamente.

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