Quei ragni sul mare del Gargano

– di Mimmo Carratelli

Sono i “trabucchi”, antiche macchine da pesca a vista, costruzioni in legno che si protendono sulle acque adriatiche.
Si reggono su palafitte e sono agganciate alla roccia da tronchi d’albero o collegate alla terraferma da lunghe passerelle.
Un congegno di argani, funi e carrucole, al quale lavorano quattro uomini, cala in mare una immensa rete a maglie fitte per catturare il flusso dei pesci spinti dalle correnti.
Il panorama di Rodi Peschici e Vieste.
La storia dei “trabuccolanti” di Termoli.

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200705-14-2mSorvolando la costa adriatica, tra Chieti e Foggia, sono ben visibili, protese sul mare, che spesso è di un verde smeraldo. Sono le antiche macchine da pesca, ingegnose e originali, ancorate alla terraferma.
Una pesca “da terra” senza andare per mare. Molte sono proprio attaccate alla roccia, altre si inoltrano sul mare con una passerella di legno che conduce alla piattaforma.
Dall’alto, la parte finale appare come un ragno sospeso sull’acqua. È l’enorme rete, fino a cinquanta metri per lato, agganciata a lunghissimi pali. Sono i “trabucchi”, molti compresi sulla costa garganica tra Rodi, Peschici e Vieste.
L’aereo sorvola una costa splendida.
Venendo dal nord, dopo Termoli, ecco gli specchi d’acqua scintillanti al sole dei due laghi vicini, separati dal mare da una striscia sottilissima di terra su cui corre una strada. Sono i laghi di Lèsina e di Varano, il primo strette e lungo, il secondo tondeggiante.
Più a sud, dal promontorio del Gargano si allunga verso il mare la penisoletta di Vieste tra due spiagge sabbiose, un gioiello di paese (tredicimila abitanti) col borgo medioevale di case con le scale esterne e le viuzze strette e irregolari, alto sulla roccia.
Ed è ben visibile il curioso masso bianco, alto più di venti metri, affilato in cima, che domina la spiaggia del Castello, mentre su uno dei tre scogli davanti a Vieste svetta il faro alto 27 metri che emette tre lampi rossi ogni venticinque secondi.
È stato progettato 140 anni fa.
I “trabucchi” sono considerati un autentico tesoro della costa, sottoposti ad una specifica tutela nell’ambito del Parco nazionale del Gargano.
Queste “macchine da pesca” risalirebbero al tempo dei Fenici. Il più antico, oggi esistente, è il “trabucco” di San Francesco sulla costa viestana. Ha più di cento anni.
Sono costruzioni in legno, e il legno è quello dei pini tipici che sorgono sulla costa ripida del Gargano, a strapiombo sul mare. E’ un legno facilmente modellabile, elastico, che resiste alla salsedine e alle raffiche del maestrale che investono spesso la costa. La piattaforma dei “trabucchi” è agganciata alla roccia da grossi tronchi e si regge su palafitte conficcate sulla roccia stessa oppure sul fondale per quei “trabucchi” più avanti sul mare, collegati con una passerella di legno alla terraferma, suggestivi prolungamenti della costa.
Dalla piattaforma si sporgono lunghissimi pali che, con un sistema di argani, funi e carrucole, reggono la grande rete da pesca a maglie fittissime che viene calata su fondali bassi almeno cinque metri. I “trabucchi” sono posizionati e orientati per sfruttare le correnti marine che convogliano il flusso dei pesci lungo la costa. Sulla piattaforma lavorano quattro uomini, due impegnati a manovrare gli argani per calare e sollevare la rete e altri due che fanno da vedetta per il passaggio dei pesci e coordinano le manovre.
È la cosiddetta pesca a vista. Qualche “trabucco” è anche completato da una piccola cabina. Sembrano intrecci fragili di travi e funi e, invece, i “trabucchi” sono resistentissimi, capaci di reggere le mareggiate più furiose. Per la scarsità del pesce sempre più accentuata di anno in anno, stanno andando in disuso, come specifica attività economica, dopo essere stati fonte di sostentamento di numerose famiglie di pescatori.
