Quei relitti in fondo al mare

– di Claudio Calveri

Imbarcazioni antiche e carcasse di navi della seconda guerra mondiale nelle profondità di Capri, Marina di Castellabate e Marina di Camerota. L’ultima missione segreta della motonave “Alfieri”.
L’affondamento del sommergibile “Velella”.
Il recupero dei resti di un bombardiere tedesco.
L’avventuroso salvataggio di un pilota americano dopo l’abbattimento del suo caccia.
La fine del rimorchiatore “Misero” al largo di Ischia.

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200508-12-3mLa leggenda antica del canto ammaliatore delle Sirene è giunta sino a noi carica del suo fascino ancestrale a simboleggiare la pericolosità delle acque del litorale campano, in particolare la fascia meridionale, quella maggiormente suggestiva a livello paesaggistico. In effetti non sarà paragonabile al fantomatico “Triangolo delle Bermude”, ma anche questo tratto del mar Tirreno ospita una corposa serie di relitti. Anche se non tutti a causa delle dolci note della melodia intonata dalle suadenti voci delle deliziose creature mitologiche, molti bastimenti hanno trovato una sfortunata conclusione del loro viaggio nelle profondità colore blu scuro del mare nostrum.
Oltre a quelle della navi antiche, di epoca risalente all’Impero romano, o al mondo greco, i fondali sono costellati delle carcasse di navi della seconda guerra mondiale, ma anche di aerei. Nelle mappe tracciate dalle varie associazioni di patiti del “diving”, l’esplorazione dei paesaggi marini muniti di attrezzature subacquee, molte sono le segnalazioni dei resti che raccontano di infauste avventure marine di epoche diverse, a comporre una sorta di “guida turistica”.
Il fascino emanato dalla scoperta di un relitto, più o meno risalente che sia, prescinde spesso dal valore storico di un ritrovamento, per sconfinare nel territorio della letteratura, della leggenda e dell’aneddotica. Ogni relitto porta con sé una storia peculiare, fatta di particolarità, di mistero, di approssimazioni, spesso di vere e proprie invenzioni popolari, fino ad entrare a pieno titolo nel variopinto novero delle affascinanti leggende del mare.
Ogni zona o quasi del litorale campano ha quindi qualcosa da raccontare attraverso chiglie divenute tane per specie marine stanziali o lamiere ricoperte di flora e fauna marina, distrattamente superate da nugoli di pesci di passo intenti nelle loro continue peregrinazioni.
Una delle aree di mare più ricche di sorprese è senza meno quella dell’isola di Capri. Nelle acque che circondano l’isola sono stati infatti fatti ritrovati ben tre relitti risalenti all’età romana, databili quindi a quasi due millenni addietro. Si tratta in tutti i casi di navi dedite ad attività commerciale, come è facile evincere dalla grossa quantità di anfore rinvenute nei pressi, grazie alla osservazione delle quali è stato possibile formulare delle teorie plausibili circa il periodo di riferimento. In un caso le anfore tripolitane, provenienti da una profondità di 55 metri, alludono al I° secolo d. C.
Il secondo ritrovamento offre una panoramica ben più articolata e complessa da decifrare, con cinque tipi di anfore. Il vero e proprio giacimento archeologico emerge dal fondale per un totale di ben tre metri, offrendo alla vista uno spettacolo di sicuro impatto. L’ultima tappa è dedicata ad una serie di anfore e manufatti del IV° secolo d. C.
Grazie alla testimonianza del sub professionista “Gennarino” Albuino abbiamo inoltre contezza della presenza nel mare caprese del relitto di un aereo abbattuto nel corso della seconda guerra mondiale. In particolare, la zona interessata è quella di Punta Carena, ma la profondità alla quale giace il velivolo – oltre 70 metri – ne preclude visite di sommozzatori sportivi, necessitando l’impresa di attrezzature e preparazione speciali.
Pare che negli anni ’50 sia stata organizzata una spedizione di recupero finalizzata alla rottamazione, nel corso della quale furono riportati alla luce i quattro motori e le ali del bombardiere, del quale quindi rimane ancora prigioniera del mare la fusoliera integra.
Altro teatro privilegiato di incidenti marinari, per fortuna non tutti a sfondo tragico, è la baia antistante Marina di Castellabate. Dichiarata Parco marino nel 1972 per la tutela biologica ed accorpata al Parco nazionale del Cilento, l’area è conchiusa tra Punta Pagliarolo, verso nord, e da Punta Licosa con l’omonimo isolotto sul versante opposto. Nel mezzo, uno spettacolo di secche, come quella di Licosa appunto e quelle di Vatolla, divenute magioni ospitali per svariate specie marine grazie alla conformazione prevalentemente rocciosa del fondale.
I branchi di dentici, alici, tonni, ricciole, gli anthias, hanno potuto riparare, oltre che tra gli scogli accoglienti, anche tra le “spoglie” della motonave “Alfieri”, sottratta alla sua tranquilla routine di nave da trasporto passeggeri negli anni ’40 per essere invece destinata ad usi bellici con l’insorgere del conflitto mondiale. La buona sorte assistette l’equipaggio nel corso di due missioni segrete, ma al ritorno dalla seconda un violento bombardamento ne causò l’inabissamento a 55 metri di profondità.
Santa Maria di Castellabate ha anche una storia di reperti trafugati. Si tratta dei resti di un bombardiere della Germania nazista, del quale il locale circolo dei CeSub recuperò la coda al largo di Punta Licosa, ad una profondità di ben 60 metri. Purtroppo il reperto, lasciato sul molo del porto, scomparve per mano di ignoti. Parimenti, pare che dei sub tedeschi negli anni ’60 abbiano recuperato altri resti di aerei a bassa profondità riportandoli in patria.
Altra storia interessante è quella collegata al caccia americano colpito e precipitato al largo del mare di Marina di Camerota, oggi coperto da una fitta prateria di Posidonia, che nascondono col loro verdeggiante fogliame molte parti della carlinga. Il pilota riuscì a salvarsi eiettandosi fuori dal velivolo e non senza l’ausilio di un abitante di Marina di Camerota che andò a recuperarlo in mare aperto con una barca a remi.
Ben più tragica la fine del sommergibile italiano “Velella”, affondato la notte del 7 settembre 1943 con a bordo 51 marinai e recentemente individuato a 137 metri di profondità dall’Associazione nazionale marinai d’Italia. E’ nato un progetto relativo al recupero e alla utilizzazione dei resti per creare un meritorio museo della memoria incentrato sulla tragedia.
Altri reperti antichi di grande interesse ancora non riportati alla luce sono presenti anche nello specchio di mare compreso tra Positano, Praiano e l’isola Li Galli, così come al largo di Ischia è segnalata la presenza del rimorchiatore “Miseno”, a due miglia dalla costa della antica Pithecusa, in linea con la zona a nord del puteolano, ma l’elenco potrebbe continuare.
Il mare campano in generale si distingue con 37 siti di interesse archeologico marino nel panorama nazionale, al pari della Puglia, che conta uguale numero di reperti storicamente rilevanti. Sono i risultati parziali del censimento del patrimonio archeologico marino promosso dal ministero dei Beni Culturali nell’ambito del progetto Archeomar, partito nella primavera 2004. Un tesoro in buona parte ancora da scoprire e valorizzare.

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