Molti sono usati per la pesca domenicale, uno svago più che altro. Molti altri sono stati ristrutturati e trasformati in luoghi suggestivi di ritrovo sul mare Se ne cominciano a vedere sulla costa molisana di Termoli dove famiglie storiche di “trabuccolanti”, come i Marinucci, hanno speso la loro vita a costruire “trabucchi” e a dedicarsi alla pesca a vista sulle piattaforme.
Pare che ne costruissero il primo nel 1850. Divennero in seguito una diecina, dalla Marina di San Pietro al Bagno delle Femmine. Ma sono molti i nomi dei “trabuccolanti” di Termoli, dal marinaio Rocco Ronzitti che, emigrante, tornò dall’America con un gruzzolo di dollari e impiegò molti di quei risparmi per costruire un “trabucco”, a Umberto Manzi e a Nicola Mascilongo.
Il panettiere Celestino Esposito ricorre nella storia dei “trabucchi” di Termoli per averne acquistato uno che destinò a luogo di intrattenimento per gli amici e turisti di passaggio.
Quando, nel 1992, un violento fortunale si abbatté sulla costa distruggendo tutto, il panettiere ricostruì il “trabucco” in una posizione più protetta. Per questo viene considerato un benemerito della storia dei “trabucchi” al pari di un architetto e di un macellaio, Nicola Tamburrini e Umberto Pilla, che, quattro anni fa, ne hanno realizzato uno, molto grande, come luogo di memoria storica e valorizzazione di queste tipiche testimonianze della costa adriatica.
L’aereo continua a sorvolare la costa e con i “trabucchi”, i più spettacolari dei quali sono quelli che si allungano sul mare, l’avvistamento delle torri di guardia è un’altra sorpresa nel paesaggio suggestivo. Sono i ruderi, alti sino a dodici metri, delle torri spagnole fatte costruire da Pedro di Toledo per difendere la costa dalla invasioni turche, situate a vista l’una dall’altra perché la distanza consentisse lo scambio di segnali di fuoco o a mezzo di campane.
Toglie il fiato la vista di Peschici arroccato su una rupe a cento metri sul mare con lo “strascico” di una lunga spiaggia ad arco di sabbia finissima.
Il borgo antico di case bianche, col castello svevo, si mantiene intatto col suo intreccio di vicoli, piazzette, strettoie, archi e scalinate. Gli abitanti sono poco più di quattromila e la marina è costantemente segnalata dai riconoscimenti internazionali delle acque balneabili di maggior pregio.
Guido Piovene annotava nel suo “Viaggio in Italia” scritto quarant’anni fa: “La grande bellezza turistica della provincia di Foggia è il Gargano, promontorio montuoso intorno al quale la letteratura è scarsa in paragone alle sue attrattive. Pensavo ad una montagna selvatica, scura, aspra, tendente all’orrido; mi sono trovato davanti ad una delle terre più greche d’Italia, nel senso del grazioso e del lieve. Vedevo un paesaggio dolce, fiorito, coi mandorli metà bianchi di fiori e metà verdi di foglie, i greppi ricoperti di ireos selvaggi di colore violetto, e i gruppi degli ulivi contorti sopra la roccia. Si pesca lungo tutta la costa, fino al golfo di Manfredonia e nelle isole Tremiti al largo; e in quei paesetti marinari, splendenti e scarni, che sono Peschici e Vieste. Leggera è anche la foresta. Vi predominano il faggio, albero chiaro, ma vi crescono l’agrifoglio e il tasso venefico; ed è popolata da uccelli, folta ma senza orrore”.
A Rodi Garganico molti ricordano quello che scrisse Riccardo Bacchelli: “Si dice che sia tanto soave l’odor degli aranceti sul lido di Rodi Garganico da far venire le lacrime agli occhi quando è il tempo della fioritura”.
Con queste suggestioni e l’ultima vista dei “trabucchi” ci allontaniamo sull’aereo dal Gargano. Un ricordo incancellabile di coste, rocce alte sul mare, spiagge dorate, case bianche, grotte, mare verde e azzurro, la foresta dei pini e, su tutto, quei ragni di legno protesi sulle acque adriatiche, i “trabucchi”.

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